Cavina Cristiano

I frutti dimenticati

Autore: 
Cavina Cristiano

E’ straordinaria, nei libri di Cristiano Cavina, la naturalezza con la quale l’autore implicito e il narratore coincidono. L’uomo Cavina è probabilmente contiguo allo scrittore/personaggio dei suoi romanzi, ma questo non ha assolutamente importanza per il lettore che, ben lungi dal chiedersi il perché di alcune scelte stilistiche – in un momento in cui la narrativa italiana discetta di autofiction e autobiografia romanzata -, si fa travolgere dalla vitalità espressiva, dal talento innato di questo grande affabulatore. Se lo scrittore vero è colui che meno rivela l’artificio della propria scrittura, l’epica di Casola Valsenio, piccolo paese dell’Appennino romagnolo, e del suo cantore si caricano di significati ancestrali degni della migliore tradizione popolare italiana. “A Casola era tutto un coltivare frutti dimenticati, e li celebravamo in una festa il terzo fine settimana di ottobre.” Pere volpine, azzeruole, sorbi, giuggiole, piante destinate all’oblio, coltivate dalle suore orsoline nella versione più aggiornata dell’hortus conclusus, del giardino dell’Eden. Ma frutto dimenticato è anche Cristiano, che non ha mai conosciuto suo padre. A trentatré anni, per un paradossale scherzo del destino, tutti i nodi cruciali della sua vita vengono al pettine: il babbo esce come da un varco temporale, e si rivela al figlio che aveva abbandonato; ha i giorni contati, è irrimediabilmente malato. “Aveva lasciato un vuoto maestoso, da imperatore in esilio, e adesso cercava di riempirlo con quell’acconto di uomo, seduto su una panchina; nemmeno i piccioni lo guardavano come si deve.”
E come in una tragedia greca o in un romanzo di Verga un singolo evento, anche se di questa portata, non arriva mai solo. Il papà assente riemerge dal fiume del passato proprio quando Cristiano scopre che diventerà padre a sua volta e nel momento in cui non è più sicuro del suo amore per Anna, la futura mamma di suo figlio. Poi sopraggiungono le complicazioni della gravidanza, il confronto con la malattia e la morte, e una nuova vita che con difficoltà si ritaglia il suo posto in questo mondo.
C’è uno scarto sostanziale tra questo libro e i precedenti di Cristiano Cavina. In “Alla grande” avevamo il recupero del mondo incantato dell’infanzia; in “Nel paese di Tolintesàc” erano le storie dei Cavina, concerto corale quasi felliniano, a uscire dal calderone della memoria e “Un’ultima stagione da esordienti” recuperava l’irruenza e la goliardia della pre-adolescenza. Tutto un ripiegarsi all’indietro. Ne “I frutti dimenticati” l’attualità è stringente e informa di sé pure l’alternanza dei tempi del racconto: il presente al capezzale del papà morente e l’imperfetto dei ricordi d’infanzia. Da una parte il micromacrocosmo di provincia, visto con la meraviglia intatta e la freschezza del fanciullo: la santità di nonna Cristina, il coraggioso palombaro-bambino che si immergeva nella camera della nonna come fosse il fondo dell’oceano e il suo comò un forziere pieno di tesori; l’amico Franceschino che riteneva che le stelle cadenti fossero un errore di Dio che non le aveva attaccate col Vinavil alla volta celeste; dall’altra il presente incerto, disseminato di errori che nessun fiore di Bach è in grado di risanare, dove Cristiano scende a patti col suo Dio “super-vigile urbano” affinché prenda lui e risparmi la sua compagna e il nascituro da altre sventure, dove un uomo in disarmo riconosce che le colpe dei padri si ripercuotono sui figli, che non finiscono mai di scontarle. Una parziale quadratura del cerchio si avrà nell’incontro con il genitore assente. Cristiano lo assiste negli ultimi giorni della sua agonia, raccontandogli le storie della sua infanzia, stabilendo un legame proprio quando l’uomo lascerà questo mondo. Il passato è speculare al futuro: Cristiano si separa da Anna proprio nel momento più delicato, abbandonando il piccolo Giovanni. A questa sua maledizione personale rimedia come può con l’unico antidoto ch’è in grado di distillare. Raccontando le sue storie.
Sul piano dello stile è sconcertante la leggerezza con la quale l’autore riferisce del suo dramma. La costruzione del racconto è di per sé esile; brevi frasi, tanti punti e continui a capo, una semplicità e linearità che riportano alla mente le parabole evangeliche che ci leggevano al catechismo. Le piccole grandi cose della vita, lo smarrimento per il babbo ritrovato, la rabbia e il senso di colpa, l’ironia e la pietà: una vasta gamma di sentimenti viene rappresentata con misura e equilibrio, senza mai deragliare nel patetico. Il narratore parte penalizzato ma ricade in piedi, in virtù dell’amore che rivolge al nuovo nato: “Non gli levo gli occhi di dosso perché, tra le altre cose, lui è il mio faro. Getta una luce attraverso le tenebre. “ E ancora: “Ho sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare (…) Ho bisogno di una vita intera, solo per cominciare a chiedere scusa.”

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE


Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio (Ravenna) nel 1974 e cresciuto nelle case popolari con la madre e i nonni materni. Non sa chi sia suo padre, ma non ne ha mai fatto un dramma. E oggi che è diventato padre dice semplicemente: “Io e mio figlio partiremo alla pari: saremo entrambi esordienti, senza precedenti esperienze”.

Le sue passioni sono evidenti fin da piccolo, leggere tantissimo e di tutto, avventura, fantascienza, classici russi, americani contemporanei... e inseguire il pallone nel campo dell’AC Casola, dove gioca in tutte le categorie, dai pulcini agli esordienti all’under 18.

Allergico agli studi, si mantiene con qualsiasi lavoro gli capiti: muratore, portalettere, pizzaiolo.

Cresce con i racconti dei vecchi, conosce così la storia che c’è dietro la sua famiglia e il suo paese.

Nel 2002 pubblica il primo romanzo, "Alla grande", premio Tondelli 2006. Dopo "Nel paese di Tolintesàc" (2005), piccolo-grande best seller felliniano e "Un'ultima stagione da esordienti" (2006), epica comica e commovente dell'adolescenza, pubblica nel 2008 "I frutti dimenticati", tutti libri Marcos y Marcos.


Prima edizione: I FRUTTI DIMENTICATI, Marcos y Marcos, Milano, 2008, pp. 201, Euro 14,50.


Approfondimento in rete: scheda libro


Alberto Carollo

ISBN/EAN: 
9788871684918

Commenti

neo ALBERTO!
Scopriamo Cavina... (sarebbe ora:) )

"E come in una tragedia greca o in un romanzo di Verga un singolo evento, anche se di questa portata, non arriva mai solo. Il papà assente riemerge dal fiume del passato proprio quando Cristiano scopre che diventerà padre a sua volta e nel momento in cui non è più sicuro del suo amore per Anna, la futura mamma di suo figlio. Poi sopraggiungono le complicazioni della gravidanza, il confronto con la malattia e la morte, e una nuova vita che con difficoltà si ritaglia il suo posto in questo mondo."

> E sai qual è l'aspetto più notevole? Che rispetto alla maestosa austerità della tragedia o all'ideologizzata catastrofe d'una storia verghiana, qui manca il massimalismo e l'ideologia. Cavina parla delle cose della vita con grande semplicità. Avrei voluto scrivere di questo libro ma il tuo ottimo articolo mi lascia libero di fare il commentatore:)

"In ?Alla grande? avevamo il recupero del mondo incantato dell?infanzia; in ?Nel paese di Tolintesàc? erano le storie dei Cavina, concerto corale quasi felliniano, a uscire dal calderone della memoria e ?Un?ultima stagione da esordienti? recuperava l?irruenza e la goliardia della pre-adolescenza."

> Se ne avevi già scritto, da qualche parte, sarebbe bello recuperassi i tuoi articoli qui su Lanke. Mi farebbe piacere se ospitassimo schede per ogni opera di CC.

"Cristiano lo assiste negli ultimi giorni della sua agonia, raccontandogli le storie della sua infanzia, stabilendo un legame proprio quando l?uomo lascerà questo mondo. Il passato è speculare al futuro: Cristiano si separa da Anna proprio nel momento più delicato, abbandonando il piccolo Giovanni. A questa sua maledizione personale rimedia come può con l?unico antidoto ch?è in grado di distillare. Raccontando le sue storie."

> Un signor antidoto. L'unico possibile, o forse l'unico credibile.

"una vasta gamma di sentimenti viene rappresentata con misura e equilibrio, senza mai deragliare nel patetico."

> il che ha quasi dell'inedito. ottima scheda, AC, danke.

Scuola Holden, se non sbaglio, e credo di no.

@branco: qui la scuola Holden non centra niente. E' talento viscerale.
Magari l'hanno addomesticato un po', ma Baricco stia in pace:
Cavina è un'altra cosa.
@franchi: grazie Gianfranco. Cercherò di fare un buon servizio recuperando i miei articoli su CC. Ma devi avere un po' di pazienza.
8-)

Ne ho sempre sentito parlar un gran bene, di Cavina.

"Il narratore parte penalizzato ma ricade in piedi, in virtù dell?amore che rivolge al nuovo nato: ?Non gli levo gli occhi di dosso perché, tra le altre cose, lui è il mio faro. Getta una luce attraverso le tenebre. ? E ancora: ?Ho sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare (?) Ho bisogno di una vita intera, solo per cominciare a chiedere scusa."

Non è facile essere discreti su temi come questi.

Oddio. A me non è piaciuto per niente. Non credo neppure di averlo finito e succede molto raramente.
Mi chiedo cosa non ho colto. Probabilmente mi ha infastidito l'invenzione narrativa del padre morente "recuperato" in corner. O di quanto facilmente ci si possa liberare di un amore che forse tanto amore non era (infatti i due neogenitori scoprono all'unisono di non amarsi più, fantastico...).
Non so, ma non scomoderei né la tragedia greca né il Verga...

7. Beh, comunque l'ha fatta. Io non ci sono mai stato alla Holden, ho solo sentito un po' da una persona come funziona, e tra l'altro mi sembra interessante. La mia non voleva essere una nota di demerito, solo una constatazione. Ci sono vari autori e autrici che negli ultimi anni hanno pubblicato dopo essere passati dalla Scuola Holden, seguendone corsi esterni oppure quelli biennali (mi sembra). Penso sia anche chiaro che, se ad una persona non interessasse la scrittura, non ci andrebbe mai. E magari, chi sa, ci vanno anche persone che hanno del talento. Ripeto, la mia era una semplice constatazione. Curiosità. Tutto qua.

Ho letto l'ultimo Cavina (credo unico caso di ravennate ultras del Cesena), ambientato proprio nella mia città, dopo averne sentito parlare molto bene.
Forse a causa della grande aspettativa sono rimasto deluso da "I frutti dimenticati", per carità, non che sia un brutto romanzo, ma niente di speciale.
Cavina mi è parso un buon narratore ma non l'enfant prodige della letteratura italiana contemporanea.

Beh, di prodigio proprio non si può parlare.
E' un cantastorie con un dono: la semplicità. Non è un dono da poco.

"E? un cantastorie con un dono: la semplicità."

Bravo, quoto al 100%

ricevo da MARCOS e segnalo:

Cari amici,
I frutti dimenticati, l'ultimo libro di Cristiano Cavina ha messo d'accordo molti lettori entusiasti per questo romanzo sincero, commovente e scanzonato. Un romanzo che Cavina non poteva non scrivere.
Giovedì 23 aprile Cristiano Cavina, dopo aver girato in lungo e in largo l'Italia, sarà a Roma per un doppio appuntamento.
Nel pomeriggio si confronterà con i giovani lettori di diciassette scuole della capitale per "2009. Un anno stregato" organizzato dalla Fondazione Bellonci, mentre la sera lo troverete a raccontare di sé e del romanzo I frutti dimenticati con Carlo D'Amicis alla Libreria Altroquando.

ROMA
ore 16 BIBLIOCAFFÉ letterario
via Ostiense 95
Cristiano Cavina e Antonio Scurati
si confrontano con i giovani lettori di diciassette scuole romane
coordina l?incontro Stefano Petrocchi
organizzato dalla Fondazione Bellonci

ore 21.30 Libreria ALTROQUANDO
via del Governo Vecchio 82, 83
Cristiano Cavina dialogando con Carlo D?Amicis
presenta I frutti dimenticati
organizzato dalla Libreria Altroquando

[Cavina] carattere

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