“La mattina rimaneva a casa a studiare. Si preparava all’ultimo esame del primo anno ’Istituzioni di diritto civile’. Doveva portare il primo libro del Codice, quello riguardante la famiglia. Era una lettura appassionante e snervante insieme. Egli riferiva mentalmente tutto ad Anna. La sposa di cui parlava il Codice era Anna. Lo sposo era lui. E la chiesa nella quale si celebrava il matrimonio religioso era il Duomo di Volterra. Egli sentiva il fascino del matrimonio e, insieme, il fascino della religione; ma continuava a credere che la famiglia e la chiesa fossero i due cancri dell’umanità. E Anna non riuscì a strappargli nessuna promessa riguardo al futuro”(pag.71).
Volterra, San Ginesio, Grosseto vedono nascere la storia di Anna e Fausto, destinati ad un amore funestato dall’impenetrabilità dell’animo umano e dalla morsa traditrice dell’incomunicabilità. Le loro vite incrociate per caso in un paesino toscano al limitare dell’adolescenza sono destinate per loro stessa colpa ad annacquarsi nel fiume della storia, dal destino fatale che vuole Fausto lontano prima per motivi di studio e poi di lotte partigiane. Anna si sposa senza amore in uno di quei matrimoni che potremmo dire combinati ma che non allontaneranno del tutto dal cuore il giovane amico che, nel frattempo, “rosso di vergogna per il ricordo, Fausto se ne tornò nella stradella sporca e solitaria, che gli pareva lo specchio della sua vita. Uno dopo l’altro richiamò alla memoria i soprusi di cui era stato vittima da parte dei compagni di scuola e di gioco. Era stato un ragazzo debole e pauroso, e i compagni lo avevano sempre disprezzato e svillaneggiato. Ora Fausto vedeva chiaro nelle proprie ambizioni intellettuali e letterarie. Erano nate da un desiderio di rivalsa. A lui il destino non aveva concesso il ‘piacere della salute maschia e violenta’, come la chiama Joyce, e gli altri ragazzi lo avevano sempre disprezzato e svillaneggiato. Da quel complesso d’inferiorità erano nate le sue aspirazioni a essere un uomo superiore. I calci di De Mattei avevano fatto nascere i suoi atteggiamenti antiborghesi e la sua ‘vocazione’ letteraria. Passò in rivista gli altri letterati che conosceva. Rievocando i loro volti occhialuti, i loro corpi sgraziati, la loro timidezza e goffaggine giunse in un lampo alla conclusione: l’arte, la cultura erano il rifugio degli scarti, di coloro che nella vita avevano ricevuto solo un’umiliazione (pag.87).
Un brano importante, duro, che mette in evidenza Fausto, il personaggio a mio avviso più rilevante tra i due, perché più complesso, meno rifinito, che riassume sfaccettature di un’epoca, di un vissuto, della realtà nella sua estrema solitudine. Fausto è un indeciso, un pesce fuor d’acqua in ogni situazione in cui viene a trovarsi; coinvolto suo malgrado o teoricamente convinto dall’ideologia del momento, lascia Anna nella fase culminante del loro amore, per inettitudine, per l’incapacità di concretizzare ciò che lui è o sente veramente. Fausto si lascia travolgere senza pensare a ciò che realmente scrive nelle lettere offensive che invia ad Anna, ma è alla sua casa che torna finalmente quando tutto sta per finire, quando comprende di sentirsi lontano dal modo di essere degli uomini della Resistenza. Il suo è un desiderio di semplicità, o meglio di autenticità, dopo che un soldato inglese gli apre gli occhi di fronte alla violenza del gruppo partigiano a cui si era unito. Eppure avrà la capacità di perdere un’altra occasione, questa volta per motivi diversi in realtà solo sfiorati dalla narrazione.
Cassola ha uno sguardo vigile e allo stesso tempo svagato sui suoi personaggi; gli interessa cogliere oggettivamente il tempo in cui sono inseriti, gli interessa il frammento, tralasciando gli intrecci psicologici delle figure che si sviluppano lungo la storia, o meglio le due storie perché dopo un incipit comune il libro si divide in due parti, la storia di Anna senza Fausto e la storia di quest’ultimo senza Anna fino all’epilogo.
“E’ inutile tentare di far violenza a se stessi, io non sono comunista, non lo sarò mai. Io sono un intellettuale, aggiunse dopo una pausa. E un intellettuale non appartiene a nessuna classe, a nessun partito; un intellettuale fa parte per se stesso. E per quanto si sforzi non può uscire dalla torre d’avorio del proprio egoismo, io mi ci sono provato, più volte a uscire fuori dal mio egoismo, a cercare di prendere contatto con gli altri uomini: l’ultimo tentativo l’ho fatto con voi…ma vedo chiaramente che si tratta di un nuovo fiasco. E’ così, non c’è niente da fare. Io ho ripudiato la mia classe, ma non posso nemmeno entrare nella vostra. Noi intellettuali non abbiamo il senso della solidarietà” (pag.287).
Fausto si muove senza ragione, come dice in una discussione, va a fare il partigiano senza un credo, “per sport”, perché si annoiava. Tutto sommato un personaggio che nella sua solitudine si rivela insoddisfacente.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Carlo Cassola (Roma, 1917 - Montecarlo, 1987) scrittore e saggista italiano.
Carlo Cassola “Fausto e Anna”, Einaudi, Torino, 1972. Illustrazioni di Michaela Barasky. Prefazione di Giorgio Barberi Squarotti.
Prima Edizione: 1952. Attualmente fuori catalogo.
Movida, agosto 2010
Commenti
(Cassola) "Egli sentiva il
(Cassola)
"Egli sentiva il fascino del matrimonio e, insieme, il fascino della religione; ma continuava a credere che la famiglia e la chiesa fossero i due cancri dell’umanità."
Reduce dalle ferie estive e dalle letture promesse.
[cassola] speciale
[cassola] speciale CASSOLA! http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3201.0
[fausto e anna] pezzo
[fausto e anna] pezzo attesissimo:). Molto felice di leggerlo, Movi. E', come sempre, un'analisi molto equilibrata, ragionata e documentata.
(Cassola) grazie. A
(Cassola) grazie. A brevissimo un altro.:)
[cassola] e questa è un'altra
[cassola] e questa è un'altra bella notizia:). Grazie Movi.