Prendete a esempio lo spietato sarcasmo che gli ingegneri rivolgono ai loro colleghi: sembra che la categoria trovi irresistibili certe ironie. Il più delle volte rimangono tristemente autoreferenziali, però: ho visto ingegneri ridere di gusto per una battuta riferita a un collega alienato, una boutade che voleva essere brillante e autoironica e si rivelava astrusa, mentre i presenti mantenevano un silenzio orrendo e carico di significati. Ecco: nel caso del primo romanzo breve del letterato Alessandro Carrera si stabilisce un meccanismo del genere.
L’autore si rivolge a noialtri laureati in lettere (meglio ancora: disoccupati in lettere), ma riesce a trasmettere ilarità soltanto alla sua stessa riserva indiana: l’impressione è che si stia sparando, con grossolana dolcezza, sulla croce rossa. Si ride, ma in fondo non c’è troppo da ridere. Anzi. Ecco un interessante paragrafo in proposito.
“Un laureato in lettere disoccupato è una vista che spezza il cuore ai sassi. Un laureato in lettere disoccupato è uno che ha preso l’autostrada della vita, ha seguito per sbaglio dei cartelli di lavori in corso e adesso non sa più come rimettersi in corsia. Niente al mondo è più inutile di un laureato in lettere disoccupato. Un asteroide caduto fuori dalla sua galassia ha più motivo di esistere di un laureato in lettere disoccupato. Un neutrino che vive per un miliardesimo di secondo porta più contributi all’universo di un laureato in lettere disoccupato. Una mutazione genetica sterile è più soddisfatta del suo ruolo nell’evoluzione della specie di quanto non lo sia un laureato in lettere disoccupato”.
(Alessandro Carrera, “La vita meravigliosa dei laureati in lettere”, capitolo III, “L’Andrea Doria”).
In altre parole, l’intento è quello di ridicolizzare, non senza nascondere spirito di corpo, l’intera categoria dei disperati laureati-disoccupati in Lettere dell’Italietta contemporanea: con ironia, appunto, da ingegnere.
L’ironia da ingegnere scatena risate convulse tra ingegneri. In altro ambiente, risulta alla lunga vagamente stucchevole. Bene ha fatto Carrera a propendere, per un’opera come questa, per il pattern del “romanzo breve”: nelle prime pagine l’impatto è folgorante, l’allegria e il grottesco sono trascinanti e non c’è motivo di nascondere apprezzamento per il libro. Col passare del tempo, si ride meno: va bene denigrarsi e schernirsi, ma a un certo punto ci si può identificare con eccessiva spontaneità nello spirito dei meravigliosi laureati in lettere di Carrera e comprendere che chi simpaticamente si fa beffe dei propri simili altri non è che un meraviglioso laureato in Filosofia Teoretica (se le fonti non ingannano) che insegna in Texas.
Professore, professore…
***
Lingua bizantina savinieggiante (e comunque molto meno trasandata di quel che si vorrebbe far credere), toni vagamente debitori di certa produzione di Benni e ancora dello stesso Savinio, dialoghi vivacissimi e deliziosi, improvvisi deliri sono il sangue e il magma di un testo accattivante e complessivamente divertente.
Protagonisti principali sono i due laureati in Lettere Renato e Rinaldo, detto Rino: stessa laurea, diversa sorte.
Renato è professore di ruolo in una scuola media di Milano. È scontento, insoddisfatto e tormentato: medita di abbandonare l’attività per dedicarsi al commercio dei “prodotti naturali”, vagheggiando fortune e ricchezze.
Rinaldo è un disoccupato che “languiva supplenze”: correttore di bozze, “negro per qualche giornalista sovraffaticato”, è invece allegrotto, “ilare e francescano”, nonostante le difficoltà economiche.
Renato deve darsi malato per poter seguire uno stage sull’argilla ionica: Rino s’appresta a sostituirlo. È il principio di una serie di stravaganti e meravigliose (ovviamente) avventure, a metà strada tra surreale e nonsense, tra spogliarelliste laureate in lettere, biscotti della fortuna da consegnare all’Imperatore cinese, seducenti dottoresse della ASL e ingombranti profezie destinate a pesare sulle spalle d’un povero supplente, costretto a salvare la scuola pubblica.
Si ridacchia, ci si diverte, a volte si ha la tentazione di volare fino a Houston per dare una robusta pacca sulla spalla a quello scanzonato compagnone del Carrera: ah, ah ah. Che spasso ‘sti laureati in lettere.
Atipico e dissacrante. Da leggere.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alessandro Carrera (Lodi, 1954) romanziere, poeta e saggista italiano. Meraviglioso laureato in Filosofia Teoretica. Docente di Letteratura Italiana all’Università di Houston, Texas.
Tra i suoi saggi: “La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America” (2001).
Alessandro Carrera, “La vita meravigliosa dei laureati in lettere”, Sellerio, Palermo, 2002.
Il libro è strutturato in ventisette capitoli, numerati progressivamente.
Interviste: Andrea Monda intervista Carrera (RaiLibro)
Recensioni: Stradanove. Segnalo poi la stravagante pagina di Tempia in RicreAzione.
Per approfondire: ‘tina. La rivistina di Matteo B. Bianchi. (contiene un racconto di Carrera: “Il tradimento di Eva Kant”).
Lankelot Franchi, 11 novembre 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
Grazie a Paola B. per la segnalazione:)
E un caro saluto all'autore, che fa ironie sui potenziali colleghi dall'alto d'una cattedra americana.
Mi piacerebbe questa lettura. Sono certo che non succederà, è inquietante l'accumularsi di arretrati, ma mi piacerebbe.
Ti butto lì qualche riga sul problema relazionale tra ingegneri e letterati, sperando di non cadere in quella autorefernzialità che biasimavi in questi giorni.
I due gruppi non si possono vedere, ed è innegabile, per l'esecrabile tendenza degli ingegneri ad avere la cultura di una gallina, senza nulla togliere alle galline.
In compenso gli ingegneri sgobbano come cani, posso dirlo di prima mano, orari da cinquanta sessanta ore a settimana di lavoro, e non parlo di letture amene e di Focus, intendo lavoro che ti spacca il cranio.
Quando poi ti capita di vedere i colleghi di là che si fanno una quindicina di ore di corsi a settimana e altre quindici ore di studio e magari si lamentano dello stress, pretendono riduzione del carico di studio e ti prendono per il culo perché non hai nessuna idea di cosa possa aver mai scritto un qualche minore francese ti possono francamente girare. Da qui il disprezzo non molto velato nei confronti dei laureati in lettere "inutili" e disoccupati.
L'ingegnere dopo aver sgobbato come un cane solitamente trova un lavoro; ha mediamente passato cinque anni a tirarsi a memoria tonnellate di formule. Posso dirti per esperienza semidiretta che un'ampia percentuale non c'arriva con i propri mezzi e a ventuno ventidue anni tira di coca. Non scherzo.
Se gli chiedi cosa fa nel temo libero ti guarda esterefatto. Tempo libero? Studi lettere?
Avendo imparato a fare troppe cose non si è mai interessato al perché le fa, a chi ne approfitta, a cosa potranno mai essere usate. Spesso non ha la formazione intellettuale sufficiente a scrivere un testo coerente nella sua lingua, e parlo per esperienza. Ho ripulito testi di amici francofoni offesi dalle mie correzioni. Scambiavano l'infinito e il participio passato dei verbi.
Bisogna anche riconoscere, spero non pesi ai laureati in lettere, che l'ingegnere medio è ignorante in materia letteraria, e siamo d'accordo, ma che il laureato in lettere medio in scienze esatte va catalogato molto al di sotto dell'ignoranza selvaggia. Ora l'ingegnere generalmente si sente velatamente frustrato e offeso dalla propria ignoranza ma la riconosce. Sa di non capire un accidente quando vede rappresentare Shaekspeare.
Il laureato in lettere non ha mai nemmeno provato a mettere il naso in una rivista di scienze. Pretende di legiferare su energia atomica e OGM ma non sa praticamente nemmeno cosa siano.
Spesso non solo non conosce niente di scienze, ma fa della sua ignoranza un vanto; è fiero di non aver mai toccato quelle arti sporche e indegne del vero uomo di cultura.
Se parla del suo lavoro non vuole sporcarlo adattandone i contenuti alla portata di chi non ha la sua stessa laurea, ma non riesce a far funzionare un elettrodomestico, e se proprio deve documentarsi sul funzionamento del suo forno a microonde pretende una spiegazione semplice e lineare. È chiaro che questa gli è dovuta, e in un italiano impeccabile naturalmente.
Questo personalmente mi da parecchio da riflettere.
Da figlia di un ingegnere elettrotecnico e di una professoressa di italiano dico che michele_bonaventura ha ragione da vendere.
Io spero solo che quello che dice cominci a non essere più vero per le nuove generazioni, se non altro per la varietà-completezza-facilità di reperimento dell'informazione scientifica.
Non posso che auspicare un ritorno ad Alberti o a Leonardo da Vinci. Posso dirvi questo. Tuttavia, ho il sospetto che la quantità e la qualità degli studi necessari sia diversa rispetto a cinquecento o seicento anni fa; al contempo, la società contemporanea pretende - e direi giustamente - specializzazione. Ben diversa dal passato.
Dubito fortemente - e te lo dico con voce chiara e forte, Michele-Thomas - che i letterati vogliano "Pretendere di legiferare su energia atomica e OGM" - personalmente, non ne conosco uno che parli in merito con quell'intento.
Infine, dubito fortemente che i salari degli ingegneri - e la relativa stabilità sociale - siano quelli dei letterati. Perdonami ma ci metto le palle sul fuoco. Questa società è più figlia degli ingegneri (magari addirittura "ministri della giustizia") che di letterati. E non va granché bene. Sarà che non hanno letto Dossi.
Quanto a "sgobbare come cani", il discorso si complica. Non conosco nessuno - diciamo tra gli under trenta - che abbia letto quanto me. Ti assicuro che non basta aver letto e studiato tanto.
Infine... "è fiero di non aver mai toccato quelle arti sporche e indegne del vero uomo di cultura."
> Il problema è che non sono arti, purtroppo. E sono tutt'altro che indegne della cultura, al contempo.
A proposito di letterati...cavolo. stavo per scrivere di wallace, che ha scritto un libretto sull'Infinito, matematico, ma è laureato in filosofia, in logica. fregato mi avete. sono fortunato a non essere laureato, allora. comunque mio fratello, ingegnere, non va male a letture;-)
Magari spunta fuori un Gadda:). Io ci spero. Salutami tuo fratello;)
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Wallace. Scrivi scrivi. Vai. Questa è una pagina del novembre 2003... i commenti sono più recenti. La pubblicazione su lanke.eu è di settembre 2006. Il tempo - vedi - non esiste.
5> Non so. Tra gli ingegneri la percezione della politica è di gestione da parte dei letterati. È curioso.
Io ho scelto di vivere nel limbo tra le due e mi accorgo di tanti strani comportamenti. Ad esempio la diffusa convinzione che fare l'ingegnere ti porti ad avere un sacco di quattrini.
6> Si parlava di dominio dell'Io? Com'é che il discorso è passato a Franco? Ti ritieni un rappresentante dei valori medi della tua categoria?
Tu hai letto, quanto una cinquantina di libri l'anno per dieci o quindici anni? (Fa circa un libro a settimana, ed è un ritmo della madonna; é quello che leggo io). Magari anche sessanta o più. Ma tu non sei la classe in toto dei laureati in lettere.
Quanti son i tuoi compagni di studio che hanno lavorato, diciamo, più della metà di quanto hai lavorato tu? Io posso dirti che la biblioteca del politecnico sotto esami è piena da scoppiare; l'unico posto più frequentato è il parco della facoltà di lettere.
Grossomodo è questo che non va giù dal lato ingegnere.
Io (visto che si finisce per tirare in ballo sempre l'Io) sono scappato appena ho potuto dal mondo dell'ingegneria e della teoria delle scienze perché non ne potevo più di quell'incredibile ambiente di merda. È monotematico e chiuso e celebralmente violento. A volte avrebbe bisogno di una boccata d'aria dall'esterno e invece dell'ossigeno arrivano pernacchie e flatulenze dai colleghi. Anche questo non contribuisce a creare buon sangue.
7> è grigia definire arte. Sono arte la letteratura e il cinema, la pittura e la scultura, i fumetti persino.
Perché non dovrebbe esserlo una teoria che spiega il comportamento di un oggetto? E quando la scienza si mette a rispondere a domande sulla nascita dell'universo cosa fa? (Onanismo intellettuale a volte, ma intendo quando ci azzeccano)
Ho sempre pensato che arte fosse un concetto legato all'estetica, al costruire ciò che è bello. Dammi la tua definizione di arte.
ah-ehm. Ma l'ingegneria, a parte le due battute che ho inserito nell'articolo, che ha a che fare con questo libro di Carrera?
A questo punto, per eventuale ot su rapporto tra arti e scienze o significato di "arti" e via dicendo, forum, per chi crede.
Qui solo riflessioni legate al libro di Carrera o comparazioni con eventuali testi analoghi.
Ah ehm, dev'essere che ho interpretato male le due battute e ho epnsato che il libro sfottesse allegramente i laureati in lettere dall'ottica degli ingegneri. Credo di averlo già scritto, ma questo libro non l'ho letto.
No, no, do a Carrera quel che è di Carrera: ha preso per i fondelli semplicemente i letterati, tutti. Personalmente ho aggiunto: con l'ironia classica degli ingegneri nei confronti degli ingegneri, cfr. primo paragrafo. Da questo punto di vista è praticamente un unicum: non era mai capitato.