Caterini Andrea

Il nuovo giorno

Autore: 
Caterini Andrea

Identità, presenza, carnalità, coscienza: questi gli argomenti nodali dell’opera prima del letterato romano Andrea Caterini, classe 1981, il lirico e allegorico romanzo “Il nuovo giorno”. È un esordio caratterizzato da diversi aspetti almeno promettenti: a partire dalla linearità e dall’equilibrio della struttura, fondata semplicemente su una cornice narrativa (la linea d’ombra d’un giovane accademico, a un passo dal tenere la conferenza che potrebbe cambiare la sua carriera) e mise en abyme una trama seconda (espediente classico, un manoscritto ritrovato) che va a trasfigurare e rivelare il non detto, a indagare l’inconscio del protagonista. Quando l’indagine sarà compiuta, lo stato di consapevolezza acquisito – il rifiuto del sentiero accademico ormai tracciato, la necessità d’essere altro e di vivere con pienezza e presenza la propria esistenza: la fame, in altre parole, di reale e il rifiuto dell’astratto – si libererà in canto. Le ultime pagine del romanzo sono composte dalla poesia eponima: come avveniva, per intenderci, nel piccolo capolavoro di Jonathan Coe, “La casa del sonno”. La poesia testimonia il canto della coscienza nuova, dell’io redento, sorta di incipit vita nova; qualche verso sembra (inconsciamente?) reminiscenza di una ballata storica dei Radiohead, quella “Exit Music” colonna sonora di “Romeo+Juliet” di Baz Luhrmann.
La scrittura di Caterini è debitrice della poesia. Si respira profondamente, quella musica, in un passo come questo: che sembra una ricomposizione e un adattamento in prosa di antichi versi. “E che il Suo fuoco non mi incendi, ma lasci di me un corpo solido non più abitabile, visibile” (p. 106). È già scandito.

Quando Caterini sprofonda nella ricerca del senso, dell’essenza, del significato d’essere presenti a se stessi da dimentichi di tutto, da estranei a se stessi, allora la sua narrativa dà gli esiti migliori. Come ogni poeta vive e scintilla nell’analisi dell’anima, e dei sentimenti e delle intenzioni profonde. L’inconscio è la sua musa, il rimosso la sua chimera. Sembra cincischiare invece in qualche descrizione, andando per perifrasi e per didascalie, soprattutto nella parte iniziale dell’opera: la narrazione del pre-convegno accademico, sin dai prodromi, non brilla e non seduce, rivelandosi al limite funzionale. È necessaria ad accompagnare il giovane protagonista in un albergo: a fargli incontrare lo spettro di carne di un possibile futuro, incarnato in un professore universitario già ampiamente abituato ai privilegi e alla corruzione della sua casta, a fargli sentire disprezzo e distanza per la sua condotta, a fargli (ri)trovare un diario nella sua stanza. Quel diario racconta una vicenda che pretenderebbe una lettura psicanalitica, più che letterale: è la storia di un falso rapimento di due fratelli, della loro relazione, del rapporto con i genitori, della loro percezione dell’alterità. È una storia di carne e di morte: nuova conferma della ricerca di contatto, di annullamento di ogni mediazione, di letteratura che reclama fisicità. Scrivendo si ritrova il corpo, il contatto affievolito o smarrito: si va ribadendo la necessità di interazione, di incontro.  Non è forse un caso se – a un tratto – troveremo una descrizione pugilistica; una rarità ma non un hapax, nella nostra letteratura italiana, considerando le eccezioni di un Baricco di qualche anno fa (“
City”) e di diversi racconti brevi di cronisti sportivi (recentemente, penso ai libri dei romani Campofreda e Claudio D’Aguanno; per quanti fossero interessati a studiare la presenza del pugilato nella scrittura e nel teatro, segnalo Ruffini, 1994). La tendenza è sempre più chiara e nitida nelle letterature occidentali: non serve nominare i padri Brecht ed Hemingway, ma almeno i contemporanei Craig Davidson, Chuck Palahniuk, Thom Jones, che riservano diversa centralità al violento contatto fisico, in ogni caso, rispetto al marginale – ma emblematico – episodio trascritto, con bello stile, in questo romanzo.

***

Concludo campionando un passo suggestivo, ideale viatico alla lettura. È un esempio dello stile e dell’ambizione di Caterini, e dello spirito dell’opera.
“Mi chiedo se la coscienza serva davvero a qualcosa o se invece tutto ciò che facciamo e viviamo non sia nient’altro che un gesto illusorio, un tentativo disperato e irrazionale di coprire, riempire, vivere il buco profondo della mancanza, il taglio verticale sul Presente, sul Tempo” (p. 96).

La domanda rimane sospesa nelle nostre anime, germoglieranno pensieri nuovi.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Andrea Caterini
(Roma, 1981), scrittore e critico letterario italiano, cofondatore della rivista “(il) Crise”. Sta curando i “Diari” di Enzo Siciliano.
Questo è il suo primo romanzo.
 


Andrea Caterini, “
Il nuovo giorno”, Hacca, Macerata 2007.
Bandella di
Massimo Raffaeli
. Copertina di Maurizio Ceccato.

Approfondimento in rete:
Rassegna Stampa / Il Paradiso degli Orchi

LIBRI di HACCA in LANKELOT:
Reim Riccardo - Lettere libertine

Giachi Luca - Oltre le parole

Cojazzi Luigi - Alluminio. Intervista all'autore

Cojazzi Luigi - Alluminio

Veneziani Antonio - Cronista della solitudine
(con intervista)


Gianfranco Franchi
, aprile 2008

ISBN/EAN: 
9788889920176

Commenti

Identità, presenza, carnalità, coscienza: questi gli argomenti nodali dell?opera prima del letterato romano Andrea Caterini, classe 1981, il lirico e allegorico romanzo ?Il nuovo giorno?.

Date un'occhiata anche alla sua rivista:
http://www.ilcrise.com/

"Come ogni poeta vive e scintilla nell?analisi dell?anima, e dei sentimenti e delle intenzioni profonde. L?inconscio è la sua musa, il rimosso la sua chimera."
Mica male...
Però forse non è abbastanza. Non ancora, almeno.
Sta di fatto che leggere 1981 nella biografia mi fa effetto. E' il mio stesso anno di nascita...

E' un giovane critico molto promettente e già quotato.
Come narratore ha dei numeri. Vedremo che direzione prenderà.

(il link alla sua rivista non funziona)

(credo sia "server down". Ricordo bene quella schermata, anche da queste parti:). Solidarietà al Crise)

ummm. sto finendo di leggerlo.
grosse perplessità, ti dirò. la parte del giovane universitario in carriera mi è sembrata poco più di un pretesto. la parte più "lirica", funziona meglio.
però.
nella lettura, sento l'artificio di chi scrive. è una sensazione, nient'altro. se fosse un artificio perfetto, sarebbe grandioso, e anche se fosse completamente imperfetto. così, invece, mi sembra a metà strada.
per farla breve, mi sembra il giovane danielsan, quando pat morita gli dice: se stai su un lato della strada, bene. se stai sull'altro lato, bene. se nel mezzo...
comunque.
Hacca è su carta riciclata, e di questo gli va reso onore!
Altra cosa: l'edizione stira, allunga, lo scritto. Altrimenti il testo arriverebbe con più difficoltà sopra le 100 pagine. Questo fa sì che l'edizione sia molto chiara e leggibile, al tempo stesso viene da chiedersi (a me che non ho altri loro libri) se è una linea dell'editore, oppure se si è pensato ad un aumento di pagine tramite caratteri e margini e pagine bianche tra un capitoletto e l'altro.

In somma, per finire, una prova con qualche lampo che fa ben sperare, ma su cui (secondo me) c'è ancora da lavorare.

[Caterini] carattere

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