L’eccidio della Divisione Acqui ovvero una vicenda paradigmatica per l’intreccio di politica, storiografia, realpolitik, amnesie ideologiche. Cefalonia 1943: la Acqui dopo l’annuncio dell’armistizio (8 settembre), si trovò isolata.
Tutti i tentativi di mettersi in contatto con la XI armata caddero nel vuoto: confusione totale e clima di “rompete le righe”. Il 10 settembre giunse l'ultimatum: era l’ordine di consegnare le armi ai tedeschi, senza condizioni.
Si prospettavano tre possibilità: 1) continuare la lotta contro l’antico nemico, greci ed inglesi; 2) combattere contro i tedeschi; 3) cedere le armi. Gandin escludeva tutti e tre i punti dell’ultimatum tedesco.
Il primo e il terzo erano contro il giuramento di fedeltà alla Corona, il secondo considerato immorale nel volgersi contro chi fino ad ieri aveva combattuto al proprio fianco. A fronte dell’anarchia che regnava sulla Divisione Aqui si prospettò un'inconsueta consultazione tra militari. La risposta, pressoché unanime, fu tale che Gandin annunciò il rifiuto di consegnare le armi e la richiesta ai tedeschi di lasciare l’isola.
Le ostilità iniziarono alla 14 ca. del 15 settembre fino alla resa italiana del 22/9: fino a quel momento erano morti 75 ufficiali e 2000 soldati.
La vendetta tedesca fu spietata: ci furono esecuzioni di massa per ca. 5.300 militari, il Codice Militare di Guerra dimenticato. Il breve saggio di Luigi Caroppo inevitabilmente riporta la testimonianza del fiorentino Amos Pampaloni, fortunosamente scampato ad una esecuzione (si finse morto) e testimone negli anni dell’onore della Divisione Acqui.
Pampaloni, ricordiamolo, fu il testimone di tutto il grottesco che ne seguì e appassionato memorialista della tragica fine dei nostri soldati: dopo la guerra accusato dal Tribunale Militare di insubordinazione e nello stesso tempo destinatario della medaglia d’argento al valor militare.
“Cefalonia doppia strage”, appena 90 pagine: una sorta di bignami che riprende, alla luce della visita di Ciampi in Grecia nel 2001, quanto contenuto nel volumi di Alfio Caruso (“Italiani dovete morire”), Romualdo Fortunato (“L’eccidio di Cefalonia, settembre 1943: lo sterminio della Divisione Acqui”), Mimmo Franzinelli (“Le stragi nascoste”), Christoph U. Schminck-Gustavus (“I sommersi di Cefalonia. Il combattente”) ed articoli apparsi sul Corriere della sera, Micromega, Repubblica, Il Tempo.
Nulla di nuovo sotto il sole, qua e là delle apparenti contraddizioni per una vicenda molto complessa che meritava una trattazione ben più approfondita in merito non soltanto ad un eccidio inserito in un clima da rompete le righe, che dire confuso è dire poco, ma anche riguardo quello che seguì tra depistaggi, omissioni, sospette amnesie.
Si potrà concordare o meno ma la tesi di Caroppo (non nuova) pare chiara, pur in una trattazione che sembra oscillare senza molta coerenza tra antifascismo militante e dura polemica nei confronti degli intoccabili feticci della sinistra: l’oblio ha motivazioni prettamente politiche e la storiografia, spesso più latitante che militante, ha seguito a ruota.
Non solo lo scontato silenzio della destra missina ed extra-parlamentare nella sua polemica antiresistenziale, ma soprattutto le colpevoli omissioni della sinistra comunista e dei partiti centristi.
La storiografia della sinistra si è fatta mentore fino ai giorni nostri di “Resistenza e CLN” e poco interesse aveva ad esaltare un eroismo diverso come quello in divisa regia.
La Acqui era espressione della Monarchia, del tricolore sabaudo e di conseguenza non rientrava nei canoni resistenziali. I centristi (Taviani e Martino “senior”), causa realpolitik, preferirono non approfondire ed evitare di perseguire i fucilatori di Cefalonia: vi era la necessità di dare forza alla NATO, in un contesto di guerra fredda, e un’inchiesta che coinvolgesse l’esercito tedesco (Wehrmacht e non SS) pareva inopportuna in vista di un riarmo della e nella Germania Ovest.
Da qui quello che è stato denominato il “carteggio della vergogna”, i 695 fascicoli in un armadio con le ante rivolte verso il muro del Palazzo della Procura Militare in via degli Acquasparta in Roma (marchiati con una dizione anomala: “archiviazione temporanea”). Un silenzio lacerato a livello storiografico, non solo dai citati volumi; come ricordato, Ciampi nel 2001 si è recato in Grecia ed ha pronunciato un discorso: l’eccidio di Cefalonia, a detta del Presidente, sarebbe stato in qualche modo uno degli atti fondativi della Repubblica.
Interpretazione in parte contestata da chi, come Cervi, Romano, Sabbatucci, Galli della Loggia, hanno visto nella reazione della Divisione Acqui piuttosto il risultato del clima di vuoto (“tutti a casa”) creatosi dopo l’8 settembre 1943.
Sergio Romano: “ L’8 settembre l’Esercito Italiano si sentì smarrito…per altri militari era disonorevole quello che per la Acqui fu motivo d’onore: combattere contro gli alleati di ieri”.
Giovanni Sabbatucci: “Cefalonia non è un modello: modello positivo è la coesione dello Stato, quella che mancò appunto l’8 settembre”).
Potrete ben comprendere come la vicenda non solo sia complessa nella sua successione di fatti, atti di eroismo ed atrocità, abomini assortiti, ma complessa in quanto gli oltre 5.000 caduti si sono rivelati un ricordo ingombrante: “effetti” quali omissioni, amnesie dei Procuratori della Repubblica e degli storici, interpretazioni divergenti con chiari retroterra politici, hanno caratterizzato il post- Cefalonia negli anni del dopoguerra.
Le 90 pagine del librino “Cefalonia doppia strage” (intesa come “strage di verità”) per forza di cose si limitano a dare qualche sommaria informazione e nemmeno troppo “eretica” o schierata politicamente (malgrado la collana si chiami appunto “Eretica” – Stampa Alternativa di Marcello Baraghini).
Oltretutto qua e là, fin dai sottotitoli di “Cefalonia doppia strage”, si colgono toni da scoop, poco coerenti dato che sono perlopiù fatti già venuti alla luce da anni, malgrado possano essere poco noti al grande pubblico.
Uno spunto per ulteriori letture più approfondite come appunto le opere di Amos Pampaloni, i citati saggi di Marcello Venturi, Caruso, Franzinelli, Ghilardini e la più recente “La Divisione Acqui a Cefalonia” a cura dell’Associazione Mediterraneo.
BREVI NOTE
Luigi Caroppo – Cefalonia doppia strage – seconda edizione – “Eretica” Stampa Alternativa, 2002.
Questa recensione è stata pubblicata originariamente nel febbraio 2004 su ciao.it e qui parzialmente modifcata.
Luca Menichetti
Commenti
Come avevo anticipato al sacrestano di Buonmago, col tempo vedrò di recuperare alcuni contributi già pubblicati altrove. Ovviamente con qualche necessaria modifica. Nel caso, formattazione permettendo (ancora non ci capisco una mazza), persisterò nel modificare qualcosa.
Nella fretta qualcosa sfugge sicuramente.
gran Lupo:)
piazzo qualche tag... e vengo a leggere.
"?Cefalonia doppia strage?, appena 90 pagine: una sorta di bignami che riprende, alla luce della visita di Ciampi in Grecia nel 2001, quanto contenuto nel volumi di Alfio Caruso (?Italiani dovete morire?), Romualdo Fortunato (?L?eccidio di Cefalonia, settembre 1943: lo sterminio della Divisione Acqui?), Mimmo Franzinelli (?Le stragi nascoste?), Christoph U. Schminck-Gustavus (?I sommersi di Cefalonia. Il combattente?) ed articoli apparsi sul Corriere della sera, Micromega, Repubblica, Il Tempo."
> Franzinelli è in archivio, ne ha scritto Karlsen: ma per un altro libro. Gli altri vanno a fare bibliografia da consultare. Bella segnalazione. L'argomento, qualche anno fa - hollywood - aveva guadagnato attenzione. Quindi, nuovo oblio...
"La Acqui era espressione della Monarchia, del tricolore sabaudo e di conseguenza non rientrava nei canoni resistenziali. I centristi (Taviani e Martino ?senior?), causa realpolitik, preferirono non approfondire ed evitare di perseguire i fucilatori di Cefalonia: vi era la necessità di dare forza alla NATO, in un contesto di guerra fredda, e un?inchiesta che coinvolgesse l?esercito tedesco (Wehrmacht e non SS) pareva inopportuna in vista di un riarmo della e nella Germania Ovest."
> Ottimo rilievo, Lupo.
la vicenda era riemersa col film americano Il mandolino del capitano Corelli, con N.Cage che faceva l'italiano (Corelli appunto), ma guarda se dovevano essere gli americani a farci notare queste vicende......altrimenti semi-obliate. Bella segnalazione, hai fatto bene a rispolverarla.
Eppure di libri, anche molto più approfonditi di questo, ne sono stati scritti.
Evidentemente non basta.
La vicenda però la conoscevo da tempo, ben prima di aver letto l'opera di Caroppo, non fosse altro che Amos Pampaloni era fiorentino. La vicinanza geografica ha fatto il resto (tra l'altro Caroppo mi risulta sia giornalista della "Nazione").
Lupetto,
http://www.libreriauniversitaria.it/decima-flottiglia-mas-origini-armist...
non farti sfuggire questa chicca poco discussa e recensita sulla decima. Ex Garzanti - vado a memoria - oggi Albertelli, 2007. E', credo, l'unico libro di Borghese. Secondo me è degno di studio e dei tuoi scaffali dedicati.
Consigli sempre apprezzati, lo sai. (!)
;).
è proprio materiale lupesco...
senti qua, Lupo...
Roma, 24 apr. - (Adnkronos) - Un libro che mette in luce la storia sconosciuta della resistenza dei reparti militari italiani contro gli alleati ricostruendo, in particolare, la battaglia che venne combattuta a Gela tra il 10 e il 12 luglio 1943. E' "Uccidi gli italiani" di Andrea Augello (Mursia) che verra' presentato a Roma, all' Auditorium dell'Ara Pacis, il 27 aprile alle 18, da Gianluca Di Feo, giornalista de L'Espresso, Sergio Dini, sostituto procuratore della Repubblica a Padova e da Flavia Perina, direttore de Il Secolo d'Italia. L'incontro sara' moderato da Fabio Andriola, direttore di Storia in rete.
Il senatore Augello ricostruisce, attraverso testimonianze dirette e documenti di archivio, la battaglia che venne combattuta a Gela: l'accanita e determinata resistenza dei reparti italiani impegnati contro le forze da sbarco statunitensi, le incertezze e gli errori dei tedeschi, la violenza, spesso cieca e brutale, delle truppe del generale Patton. Tre mila e trecento soldati italiani caddero durante la battaglia di Gela, di circa 2700 non si conosce il luogo di sepoltura. Ai morti dimenticati fa riferimento anche Anna Finocchiaro che nella sua postfazione al saggio scrive, tra l'altro: "Questa storia restituisce alla citta' di Gela l'identita' di tanti valorosi cittadini che non trovarono in quegli avvenimenti neppure l'onore della sepoltura ufficiale."
[Caroppo] carattere
[Caroppo] carattere