Il marchese di Roccaverdina, innamorato e ricambiato da una servetta, Agrippina, che non può sposare, decide di darla in moglie ad un suo fattore, Rocco Criscione, facendo mantenere ad entrambi la promessa che il matrimonio non venga consumato. Ben presto però, le voci del contado e gli arrovelli mentali del marchese lo conducono ad una gelosia spietata che sfocia nell’omicidio di Rocco Criscione. La paura e l’odio (poiché pensa di essere stato tradito) del marchese verso Agrippina, lo portano a farla allontanare e a sposarsi con una sua vecchia fiamma: Zosima Mugnos di nobile famiglia decaduta. Ma il matrimonio si rivela deludente per entrambi, per le incomprensioni, le gelosie nei confronti di Agrippina, e per l’incoerenza del marchese sempre più naufrago delle proprie colpe che lo condurranno alla follia e alla demenza.
Capuana fa convolare, in quello che secondo molti è il suo maggior romanzo, introspezione psicologica, attenta riflessione verista sulla realtà siciliana, pensieri filosofici opposti propugnati da menti modeste, e profumi e sapori dell’isola.
È una natura a tratti simbolista: infausta e benevola, arida e rigogliosa, meritevole dell’attenzione dello scrittore che non si limita a sfrangiarne i contorni regalandoci scorci di chiara visione. Sono i possedimenti del marchese, che spadroneggia su quelle terre, fiero del titolo nobiliare che porta; rispettato dai suoi contadini nonostante i suoi modi da orso, perché non vive nell’ozio che la sua posizione gli permetterebbe, è sempre lì in mezzo a sporcarsi le mani per la sua roba, la sua terra, viene perciò soprannominato il “marchese contadino”.
Nel marchese vi è un’ombra del anti-eroe novecentesco, dell’uomo inetto che non sa agire ne prendere decisioni; se da una parte lo vediamo impegnato anima e corpo nella rigogliosa crescita delle sue vigne e della sua “Azienda Agricola”, dall’altra analizziamo questo comportamento come una sorta di allontanamento dai problemi del suo matrimonio, dei suoi rimorsi, del suo passato. La casa in costruzione cui ogni giorno cambia il progetto e sembra non dover terminare mai per la sua variabilità d’animo, avvicina l’eponimo personaggio ad una sorta di Penelope che disfa la tela per ingannare, lei i Proci, lui gli altri e se stesso. I discorsi del cugino ateo Pergola, quelli dell’avvocato spiritista Don Aquilante, e la sua ferrea educazione cattolica, finiscono per comporsi assieme in un guazzabuglio di pensieri contraddittori, dai quali egli non saprebbe discernere quello menzognero.
Come una gazza che messa a scegliere tra tante cose luccicanti, finisse per tentare di prenderle e perderle tutte. Cerca nei libri positivistici del cugino Pergola quel respiro di verità che prima sembra afferrarlo, ma col tempo tutto li risuona come un cupo gong di frasi sterili e ciarliere.
L’angoscia che porta dentro di se è un tarlo che se lo mangia vivo, capitolo per capitolo, illudendolo tra effimere pause di gioia cartonata e apprensione per una moglie che non riesce (e vorrebbe) amare. Potremo dire che nel libro sono presenti due vortici opposti di perdizione: quello della gelosia verso la propria amante Agrippina, che lo spinge all’errore di commettere un inutile omicidio e quello della follia.
Ognuna di queste situazione è puntellata divinamente da Capuana; man mano che la narrazione scorre ci avvediamo di quanto abile sia lo scrittore nel riproporre sempre le stesse ossessioni del protagonista e della stessa moglie, da angolazioni differenti, portando il lettore stesso ad accovacciarsi accanto al marchese, a fissarne di sghembo ogni respiro, a vivere con lui la frustrazione della sua posizione, l’incoerenza delle sue scelte, quasi simpatizzare con un personaggio che davvero più odioso non poteva essere: si rimane rapiti dalla vicenda, dal ritmo a volte lento e piacevolmente indagatore di sfumature (lasciando per un attimo a chi legge il piacere di intuire noi stessi cosa passa nella testa del protagonista e infine dircelo e farci dire: “lo sapevo”: risultando non per questo scontato), e velocissimo nei dialoghi, nelle descrizioni che richiedono una repentina panoramica delle cose (“un periodare da steadycam”).
Vediamone un frammento dal XXXII capitolo praticamente alla fine quando il marchese sta per impazzire asfissiato dal suo stesso rimorso:
“Tornava ad agitarsi, a smaniare, a sconvolgere le coperte. Una sconcia parola gli uscì di bocca. Non poteva essere rivolta a lei. Egli la ripeté con accento incalzante, quasi la sputasse in faccia a una donna lontana; si capiva dall’espressione e dal gesto…La marchesa ebbe una stretta al cuore […] Egli la guardava intento ad abbottonarsi il panciotto, e non mostrava di riconoscerla. E appena ebbe finito di infilarsi la giacchetta, scostò la marchesa davanti a sé con gesto violento, e uscì di camera, facendo sbattere al muro Titta che cercava di trattenerlo.”
I suoi tentativi di fuggire al tormento della sua colpa, con l’accostarsi timidamente allo spiritismo, con approvare e condividere la condotta atea di Pergola (delusa poi quando durante una tonsillite il cugino si era prontamente fatto fare l’estrema unzione, per poi ritornare ateo il giorno dopo a guarigione avvenuta), il suo fervore sempre maggiore per la roba con un atteggiamento sempre più insofferente nei confronti degli altri e della marchesa ogni giorno più sospettosa, lo spingono ad un’implosione forzata, concentrandosi dentro di se, sparendo dai discorsi, assentandosi spesso con la mente, sino a ritrovarsi nel buio del proprio inconscio a rievocare eternamente e sempre più tangibilmente gli attimi del suo efferato omicidio alzandosi dal letto in uno stato catatonico.
Il rimorso non è mai conseguenza spontanea di un suo pensiero, è spesso evocato dalle infauste superstizioni dei contadini, che sentenziano di aver visto fantasmi di ogni sorta; oppure dalla presenza di un enorme crocifisso nella casa del marchese con il quale ritornano i suoi dubbi di buon cattolico. Anche l’aver rivelato sotto confessione al santo prete Don Silvio il suo omicidio passionale, gli regala per pochi momenti l’illusoria leggerezza di chi si è liberato da un peso: subito infatti il pensiero torna, abbandona e ritorna alla possibilità che il prelato possa rivelare alle autorità il misfatto commesso nonostante sia stato fatto sotto la benedizione del confiteor.
Anche dopo la morte di Don Silvio e del povero innocente Neli Casaccio, accusato ingiustamente dell’omicidio, le angosce interiori che parevano aver allentato la morsa, ora stringono così forte da provocargli un reale e doloroso senso di “chiodo nella fronte”.
Capuana regge bene il gioco dell’attesa, con una narrazione che è una sorta di scala che ogni due scalini torna indietro di uno, per ribadire, angosciare, far vivere il crepuscolo di un uomo destinato alla dannazione.
La donna gioca un ruolo servile all’interno del romanzo, ma non è affatto una Lucia Mondello, nelle loro debolezze e grazie, si dimostrano più forti del protagonista, più determinate, sempre umili e rispettose, sincere, anche sensuali, ma terribilmente soggiogate da una cultura contadina e cristiana che le rende comprimarie all’uomo.
A dispetto del romanzo verista, di cui comunque questo romanzo è figlio legittimo, il discorso indiretto libero qui e là presente non cela mai completamente, la presenza di Capuana, impossibilitato altrimenti allo sviluppo così puntigliosamente preciso dell’indagine psicologica che se da un lato risulta gradevolissima alla lettura dall’altro tende a confluire le linee narrative su quel tema, abbandonando o mettendo in secondo piano la denuncia sociale.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Luigi Capuana (Mineo, Catania, 1839 – Catania, 1915), giornalista, critico e scrittore italiano.
Luigi Capuana, “Il marchese di Roccaverdina”, Garzanti, 2004.
Prima edizione: “Il marchese di Roccaverdina”, 1901.
Approfondimento in rete: Italia Libri / Wikipedia
Elio Satta, giugno 2007
Commenti
come al solito ne ha pubblicato metà ora correggo
(come "come al solito"? Sarebbe una novità!)
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Ti ho inserito tag e codice ean, e normalizzato il titolo. Aspettiamo...
"Capuana fa convolare, in quello che secondo molti è il suo maggior romanzo, elementi di psicoanalisi,"
> :).
occhio. Capuana pubblica questo libro nel 1901.
"L'interpretazione dei sogni" esce nel 1900.
Mi sembra che la psicoanalisi non possa ASSOLUTAMENTE essere chiamata in causa.
"sempre le stesse ossessioni del protagonista e della stessa moglie, da angolazioni differenti, portando il lettore stesso ad accovacciarsi accanto al marchese, a fissarne di sghembo ogni respiro, a vivere con lui la frustrazione della sua posizione, l?incoerenza delle sue scelte, quasi simpatizzare con un personaggio che davvero più odioso non poteva essere"
> questo passo invece è molto interessante e ben scritto, bravo Elio.
"nelle descrizioni che richiedono una repentina panoramica delle cose (?un periodare da steadycam?)."
> :). Steadycam? Perché hai virgolettato il concetto?
Basterebbe nel caso dire: "a posteriori, potremmo definirlo periodare da steadycam" - cortocircuito interessante...
Quindi sembra un verista atipico, in altre parole, più attento all'introspezione e all'analisi della psiche dei personaggi (ma non con strumenti psicoanalitici:) ) che alla denuncia sociale. Da questo punto di vista, in altre parole, è più libero e più grande di Verga, nella tua interpretazione: corretto?
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Quale che sia la risposta, sono d'accordo con quanti non s'erano lasciati condizionare eccessivamente dai dettami veristi. Ogni pretesa realista è mendace, a maggior ragione quando vuole essere documentaristica. Il verismo e il neorealismo sono amene menzogne dell'estetica del tardo Ottocento e del Novecento. Ave Elio!
Sulla psicoanalisi in italia: la porta fu Trieste. Weiss, e Svevo.
Frammento da wiki:
"La psicoanalisi entrerà in Italia passando da Trieste dove Edoardo Weiss, analizzato da Federn, allievo di Freud, diede impulso decisivo alla Società Psicoanalitica Italiana che era stata fondata a Teramo nel 1925 da Marco Levi Bianchini, libero docente presso l'Università di Napoli, Direttore dell'Ospedale Psichiatrico di Teram"
http://it.wikipedia.org/wiki/Psicoanalisi
psicoanalitici mi deve essere sfuggito. io penso che magari già nel 1900 l'esperienza realista era al termine e si cercava qualcosa di diverso. no verga è sempre un dio per la capacità di sparire dalla narrazione; avrebbe potuto continuare a far soldarelli con i suoi romanzi del primo periodo, invece ha portato avanti coerentemente e ai massimi livelli le teorie. verismo e neorealismo sono amene menzogne? vero ma sono anche testimonianze coraggiose di una realtà che sia nella letteratura sia nel cinema veniva spesso nascosta. ecco forse il neorealismo non raggiunge la realtà, ma si stende verso essa, ci mostrava cosa era l'italia e non quella che veniva raccontata dai film dei telefoni bianchi.
D'accordo:). Te l'ho sostituito con "introspezione psicologica".
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Quanto ai film coi telefoni bianchi, al verismo e al neorealismo, a questo punto m'attendo tuoi costanti e puntuali contributi nel tempo.
Ave Elio!
Bella analisi, tanto di cappello.
Come faceva Svevo ad essere un ragioniere? Non me lo so spiegare.
(per campare? Ha sposato una ricca)
[Capuana] impaginazione e
[Capuana] impaginazione e carattere
[capuana] segnalo, fresco di
[capuana] segnalo, fresco di stampa: AMBRA CARTA, "Il cantiere Italia: il romanzo. Capuana e Borgese costruttori" per la :duepunti, 2012. http://www.duepuntiedizioni.it/il-sangue-degli-italiani/