Cattaruzza Marina

L'Italia e il confine orientale

Autore: 
Cattaruzza Marina

Dopo un oblio durato decenni, non c’è dubbio che nel dibattito politico e culturale italiano sia aumentata notevolmente l’attenzione dedicata alla storia del confine orientale. Dal 1989 in poi, mutato profondamente lo scenario internazionale con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, anche il nostro Paese si avviava in una fase di assestamento che, di lì a breve, avrebbe rivoluzionato il suo assetto politico e incoraggiato una revisione della sua identità di nazione.
Insieme con la “prima” Repubblica, entrava allora in crisi la narrazione egemonica e “ufficiale” della storia nazionale sulla quale essa si era sorretta e legittimata, quella antifascista che vedeva nella Resistenza il mito fondativo e rigenerante della “nuova” Italia uscita dal fascismo e dalla catastrofe della guerra.

Questa narrazione in parte rispondeva a una necessità politica. Alla sua nascita, essa era funzionale alle forze uscite vittoriose dalla guerra civile del 1943-45 per dar fondamento alla loro pretesa di essere espressione maggioritaria della società italiana, per rinforzare cioè la legittimità del loro potere. Assai cara alle loro culture politiche, e soprattutto a quella della componente comunista, era la rappresentazione di una Resistenza unitaria e integralmente “buona”, attraverso la quale un popolo intero era riuscito alla fine a “liberarsi”, a espiare vent’anni di regime fascista, a guadagnare la sua riabilitazione politica e morale. I partiti antifascisti, che avevano fatto parte del Comitato di liberazione nazionale, si consideravano e dipingevano come l’emanazione politica di questo movimento popolare che aveva portato alla riscossa. La cobelligeranza con gli ex nemici angloamericani, così si diceva, aveva fornito all’Italia il biglietto di ritorno verso l’agognato recupero della dignità nel consesso delle nazioni libere.
Purtroppo però la storia resta imperturbata, non viene cambiata dalle infinite narrazioni che possono essere formulate intorno a essa con le più diverse intenzioni. Tante sono le storie che si possono raccontare, verrebbe da dire con un po’ di ironia, ma una sola è la storia. E che il quadro restituito dal “canone” antifascista dovesse essere corretto in più punti, la storiografia l’ha riconosciuto solo con fatica e con molto ritardo, e per giunta è un riconoscimento ancora minoritario e nient’affatto serenamente accettato. Troppi non riescono o non vogliono capire, infatti, che storicizzare la Resistenza – la quale resta nel complesso un momento onorevole di storia italiana, fra i non molti – non equivale per nulla ad attaccarla, ma serve soltanto a comprenderla meglio, ad accoglierla nella storia nazionale per ciò che effettivamente è stata.
Com’è normale, oltre a produrre una serie piuttosto nutrita di interpretazioni distorte e a senso unico, ciecamente demonizzanti per un versante, gratuitamente apologetiche per l’altro, il quadro tradizionale tracciato da molta storiografia lasciava in ombra o addirittura espungeva tutti gli elementi in contraddizione con la propria coerenza interna.
Si evitava così di approfondire un insieme di episodi che possiamo suddividere in due gruppi. Da un parte, c’erano quelli che minavano l’immagine della Resistenza come movimento intrinsecamente concorde e tutto edificante: per esempio l’eccidio di Porzûs, o le foibe, o le violenze su fascisti e presunti “nemici del popolo” nel Centro-Nord dopo il 25 aprile 1945. Tutti avvenimenti che chiamano in causa l’atteggiamento tenuto dal comunismo italiano (e non solo italiano), i suoi obiettivi di allora e i mezzi da esso impiegati per raggiungerli.
Dall’altra, non venivano considerate a dovere quelle pagine di storia che contribuivano a rammentare la realtà della sconfitta epocale subita dall’Italia nella Seconda guerra mondiale, manifestatasi in forme drammatiche nella catastrofe nazionale dell’8 settembre 1943. E qui, a mo’ di esempio si possono citare la significativa amputazione del territorio nazionale a oriente e il conseguente esodo di 250-300mila connazionali dall’Istria, da Fiume, da Zara e da altri centri minori.
Si trattava, in entrambi i casi, di fatti che sminuivano indirettamente la valenza simbolica della Resistenza come momento di cesura, riscatto collettivo e “secondo Risorgimento”, occasione per il Paese di una nuova verginità politica e morale. Una lettura, questa, che stava comoda tanto alla nuova classe politica forgiata da quell’esperienza, per le ragioni più sopra evocate, quanto alla cattiva coscienza di un Paese desideroso in massa di farla franca, di voltare le spalle a un passato che l’aveva visto in grande maggioranza appoggiare una dittatura anche nelle sue decisioni più estreme.
Tutto ciò ovviamente ha ostacolato una riflessione rigorosa sulle cause e sull’ampiezza delle responsabilità sollevate dalla catastrofe finale, nonché sulle sue conseguenze. Si è cercato di circoscrivere le colpe dentro il “cerchio maledetto” del fascismo, fingendo di dimenticare che storia d’Italia e storia del fascismo per vent’anni erano coincise.
Come si è visto, proprio dal confine orientale provenivano un buon numero di avvenimenti sempre a rischio di svegliare nel Paese brutti ricordi. Questa, anche se non la sola, è una delle ragioni determinanti del perché tali eventi hanno atteso tanto a lungo per essere studiati dalla storiografia e conosciuti da una vasta porzione di opinione pubblica. Aiuta a capirlo il libro della storica triestina Marina Cattaruzza. Percorso da una capacità di analisi fuori del comune, ricco di proposte di revisione su alcuni consolidati giudizi storiografici (sul comportamento italiano alla Conferenza di Parigi dopo la Grande Guerra, sul “fascismo di confine” e sul Trattato di Osimo le più pungenti) il lavoro di Cattaruzza costituisce uno sguardo di lungo periodo sulla storia del confine orientale italiano, sempre nell’ottica delle sue relazioni con il resto della nazione e dei reciproci condizionamenti che si sono dati tra “centro” e periferia.
Un altro elemento che avrebbe giocato a favore della rimozione del confine orientale dall’orizzonte della memoria e della coscienza nazionali, l’autrice lo individua nella peculiarità, propria a quel confine, di esemplificare con efficacia la debolezza strutturale dello Stato italiano: ovvero l’incapacità dello Stato di “saturare” con la propria sovranità il territorio sotto sua giurisdizione. L’Italia, in altri termini, avrebbe in buona parte fallito il processo della sua nazionalizzazione (ma quanto ha pesato il non averlo coniugato per lungo tempo alla democrazia?). Un vuoto che si sarebbe reso drammaticamente più visibile in una regione dalla conformazione storica, culturale, etnica tutta particolare come la Venezia Giulia.
Ne esce l’immagine di un confine orientale come lente di ingrandimento di alcuni difetti “genetici” presenti nella struttura civile e istituzionale del Paese. Per tutto il dopoguerra, in quella lente l’Italia ha preferito non guardare attraverso. Vi avrebbe visti dilatati gli aspetti meno consolanti della sua storia.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.

Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna 2007.

L’autrice è docente di Storia contemporanea all’Università di Berna. Tra le sue opere precedenti, Trieste nell’Ottocento (Del Bianco 1995) e Socialismo adriatico (Lacaita, II ed. 2001). Ha inoltre curato, con M. Flores, M. Levi Sullam ed E. Traverso, la Storia della Shoah per l’editrice Utet (4 voll., 2005-6).

Patrick Karlsen, marzo ’07.

Già apparso su «Help!» aprile 2007, che si ringrazia.

ISBN/EAN: 
9788815113948

Commenti

"incoraggiato una revisione della sua identità di nazione"

> e questo nobile e necessario periodo è ancora in atto. Una diversa classe dirigente agevolerebbe la transizione.

"Alla sua nascita, essa era funzionale alle forze uscite vittoriose dalla guerra civile del 1943-45 per dar fondamento alla loro pretesa di essere espressione maggioritaria della società italiana, per rinforzare cioè la legittimità del loro potere."

> qui si parla molto chiaro, approvo di cuore. La categoria "guerra civile" è quanto mai opportuna. Del resto, ci siamo forgiati nello studio della storia degli antichi fasti di Roma e ben sappiamo che poteva tragicamente succedere che fratelli sparassero ai fratelli, per ragioni politiche. Ricordo che quando definii "guerra civile" il periodo che analizzi, ti parlo del 1998, non del 1958, un docente universitario mi fulminò. Docente di Storia, Romana peraltro:).

"Si evitava così di approfondire un insieme di episodi che possiamo suddividere in due gruppi. Da un parte, c?erano quelli che minavano l?immagine della Resistenza come movimento intrinsecamente concorde e tutto edificante: per esempio l?eccidio di Porzûs, o le foibe, o le violenze su fascisti e presunti ?nemici del popolo? nel Centro-Nord dopo il 25 aprile 1945. Tutti avvenimenti che chiamano in causa l?atteggiamento tenuto dal comunismo italiano (e non solo italiano), i suoi obiettivi di allora e i mezzi da esso impiegati per raggiungerli."

> applausi!

"Ne esce l?immagine di un confine orientale come lente di ingrandimento di alcuni difetti ?genetici? presenti nella struttura civile e istituzionale del Paese. Per tutto il dopoguerra, in quella lente l?Italia ha preferito non guardare attraverso. Vi avrebbe visti dilatati gli aspetti meno consolanti della sua storia."

> Notevole. Quando torno su andiamo a cercare copia del testo di Cattaruzza, e se abbiamo qualche giorno di tempo glossiamo qua e là e vediamo di stupirci una volta ancora per l'esistenza d'un segreto ritratto di dorian gray dell'italia.

ave buck

Ti legggo come sempre con interesse su questi temi, Patrick. Mi limito a dire ottima pagina - come al solito - e qui chiudo. Mi rendo conto che ogni volta che approfondisco un po'le cose dal mio punto di vista sorgono polemiche con qualcuno (ma con te sempre molto civili). Ho lasciato un commento su Calamandrei ma che in sostanza supporta l'argomentazione espressa da Franco. Anche li mi sono limitato a quel solo commento, perchè l'argomento si apriva a possibili polemiche (non con te, casomai con l'autore del testo). Ave!

Qualche ultima riflessione notturna...Ci sono diversi modi di approccio ai grandi problemi che la storia ci pone di fronte. Uno sicuramente poco proficuo è quello di entrare subito nella mischia, rintracciando qua e là nella letteratura sull'argomento quei documenti o pseudo tali che possono rafforzarci nelle nostre convinzioni oppure metterle in crisi: diciamo allora che quello che potremmo definire il ?metodo panflettistico?, che raduna le più svariate opinioni, anche se ben documentate, ci lascia alla fine con la sensazione dell'incompiutezza, e magari con l'ansia addosso di individuare nuove ?prove? che sappiano adeguatamente confutare le argomentazioni che non ci convincono del tutto. E' questo il caso del problema di Fiume e della Dalmazia. Nel caso deplorevole che dovessimo seguire la strada del pamphlet i materiali non ci mancherebbero davvero. A partire dal 1848 poi tale documentazione si farebbe addirittura esuberante, in coincidenza cioè del fatto che venne concesso dall'Imperial Regio Governo austriaco il permesso ai sudditi una certa libertà di espressione attraverso la stampa. Com'era vissuta dai Bosniaci e dai Croati la convivenza con gli Italiani? Dall'analisi di alcuni giornali dell'epoca, emergono, ?dalla parte degli altri? forti sentimenti avversi alla presenza italiana e un fiero desiderio di sganciamento dall'Austria, nonché di ricompattazione con le nazioni slave, e manifeste insofferenze verso la presenza italiana. Come si noterà, il sentimento nazionale in Dalmazia, da tutte le parti che si confrontavano, era decisamente forte, e gran parte delle discussioni vertevano sul problema della lingua, in forza del quale l'imposizione della lingua italiana era generalmente vissuta come un chiaro tentativo di staccare i popoli slavi dalle loro radici e di assimilarli all'Italia. Le radici del dissenso sono quindi molto lontane, e la storia della Dalmazia sarebbe proseguita per altri cento anni lungo la strada di un dissenso sempre latente e sempre irrisolto, che avrebbe visto un tragico momento del suo svolgimento verso la fine della seconda guerra mondiale. La vita come la storia ci dice che, se i problemi non trovano un loro razionale scioglimento diventano eterni, con crisi parossistiche gravissime che rasentano spesso la barbarie. Va da sé che questa non può costituire una conclusione, che pure cercheremo di tirare. Quali dunque le possibili soluzioni? Diceva Morris Ginzber che «una persona può essere pienamente convinta della verità delle sue idee, e nello stesso tempo riconoscere di non essere infallibile e ritenere ingiusto imporre le proprie vedute sugli altri con la forza. Il fondamento di questo rifiuto di usare la forza sta nell'idea che è meglio affrontare l'errore con la ragione...». Tradotto in termini politici, tutto questo cosa significa? Semplicemente che se ognuno resta immobile sulle proprie posizioni il conflitto è pressoché inevitabile.

Sulla Dalmazia e i dalmati italiani ci sono due bellissimi libri di Luciano Monzali (ed. Le Lettere), che veramente spiegano a meraviglia il mosaico nazionale e culturale della costa orientale dell'Adriatico dall'Ottocento in poi.

Per dirimere certe questioni, diciamo pure di "appartenenza" secolare di certi luoghi a una o a un'altra etnia, secondo me bisogna uscire dalle solite fonti storiche; occorre cercare nelle scienze sussidiarie della Storia, e nel caso specifico della "Dalmatia" bisognerebbe ricorrere a fonti topografiche e antiche carte geografiche: queste sono le fonti che bisogna far parlare, e a dirla tutta, va a finire che mi ci cimento; anche perché della zoma adriatica siamo in possesso do ottimi studi cartografici, redatti con una certa precisione se non ricordo male, già dal '300 e '400. Questi lavori erano in genere commissionati da Venezia a studiosi veneziani. Per capire poi le "tensioni" sulla costa adriatica che da secoli la travagliano, occorre anche qui una sorta di "deviazione" rispetto alla norma della ricerca e a mio avviso una scienza sussidiaria che ci potrebbe venire in aiuto potrebbe essere la GEOGRAFIA POLITICA, che un tempo era curata e ora non so. La geografia politica t'insegnava, per esempio, a studiare le "ragioni" dei conflitti delle Nazioni e dei popoli legandole strettamente alla geografia e a certe necessità geografiche delle Nazioni. Prendi, non so, la Russia: anche un ragazzino sa che una delle "tensioni" più forti dal punto di vista geopolitico della Russia era il fatidico e sempre agognato "Sbocco sul mare". Le guerre baltiche condotte già da Pietro il Grande contro la Svezia avevano tutte lo stesso obiettivo. Ragiona, dott. Franchi, per "simmetriche": Pensa a una città come Fiume: pensi che una città che ti offre lo sbocco geopolitico sul mare non sia appetibile da qualcuno lì vicino che tal sbocco non ce l'ha? ... Adesso mi riposo...

bux,

"Viaggio in Italia" di Piovene, 1953, Trieste IT da due mesi. pp. 67-78 (poco prima c'è Gorizia). Baldini MI 2007

decisamente nelle corde tue e della tua ricerca

Lo conosco, ma intendi 1954 (Ts IT in ottobre)?

Il libro dovrebbe essere stato composto tra 1953 e 1956; lui parla di Trieste due mesi dopo IT;).

E allora dev'essere dicembre 1954, Bux.

ecco fatto, datazione avvenuta:).

copertina!

copertina!

[Cattaruzza] carattere

[Cattaruzza] carattere