Castel-Bloom Orly

Dolly City

Autore: 
Castel-Bloom Orly

“Che razza di roba è la maternità, se non si può sorvegliare il proprio figlio non stop e alla perfezione?”

 

Orly Castel-Bloom dà vita ad un romanzo surreale e sanguinolento, la cui protagonista costituisce un’esasperazione in chiave parodica della yiddish mame e sono pagine di disinvolta ironia in cui l’autrice si prende gioco dei miti della letteratura ebraica: dal ruolo materno, al legame con Israele in quanto terra promessa, senza preoccuparsi di distruggerli, ma semplicemente scardinandone la sacralità e includendoli in una narrazione che fa del grottesco il proprio tratto distintivo, costituendone leitmotiv ed essenza. Perché “Dolly City” è un testo completamente fuori dai canoni, svincolato da qualsiasi schema e indifferente persino alla consequenzialità. Non c’è legame né logico, né temporale tra le vicende raccontate, piuttosto siamo messi di fronte ad una donna che descrive le sue ossessioni, farneticando di maternità, confini, eutanasia e pazzia. Senza nessuna volontà di serietà, ma anzi col piglio leggero di chi afferma con convinzione che “la vita è un ospedale per malati di mente”.

La realtà, allora è un’incidentale all’interno dell’assurdo; diventa citazione sporadica, ma mai banale con la scrittrice che si abbandona alla pura invenzione, per di più estremizzando, tanto da ambientare la storia in una città di fantasia: quella Dolly City introvabile nella cartografia israeliana, eppure così densa di somiglianze con la nota Tel Aviv. Ma soprattutto tanto da creare un personaggio paradossale come Dolly, affidandole l’onere di una prima persona che ne evidenzi le anomalie portandole all’eccesso e, contemporaneamente, dimostrando che non esiste nessuna madre come lei, ma che c’è un po’ di lei in ogni madre.

Troppo angosciata, di un’apprensione aggressiva, Dolly fa di suo figlio la cavia su cui misurare il proprio livello di collera, la vittima prescelta delle proprie manie e il tavolo operatorio dove lo apre e ricuce con ricorrenza giornaliera, diventa l’altare su cui ne sacrifica l’effettivo bene in nome della lacerante incertezza riguardo il suo stato di salute.

La malattia del dubbio e l’impellente necessità di cavarlo via col bisturi, sono quindi manifestazioni di quel non raro sentimento materno capace di trasformare l’amore in violenza, ma la Castel-Bloom non concettualizza, non cerca di impartire nessuna morale, si diverte a inquadrare quell’ipocondria feroce, quell’ansia insaziabile per il benessere fisico del bambino, quella “bulimia di preoccupazione” per ingigantirne l’atteggiamento che ne consegue e in virtù del quale una madre finisce col trasformarsi nella più crudele carnefice di suo figlio.

Dolly è un mostro, una paranoica che tagliuzza il proprio bambino a piacimento, arrivando a disegnargli la cartina d’Israele sulla schiena, per mezzo delle cicatrici dei suoi inutili interventi chirurgici. È l’esagerazione caricaturale di reazioni a problematiche più o meno comuni: l’ossessione per il cancro, la forzata convivenza con gli arabi, la gestione etica della professione medica, il timore del dolore, il rapporto con Dio, le responsabilità derivanti dall’essere genitori.

Ma è tutto pienamente coerente. La cronaca delle sue scelleratezze, non disgiunta dalla candida ammissione di colpevolezza legata anche ai ripetuti tentativi di fornire spiegazioni logiche ai propri comportamenti, testimoniano la volontà di fare di Dolly un personaggio impossibile impedendo qualsiasi processo di identificazione da parte del lettore, anzi sottolineando una distanza incolmabile, pur nella verosimiglianza di emozioni condivisibili. Lei vuole proteggere suo figlio. “Vuole solamente difenderlo dalle brutte cose. Vuole che viva fino a centoventi anni e non ci trova niente di male”. Non trova niente di sbagliato nel “pretendere il controllo su tutti gli ambiti” della sua vita, ma al contempo sa che dopo le torture inflittegli, dopo lo “strato di colla sulla schiena per restare divisi”, dopo tutto quello che gli ha fatto, “una pallottola o un coltello nella schiena in quanto dirottatore di aerei, non sono nulla di insormontabile”.

Inutile ribadire quanto tutto questo sia fuori dai canoni, quanto manchi di quella sobrietà di cui si permea la linearità. Perché Dolly è diversa. Dolly è folle e “non c’è dubbio che la pazzia sia un animale predatore. Il suo nutrimento è l’anima” che saccheggia e deforma snaturandola. Eccolo, quindi, l’escamotage neanche tanto letterario, con cui la Castel-Bloom riesce in qualche modo a dare amalgama al suo romanzo, fornendone al contempo anche chiave di lettura. E ha ragione la Lowental nella prefazione quando parla di “libro leggero nel senso più profondo del termine poiché sospeso a qualche distanza da terra, da ogni possibile realtà”. Un libro in cui autrice e protagonista “non fanno altro che presentare e confrontarsi con le inesauribili possibilità del reale” senza escludere nessuna eventualità, anzi inglobando anche quelle più improbabili e per questo sfociando in un umoristico surrealismo.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Orly Castel-Bloom è nata a Tel Aviv nel 1960 ed è autrice di numerosi romanzi (Dolly city, Mona Lisa, Les Radicaux libres). Ha studiato cinema, ma poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Scrive in ebraico, anche se la sua lingua materna sarebbe il francese. È considerata una delle migliori scrittrici israeliane della sua generazione.

(fonte: RaiLibro)

 

Orly Castel-Bloom, “Dolly City”, Stampa Aternativa, Viterbo, 2008
Traduzione e prefazione di Elena Lowenthal
Pp. 162

Approfondimento in rete: Prefazione / RaiLibro /Almanacco della Scienza

 

Angela Migliore, giugno 2009

ISBN/EAN: 
9788862220286

Commenti

Meno entusiasta della Lowenthal, ma comunque soddisfatta della lettura. Affascinante questa distorsione della yiddish mame. Grazie per il consiglio, Franco. Non ne sbagli uno!!

Intanto fuori due, piano piano provo a mantener fede al proposito.

Tifiamo Migliore!;).
Momento e leggo.

" Perché ?Dolly City? è un testo completamente fuori dai canoni, svincolato da qualsiasi schema e indifferente persino alla consequenzialità. Non c?è legame né logico, né temporale tra le vicende raccontate, piuttosto siamo messi di fronte ad una donna che descrive le sue ossessioni, farneticando di maternità, confini, eutanasia e pazzia. Senza nessuna volontà di serietà, ma anzi col piglio leggero di chi afferma con convinzione che ?la vita è un ospedale per malati di mente?.

> Da quarta...;)

"E ha ragione la Lowental nella prefazione quando parla di ?libro leggero nel senso più profondo del termine poiché sospeso a qualche distanza da terra, da ogni possibile realtà?. Un libro in cui autrice e protagonista ?non fanno altro che presentare e confrontarsi con le inesauribili possibilità del reale? senza escludere nessuna eventualità, anzi inglobando anche quelle più improbabili e per questo sfociando in un umoristico surrealismo."

> Bella scheda - come sempre - limpida e lucida. Danke Angela!

ottimo, ma il libro mi pare proprio allucinante, paranoico.

"La malattia del dubbio e l?impellente necessità di cavarlo via col bisturi, sono quindi manifestazioni di quel non raro sentimento materno capace di trasformare l?amore in violenza, ma la Castel-Bloom non concettualizza, non cerca di impartire nessuna morale, si diverte a inquadrare quell?ipocondria feroce, quell?ansia insaziabile per il benessere fisico del bambino, quella ?bulimia di preoccupazione? per ingigantirne l?atteggiamento che ne consegue e in virtù del quale una madre finisce col trasformarsi nella più crudele carnefice di suo figlio"

! (questo sarà il mio unico commento)

2- Tifa, va! Chè sapere di avere dei supporters fa bene all'umore.

3, 4- C'è voluta un'eternità ma alla fine ne ho scritto, provare a farlo a dovere era il minimo! :)

5- Sì, Marina è un libro fuori dai canoni, però merita.

6- E' un argomento non semplice e la chiave di lettura della Castel-Bloom, per quanto insolita e sopra le righe, non manca di fornire ampi spunti di riflessione.

7,2. accadrà sempre;)
(a proposito, poco fa nuova scossa di terremoto abbastanza credibile, qui a RM. Spero l'epicentro non fosse di nuovo in Abruzzo)

(Ah, non ne sapevo nulla.
Un paio di giorni fa ce n'è stata una anche a Reggio Emilia.
Tutto bene, sì?)

sì sì:).
Ormai ci siamo abituati, credo. Sto cominciando a smettere di pensare alla frase "Roma non è territorio sismico" che avevo mandato a memoria venticinque anni fa, alle elementari, ma per il resto ok:)

invece no
Forte scossa nell'Aquilano: magnitudo 4.6 poco fa
povera gente, speriamo bene

Dai, rispetto ad una napoletana abituata agli scossoni sei in vantaggio. Hai potuto crederci per un bel po'. :)

:))))

14- A volte il destino (chiamiamolo così) sembra accanirsi...

Eh...