Caruso Massimo

Yılmaz Güney. Liberare il cinema

Autore: 
Caruso Massimo

Ai tempi in cui era una star del cinema popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster. Il pubblico, soprattutto quello poco raffinato, non solo si immedesimava nei suoi ruoli, ma gli voleva bene, lo considerava uno dei suoi. La sua parabola da divo a regista è accostabile (in termini generali e talvolta specifici) a quelle del nostro De Sica o del maestro Eastwood. Di mezzo una spezia pasoliniana per una passione letteraria e scrittoria che fu l'inizio dei suoi guai giudiziari: nel 1961, a ventiquattro anni, viene condannato a un anno e mezzo di prigione per aver pubblicato un romanzo “di propaganda comunista”. All'anagrafe Yılmaz Pütün, il mondo lo ricorda come Yılmaz Güney, letteralmente traducibile con qualcosa come “sud integerrimo”; non è pedanteria di redattore: in turco ogni nome ha un significato! L'apice della sua carriera lo visse lontano dalla sua gente, in Francia, ricevendo la Palma d'Oro di Cannes per il lungometraggio Yol e morendo poco tempo dopo, avendo giusto il tempo di girare un ultimo film, Duvar. Senza quel premio probabilmente non ci ricorderemmo di lui. Merito di una Francia che in quegli anni dava accoglienza a più di un intellettuale esule: oltre a Güney, in quegli anni a Parigi c'erano Solanas e Costa Gravas, ad esempio, mentre già negli anni Settanta Sartre si era speso per una campagna internazionale contro la carcerazione di Yılmaz del 1972. Anche l'Italia lo conobbe negli anni '80, attraverso il Festival di Pesaro e qualche sparuto volume. Ora provano a rinfrescarci la memoria sempre dall'Adriatico (sarà poi un caso che quella sponda sia la più protesa verso l'Anatolia?), ma un po' più a sud di Pesaro: al Festival del Cinema europeo di Lecce nel 2010 hanno presentato una ricca retrospettiva sul regista turco/curdo e da questa è poi nato il volume che abbiamo fra le mani: Yılmaz Güney. Liberare il cinema, a cura di Massimo Caruso.

Apriamolo. Cosa ci troviamo dentro? Apre le danze l'introduzione del curatore Massimo Caruso; seguono interventi dei giornalisti e critici Roberto Silvestri, Orsola Casagrande, Silvana Silvestri, Emmanuela Martini, Giuseppe Gariazzo. Sei scritti originali di Güney. Ricordi e pensieri di persone vicine al regista, la moglie Fatoş Güney, il collaboratore Ahmet Soner, nuovi registi promettenti come Özcan Alper e altri di origine turca già più che affermati come Ferzan Özpetek o Fatih Akın. Materiali come un'agevolissima biografia, schede film e un ricordo dei filmakers Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi che accennano alla denuncia da parte di Güney del genocidio armeno. Chissà perché quelli come lui (vedi Hikmet o Pamuk) la Repubblica turca è usa incarcerarli o esiliarli per poi rendersi conto di come siano i suoi migliori artisti solo diversi anni dopo la loro morte? Ma questo sarebbe un altro discorso...

Yılmaz nasce nella provincia di Adana da famiglia di emigranti curdi. Si è sempre definito un curdo assimilato, ma non dimenticherà mai le sue origini e lotterà a sostegno del suo popolo. Da ragazzo fa qualunque tipo di lavoro, dal manovale al bracciante, dal commerciante al tizio che consegna le pizze dei film nei villaggi più sperduti per allietare le serate estive delle classi povere: a buon intenditor... Va ad Ankara a studiare Legge. Inizia a scrivere e a leggere molto. Per poter campare di scrittura però c'è bisogno di buoni contatti e quelli si trovano a Istanbul. Lì si aggira per i quartieri della casa cinematografica Yeşilcam che lo tira dentro in ruoli da duro...è lì che nasce il divo del “re brutto”. Non è un attore d'accademia, ma quello che piaceva al pubblico l'aveva intuito nelle proiezioni estive dei film americani che portava nei villaggi giù ad Adana. Dal 1963 al 1966 recita in 39 film. Dal '66 inizia a prodursi e a dirigersi. Nel 1972 torna in galera per aver dato ricovero a degli studenti anarchici, ricercati furiosamente dalla polizia dopo che l'ambascatore americano era stato rapito e ucciso da un gruppo studentesco di sinistra; tre ragazzi finiranno impiccati. Due anni dopo esce dal carcere e inizia le riprese di Endişe, ma durante una cena ha luogo una rissa fra la troupe e un gruppo di destra. Un giudice finisce ucciso da un colpo di pistola. Nessuno ha mai chiarito chi abbia fatto partire quel colpo, ma dentro ci finisce Yılmaz. Gli danno diciotto anni, ma poi ne aggiungono sette per ogni articolo che scrive dal carcere per una rivista politica. In carcere ha luogo uno degli esperimenti di cinema più estremi che la storia della settima arte contempli. Güney scrive sceneggiature dettagliatissime: spiega ai suoi collabratori i luoghi, gli angoli, gli orari, i filtri con cui devono essere fatte le riprese. Grazie ad una scrittura allenata e vivida dà l'idea concreta di ciò che vuole vedere. Sceglie gli attori. Scrive loro cosa devono provare. Affida tutti gli scritti ai suoi collaboratori (i più importanti Serif Gören e Zeki Okten), poi prende visione del girato e gestisce il montaggio con una o due visioni delle pellicole, a seconda della benevolenza dei carcerieri e dei secondini che non possono dimenticare che lui è “il re brutto”. I film migliori di Güney vengono creati così, “da dentro”: Zavallılar (1974), Sürü (1978), Düşman (1980, con menzione speciale a Berlino) e Yol (1982, con Palma d'Oro a Cannes). Sfruttando una breve licenza evade dal carcere (come aveva fatto uno dei protagonisti di Yol!) e trova asilo in Francia dove gira il suo ultimo film e muore nel 1984, stroncato da un tumore allo stomaco. Nel volume si accenna all'aiuto fornito all'evasore da Gian Maria Volonté, ma non si approfondisce. Vorremmo saperne di più!

«Güney era un guerriero. Ha vissuto la sua breve vita con intensità, con ardore e passione. I suoi film sono pieni di passione. E questo ha ispirato molti..», scrive Fatih Akın; Wim Wenders gli dedica un posto speciale nella sua Chambre666; per Solanas «Era un poeta»; per Elia Kazan era un orgoglio e un amico, tanto che gli dedica una visita in carcere con relativo articolo su Positif (1980); Costa Gravas, che ebbe a condividere con lui la Palma dell'82, non sbaglia nel dire che è stato il più importante regista turco, ma andrebbe aggiunto che è anche il padre sdoganatore e ispiratore del cinema curdo, antesignano di artisti come Ghobadi e Hiner Saleem. La critica italiana se lo è lasciato scappare in questi ultimi ventanni o è rimasta sempre appiattita sul paragone col neorealismo nostrano. I suoi film sono difficili da trovare. Approfondimenti critici ancora peggio. Questo volumetto curato da Massimo Caruso e arricchito soprattutto dai contributi raccolti da Orsola Casagrande, dà scia alla retrospettiva del festival dell'aprile 2010 e ridà respiro alla conoscenza di un personaggio che andrebbe approfondito specialmente laddove si sentisse il bisogno di un cinema che faccia presa sulla realtà concreta, che sappia documentare oltre che raccontare, dare voce ai muti, ricordo ai dimenticati, luce alle oscurità della storia.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE: Massimo Caruso è vicepresidente del Centro Studi Cinematografici di Roma. L'edizione esaminata è Besaeditrice, Salento books, Lecce 2010 e, come detto, fa seguito alla retrospettiva dedicata all'autore dal Festival del Cinema europeo di Lecce: http://festivaldelcinemaeuropeo.it/it/section/95


Francesco Marilungo, marzo 2011.
ISBN/EAN: 
978-88-497-0693-2

Commenti

[yilmaz guney] scrive

[yilmaz guney] scrive Francesco: "Ai tempi in cui era una star del cinema popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster..."

> buona lettura!

[massimo caruso] aggiungo

[massimo caruso] aggiungo qualche tag, amice franz! Così ne migliora la reperibilità, qui: http://www.lankelot.eu/archivione

[libro su yilmaz guney]

[libro su yilmaz guney] bell'articolo - e questo apprezzamento con te non mi stanco di ripeterlo, non mi stancherò, finché non ti leggerò su qualche bel periodico cartaceo, giustamente prestigioso. Bravo.

La clausola mi ha colpito molto: "un cinema che faccia presa sulla realtà concreta, che sappia documentare oltre che raccontare, dare voce ai muti, ricordo ai dimenticati, luce alle oscurità della storia". E molto mi ha colpito la vicenda politica e artistica del tuo amico Guney. Servirebbe un film su di lui. Ma - è questo il paradosso - dovrebbe essere girato a Hollywood, per avere speranza di cambiare realmente qualche equilibrio, e qualche pregiudizio.


[Güney]: Davvero ottimo link!

[Güney]: Davvero ottimo link! grazie