Carofiglio Gianrico

Il passato è una terra straniera

Autore: 
Carofiglio Gianrico
“Il passato è una terra straniera: le cose avvengono in modo diverso da qui”. È la citazione di uno scrittore di cui l’io narrante non ricorda più il nome.
Il passato è una terra straniera per chi racconta con il senno di poi e guarda come in un film una fase breve e intensa della propria giovinezza, che ha segnato il passaggio ad una più consapevole e attenta età adulta.
Giorgio, il narratore, è un ventiduenne barese, studente modello di Giurisprudenza, di famiglia borghese, fidanzato con Giulia, che studia Medicina, ragazza benestante, perbene, tranquilla.
Giorgio non ha mai dato problemi alla sua famiglia a differenza della scapestrata sorella maggiore, che ha superato una grave fase di tossicodipendenza ed ora conduce un’esistenza piuttosto grigia da sola.
Una notte, durante le vacanze di Natale del 1988 Giorgio conosce Francesco, ventiquattrenne fuori corso di Filosofia, un bel ragazzo bruno, occhi verdi, spavaldo, sicuro di sé, capace di esercitare un irresistibile fascino sulle persone e di plagiarle secondo la sua volontà.
Francesco è un abile baro, racconta di aver appreso i primi trucchi a quindici anni da un prestigiatore e poi di aver imparato ad utilizzarli per imbrogliare al gioco e guadagnare facilmente grosse somme di denaro.
Francesco è un mentitore nato, non sa ascoltare gli altri, l’unico punto di vista che conta è il suo, è una personalità che affascina, convince ed ha elaborato una sua teoria sul crimine alla quale Giorgio non riesce ad opporsi.
“Ma io personalmente mi sento vincolato a non violare solo le norme giuridiche che coincidono con i miei principi etici”. (p.38)
Rubare ai ricchi, a persone già viziose per Francesco è una “metafora pratica della giustizia”, Francesco sa formulare frasi ad effetto e giudizi che lasciano sottintendere un vago disprezzo per chi non la pensa allo stesso modo.
“La vera abilità del prestigiatore consiste nella capacità di influenzare le menti. E fare un gioco di prestigio riuscito significa creare una realtà. Una realtà alternativa dove sei tu a stabilire le regole”. (p.89)
“I giochi di prestigio – o il barare alle carte - sono una metafora della realtà quotidiana, dei rapporti fra le persone. […] La sostanza delle cose, la loro verità è quasi sempre diversa da quello che viene comunemente percepito. […] Le intenzioni vere sono diverse da quelle dichiarate. Per esempio: prova a indagare sulle vere spinte che inducono le persone a fare le cosiddette buone azioni. Quello che scoprirai non ti piacerà. La verità è difficile da sopportare, ed è per pochi”. (p.90)
Sua propensione è manipolare le menti senza rispetto per i desideri o le opinioni altrui, è una personalità criminale tratteggiata con i suoi lati oscuri e le sue punte di fascino.
In breve tempo Giorgio diviene il compare di Francesco nel gioco, impara i suoi trucchi finendo per dedicarsi solo a quelli, trascura gli studi, lascia la ragazza ed anche gli amici, con i quali non ha più interessi comuni oppure si trova costretto a tener nascosta una parte della sua vita, quella che più lo affascina.
Incomincia a frequentare tutto il sottobosco legato al gioco d’azzardo, non tanto le bische clandestine – considerate troppo pericolose – quanto le ville di ricchi borghesi, sedi di feste eleganti e di accese partite dove milioni passano attraverso il tavolo verde.
Giorgio vive anche una relazione esclusivamente sessuale con una donna molto più anziana di lui, tipica moglie ricca e annoiata. Il ragazzo diventa un isolato, s’arrichisce, ma Francesco lo trascina in un crescendo di atti criminosi, come in una spirale. Al barare segue l’estorsione e poi altro di peggio e di più rischioso.
Giorgio si rende conto di stare commettendo un errore dopo l’altro, eppure da un lato non sa sottrarsi agli inganni, al fascino e alle argomentazioni di una personalità dominante come Francesco, dall’altro prova una sorta di ebbrezza, un senso d’invincibilità e un clamoroso piacere nella violazione della norma, nel detenere un potere sugli altri pilotando gli esiti di un poker.
“Mi sembrava di avere un orgasmo senza fine”. (p.31)
Ebbrezza e paura s’intersecano, il denaro guadagnato facilmente gli fa comodo, Giorgio è sempre più proiettato verso un altrove pericoloso ma terribilmente attraente.
A volte si sente vuoto o spaesato, ha abbandonato tutti i suoi vecchi interessi, compresi i libri.
“Tutto era irreale e irrimediabilmente estraneo”. (p.126)
Più volte Giorgio ribadisce di rivedere da estraniato quel periodo della sua vita, ricorda brandelli di scene come fotogrammi di un film accelerati.
“Seguirono settimane senza senso. Il loro film, nella mia memoria, è tutto in bianco e nero,con snervanti riprese a camera sporca e qualche angoscioso campo lungo”. (p.215)
Ecco allora che quei mesi cruciali costituiscono il passaggio dalla giovinezza all’età adulta e vengono ora riletti con spirito critico:
“Un fiume di parole sulla nostra libertà, su questo nostro vivere ribelle, fuori da regole ipocrite. Sul nostro cercare il senso delle cose sotto la vernice stantia delle convenzioni. Convenzioni che rifiutavamo nel nome di un’etica inaccessibile ai più”. (p.171)
La consapevolezza dell’errore – Giorgio concluderà i suoi studi e diverrà un uomo di legge – non toglie però a quella fase una “sensazione struggente di un momento perfetto, di giovinezza tremenda e invincibile”,“una nostalgia infinita” (p.259) e un senso d’ineluttabilità: andava vissuta fino in fondo.
Giorgio, il ragazzo che non aveva mai dato problemi diviene un’altra persona anche agli occhi dei suoi genitori, figure poco delineate, perplessi, muti e sconfitti di fronte alla metamorfosi del loro secondo figlio, sul quale avevano probabilmente riposto più speranze dopo le disavventure della primogenita.
Sarà proprio un colloquio inaspettato con la sorella a far scoprire a Giorgio che la famiglia s’interessa a lui.
Parallela alla storia di Giorgio si snoda una seconda vicenda, quella del tenente Giorgio Chiti, ventiseienne, arrivato da poco a Bari, considerata una sede tranquilla, un passaggio prima di fare carriera. Chiti si trova a comandare temporaneamente il nucleo operativo, poiché il suo superiore è partito per la scuola di guerra, e ad indagare su una serie di casi di stupro.
A questo punto il romanzo assume i tratti del thriller psicologico con indizi disseminati in ordine sparso. Sebbene la storia del secondo Giorgio sia laterale rispetto a quella del narratore, scopriamo che anch’egli non è privo di problemi e che forse il confine tra una mente criminale e una mente che ha scelto di combattere il crimine non è sempre così netto.
Non vengono omessi alcuni problemi legati alle forze dell’ordine: l’ignoranza – confermata dalla presenza di clamorosi errori d’ortografia nelle informative o dalle difficoltà a trovare chi sappia usare un computer – e la facilità al pestaggio preventivo dei possibili delinquenti.
Si tratta di un romanzo di facile e avvincente lettura, accurato nella descrizione dei processi mentali criminosi e dell’attrazione che suscitano.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianrico Carofiglio  (Bari 1961), Sostituto Procuratore Antimafia a Bari, ha esordito nella narrativa per Sellerio nel 2002 con il pluripremiato “Testimone inconsapevole”, seguito da “Ad occhi chiusi” (2003), tradotti in inglese, francese e tedesco.
 
Gianrico Carofiglio, Il passato è una terra straniera, Milano, RCS, edizione Mondolibri 2004.
 
Marina Monego, agosto 2006

 

 

ISBN/EAN: 
9788817003766

Commenti

Curioso che un magistrato dichiari esplicitamente il suo rapporto conflittuale con la verità. Perché, a quanto ho letto, mi pare che l'alter ego affiori più nella figura di Francesco che in quella di Giorgio...
Ottimo sunto, grazie Marina.

Curioso che un magistrato sappia scrivere. Si tratta, tendenzialmente, di creature antropologicamente diverse. Celia antiforzista a parte, mi sembra piuttosto insolito che un uomo di diritto si dedichi alla fiction. Quei frammenti che hai campionato (cfr. la "camera sporca") mi suggeriscono che l'autore non è artista, ma autore. La trama non escludo possa sedurre. Questa lingua mi suona estranea.

Drago: infatti è strano, evidentemente anche i magistrati dubitano.
Riguardo all'alter ego, per me affiora nel secondo Giorgio, il carabiniere, del quale ho detto poco per non svelare tutta la trama. Quel personaggio ha delle parti oscure, ambigue che ti fanno pensare che non sia limpido come appare. Come a dire che bene a male non stanno mai da una parte sola.
Quanto a Francesco è una figura all'autore piace, non c'é dubbio.
*
Gf: è un romanzo che intrattiene e va bene per rilassare la mente in estate. Il magistrato sa scrivere. Strano, ma vero! :-)
Quanto alla questione autore/artista spiegami meglio la differenza e soprattutto su quali elementi di giudizio si fonda. E poi forse varierà soggettivamente (a meno che gli artisti non rivelino nelle analisi del sangue qualche elemento particolare, come i jedi insomma :-).
Ci sono cosiddetti "artisti" che a me non lo sembrano , ma per altri lo sono e viceversa. Esiste un criterio inequivocabile per riconoscere un artista?

L'intelligenza. E la coda.

Ma questo qui non è un artista, però non mi sembra stupido! Coda? Di volpe, a punta come i diavoletti, piatta come i castori, da gatto? :-) Molto divertente.

forse non lo ricordi, ma questo libro me l'hai passato tu, tra l'altro.

Ricordo ricordo. Sono felice che ora ne sia derivata questa testimonianza. Ho sempre pensato che si debba leggere tutto. I magistrati che scrivono ne hanno diritto.

Di persona ha fatto una presentazione a Sassari. Si definisce scrittore prestato alla giustizia. Dice di aver sempre voluto fare il letterante. Non ho comprato il libro perché era un poliziesco e a me questo genere ora annoia. Non escludo, a pelle e per certe impressioni, che sappia essere una sorpresa. Stasera è su La7, pubblicitando (significa, significa). Ma ha un senso dell'umorismo non del grande artista.

è appena uscito un suo nuovo libro, di cui non ricordo il titolo, gran pubblicità ecc., in alto nelle classifiche...
Per me è il contrario, un magistrato che per il gusto scrive, almeno da una intervista che ho letto tempo fa, diceva che gli sembrava strano trovarsi annoverato tra gli scrittori a pieno titolo. Mah!

Arpa, dici che i grandi artisti non hanno senso dell'umorismo
oppure lo esercitano diversamente?
I polizieschi mi rilassano, Camilleri mi diverte ad esempio, li uso in genere d'estate per riposarmi un poco il cervello. Il fatto che sappia già che il caso sarà risolto e quindi finirà "bene" mi dà un senso di sicurezza, insomma un po' di morti ammazzati in fiction mi fa sentire più tranquilla: devo esser davvero perversa!!! :-)

Certo che i grandi artisti hanno senso dell'umorismo: è uno degli indici più facili del loro talento creativo: è sentina, in certi casi, di grande intelligenza ma anche vis espressiva: battute geniali da geni.

Ieri a La7 ha ripetuto le stesse spiritosaggini del copione della conferenza qui a Sassari. Se le scrive a casa, penso. Per il ruolo di scrittore, forse avrà cambiato versione per amor di nomea.

Polizieschi ho letto molti classici (Queen, Carr, Simenon, Doyle ecc.) da fanciullo e adesso non ne reggo neanche mezzo capitolo. L'ultimo che ho letto, per volontà di risalita, è stato di Fois, "Dura madre": qualche sussulto nel nulla.