Non do titolo a questa recensione. Per un motivo preciso. Il titolo sintetizza, attrae, colpisce; il titolo sottende un’operazione giornalistica, dà un taglio all’intero pezzo, cattura e a volte, addirittura, innervosisce. Il titolo è una copertina e, se non ruba l’occhio, ha fallito. Il titolo è quel “click” che deve scattare tra lettore e scrittore, sostituisce la sensazione a pelle ed è, in fin dei conti, il primo strumento di selezione a disposizione dell’utente che, volente o nolente, dovrà in qualche modo difendersi dall’overdose mediatica a cui è costantemente sottoposto. Beh, questa recensione non necessita di un titolo. Perché? Perché non deve rubare alcunché, non deve conquistare, non deve colpire. Quando leggo un bel libro, mi viene voglia di recensirlo, perché sono invaso dal desiderio di comunicare quello che ho provato, è un modo, quasi, per appropriarmi di quel testo. Analogamente, ma più di rado, la medesima sensazione, rovesciata, mi capita anche con i libri mediocri. La recensione diviene allora liberazione. È una dinamica morbosa, forse, ma allo stesso tempo insostituibile fertilizzante delle mie attività critiche.
Con Il Tao della fisica nessun formicolio creativo mi è giunto in aiuto. E non certo perché il saggio non mi abbia colpito. Si tratta di un’opera straordinaria, nel suo genere forse unica. Credo, piuttosto, che ad un testo del genere ci si debba arrivare per passione o per ricerca e non per curiosità. D’altronde non lo scopro certo io questo gioiello pubblicato nel 1975 e giunto sotto i miei occhi addirittura alla sedicesima edizione dell’Adelphi. È un libro difficile, difficilissimo per chi come me è privo di una preparazione scientifica sufficiente. Eppure lo ho divorato, faticando, con piacere, dietro alle più elaborate teorie della fisica moderna. Da catalizzatore e propellente, senza dubbio, ha agito la personale passione per il misticismo orientale di cui l’autore è sapiente cultore.
Proprio questa l’audace intuizione del fisico americano: l’occidente con il progresso, il tecnicismo e la ricerca razionale, l’oriente con il misticismo e lo scandaglio della coscienza umana sono giunti alle medesime rivelazioni, esistono analogie innegabili tra le scoperte scientifiche del ventesimo secolo e i più celebri insegnamenti orientali quali buddhismo, induismo e taoismo. Delle similitudini tanto forti che è a volte impossibile riconoscere se una frase sia stata pronunciata da un mistico o da uno scienziato. Questi due stralci sul limite intrinseco del linguaggio sono impressionanti, l’uno si rivolge alla fisica subatomica, l’altro all’illuminazione:
“I problemi del linguaggio sono qui veramente gravi. Noi desideriamo parlare in qualche modo della struttura degli atomi…Ma non possiamo parlare degli atomi servendoci del linguaggio ordinario” W. Heisenberg
“La contraddizione, che tanto sconcerta il modo di pensare ordinario, deriva dal fatto che dobbiamo utilizzare il linguaggio per comunicare la nostra esperienza interiore, la quale per sua stessa natura trascende la possibilità della lingua” D. T. Suzuki.
Sembra impossibile assimilare mondi storicamente tanto antitetici. Da una parte la ragione, il calcolo, il progresso tecnologico; dall’altro, l’intuizione, il silenzio, la meditazione. E pure quello che Capra coglie è proprio una congiunzione tra opposti, un ponte strabiliante tra due mondi tanto, apparentemente, diversi, espressione entrambi dell’evoluzione millenaria di due modi differenti di intendere la vita.
Lo studio delle particelle subatomiche ha portato la scienza ad una serie di controsensi che il misticismo orientale da anni esprime con frasi e simboli apparentemente, appunto, privi di senso.Restare tanto generici facilita la comprensione d’insieme ma non rende adeguato lustro all’importanza ed al fascino del messaggio di Capra. Possiamo dividere la storia della fisica moderna in due grandi periodi: la fisica classica meccanicistica: Newton; la fisica moderna quantistica e relativistica: Einstein.
La fisica classica ha orientato il pensiero finanche filosofico per più di tre secoli. Secondo questa concezione esistevano degli elementi primi, materiali, che si muovevano nel tempo e nello spazio, entrambi assoluti. Era un modello del tutto uguale a quello degli atomisti greci da Democrito in poi. In aggiunta c’era il concetto di gravità, cioè la reciproca attrazione tra corpi dotati di massa. Le equazioni così create sul moto dei corpi sono diventate la base della meccanica classica; esse furono considerate le leggi immutabili secondo i quali si muovevano i punti materiali e si pensò dunque che potessero spiegare tutti i mutamenti osservati nel mondo fisico. Queste leggi furono applicate con successo all’astronomia, poi al moto continuo dei fluidi e alla vibrazione dei corpi elastici, infine al calore. Nell’Ottocento si era così giunti alla conclusione che le leggi newtoniane definissero la teoria assoluta dei fenomeni naturali. L’universo intero come un enorme orologio meccanico rispondeva alle medesime leggi “oggettive”. Poi accadde qualcosa che fece traballare questo edificio monumentale, accadde prima di Einstein: Michael Faraday, muovendo una calamita vicino ad una bobina di rame, portò la scienza ad una svolta: l’elettromagnetismo e l’elettrodinamica. Insieme a Clerk Maxwell si spinse con successo oltre le colonne della fisica newtoniana. Al concetto di forza si sostituisce quello di campo. Ma la soggezione impedì a queste teorie di prendere il giusto spazio, lo stesso Maxwell cercò di dare una spiegazione meccanicistica alle sue scoperte.
Bisognerà aspettare Albert Einstein per la rivoluzione. Nei primi trent’anni del Novecento furono ribaltate tutte le certezze della fisica classica. Nel 1905, con due articoli sensazionalisti, il giovane Einstein picconava la fisica alle sue radici: demoliti i concetti di spazio e tempo assoluti, quello di particelle solide elementari e l’ideale di una descrizione oggettiva della natura.
Il primo articolo dava il via alla teoria della relatività, il secondo avviava l’immensa ricerca sulla fisica quantistica. La concezione meccanicistica resta valida per la zona “delle medie dimensioni” cioè nella nostra realtà quotidiana. Ogni volta, però, che indaghiamo sull’infinitamente grande o piccolo, in cosmologia o in fisica atomica, le leggi newtoniane perdono di valore. La forza di gravità, infatti, spiega Einstein, ha l’effetto di curvare lo spazio ed il tempo. Questo non è riproducibile attraverso la geometria euclidea esattamente come un quadrato non può essere riprodotto su una sfera. Un pianeta curva lo spazio circostante in modo proporzionale alla massa del proprio corpo. Modificando lo spazio modifica inevitabilmente anche il tempo, le due entità prima assolute ed indipendenti diventano ora coincidenti e relative: «L’intera struttura dello spazio-tempo dipende dalla distribuzione della materia nell’universo e il concetto di "spazio vuoto" perde di significato».
Ma passiamo all’atomo nello specifico. Se un’arancia raggiungesse le dimensioni della terra, i suoi atomi sarebbero grandi come ciliegie. Il nucleo che sta all’interno dell’atomo è a sua volta così microscopico che per portarlo al livello di un granello di sale dovremmo ingrandire la ciliegia-atomo fino alle dimensioni della cupola di San Pietro. Intorno al nucleo gravitano gli elettroni, al suo interno invece troviamo protoni e neutroni. I rapporti tra questi diversi costituenti portavano i fisici ad incredibili ed inspiegabili paradossi. Tutto ciò che valeva per la “dimensione media” perdeva di significato. Si entrava nel mondo della contraddizione, dell’irrazionale. Il concetto di particella e di onda, nella fisica subatomica, finisce per coincidere. Proprio così: a seconda del metodo di osservazione le unità subatomiche ci appaiono ora come particelle, ora come onde elettromagnetiche. <La materia non si trova con certezza in luoghi ben precisi, ma mostra piuttosto una “tendenza a trovarsi” in un determinato luogo>. Per onde si intende così non le onde tridimensionali della fisica quantistica bensì delle “onde di probabilità”. Con i quanti, scopriamo che non esiste un “mattone fondamentale” della materia ma tutto è il risultato di combinazioni energetiche. Ogni cosa interagisce con l’altra in una complessa rete di interazioni cosmiche. Nella fisica moderna l’universo ci appare come un tutto dinamico, inseparabile, che non può mai prescindere dall’osservatore che ne è parte integrante.
Queste incredibili rivelazioni comportano delle similitudini rivelatrici con l’insegnamento Induista, Buddhista, Taoista e Zen. L’unità di tutte le cose è il fondamento insostituibile di queste scuole di pensiero. Capra insiste in particolare sul Tao, la Via della Saggezza Cinese risalente al VI secolo A.C. Il Tao diffida dalla conoscenza e dal ragionamento, perché l’intelletto umano non può mai penetrare a pieno la realtà. Per i Taoisti tutti i mutamenti in natura sono manifestazioni dell’interazione dinamica tra opposti (yin e yang). Storicamente, la mescolanza dell’insegnamento Taoista a quello Buddhista diede vita, nel Giappone del tredicesimo secolo d.C., allo Zen, “la disciplina dell’illuminazione”, di natura squisitamente pratica, fondata sul rifiuto di ogni concettualizzazione. Da qui, i limiti intrinseci del linguaggio di cui parlavamo prima. Le parole non sono in grado di esprimere la realtà. “Nel momento in cui parli di una cosa, essa ti sfugge”. E per farlo non si può che ricorrere a Koan, rompicapi illogici basati sul paradosso: “Colui che sa non parla, colui che parla non sa”. Questa intuizione mistica per l’interazione dinamica tra opposti, così distante dalle categorie di pensiero occidentale precedenti ad Einstein, sembra ora imbarazzante anticipatrice delle parole dello stesso scienziato: “Nella misura in cui le proposizioni matematiche si riferiscono alla realtà, esse non sono certe; e nella misura in cui esse sono certe, non si riferiscono alla realtà”. Praticamente un Koan.
Quando ci concentriamo, focalizzando l’attenzione su qualcosa, noi isoliamo quella cosa arbitrariamente dando vita, arbitrariamente, al suo opposto. Si tratta di un atto artificiale, la nostra tendenza a dividere, per capire, ci porta a perdere la veduta d’insieme, a smarrire l’unità intrinseca di tutte le cose. Solo così possiamo approcciarci al principio di indeterminazione (Heisenberg)della fisica moderna: Nel mondo subatomico, non possiamo mai sapere contemporaneamente la posizione di una particella e la sua velocità. Tanto meglio conosciamo l’una, tanto più è approssimativa la conoscenza dell’altra. Tale incertezza è estendibile anche ad altre coppie di concetti. Si parla in tal senso di complementarietà degli opposti ricorrendo ancora una volta ad archetipi dell’antica saggezza orientale, si pensi allo yin e lo yang.
Da qui, Capra, si inoltra nell’argomento forse più affascinante: lo spazio ed il tempo.
Si è arrivati, anche in occidente, a considerare i “concetti” parti della mappa, non del territorio; cioè creazioni della mente. Così, gli stessi spazio e tempo sono costruzioni astratte dell’intelletto umano. La filosofia orientale, diversamente da quella greca, ha sempre sostenuto questa tesi “Il Buddha insegnava che il passato, il futuro, lo spazio fisico,… e le singole cose non fossero che nomi, forme di pensiero…realtà puramente superficiali” (Madhyamika Karika Vrtti). Il primato della geometria sembra essere stato superato dalla fisica moderna, che ne riconosce, dopo Einstein, i limiti. Dopo la teoria della relatività è stato rivelato che non esiste uno spazio tempo indipendente dall’osservatore. La frase pronunciata dal fisico Sachs nel 1969 sembra un plagio: “… la teoria della relatività suggerisce che le coordinate di spazio e tempo sono soltanto elementi di un linguaggio che viene usato da uno osservatore per descrivere il suo ambiente”.
Nella fisica moderna non è dunque più possibile parlare di spazio senza prendere in considerazione il tempo, e viceversa. I due concetti, unificati, costituiscono la così detta quarta dimensione, ancora una volta ci viene incontro l’antica Sapienza orientale, D. T. Suzuki cerca di descrivere lo stato di illuminazione: “…Ci guardiamo intorno e sentiamo che…ogni oggetto è connesso con ogni altro oggetto…non solo spazialmente, ma temporalmente…Come realtà di pura esperienza, non c’ è spazio senza tempo, non c’è tempo senza spazio; essi si compenetrano”.
Così, incredibilmente, Hermann Minkowski nelle celebri parole del 1908:
“…D’ora in poi lo spazio ed il tempo di per se stessi sono condannati a svanire in pure ombre, e solo una specie di unione tra i due concetti conserverà una realtà indipendente”.
L’universo è dunque dinamico, un perenne scorrere, la stasi non è che creazione della mente, quella che gli Induisti chiamano Maya. Nulla può essere osservato se non nel suo divenire, nella sua danza cosmica di contrazione ed espansione. Nella fisica post-einsteiniana è stato appurato il medesimo fenomeno. Non esiste un costituente primario della materia, essa, a livello subatomico, è la risultante di interazioni, di scontri tra flussi di energia. Questi processi dinamici sono in grado di creare ora energia cinetica, ora massa fondendo, ancora una volta, i due concetti, si è giunti ad un’equivalenza tra massa ed energia. Non si può parlare più di una “cosa” ma dovremmo parlare di un “evento”, poiché le parti più piccole di materia non sono che interazioni reciproche tra particelle a loro volta risultato di altre interazioni. Non si può più parlare di spazio vuoto e materia ma solo di campo. “Il campo è la sola realtà”. La materia può in questo senso dirsi un difetto (addensamento di energia) del campo invisibile soggiacente. Ancora nelle parole di un mistico, il Lama Govinda, possiamo scorgere la descrizione dei fenomeni della fisica quantistica: “La relazione tra… forma e vuoto non può essere concepita come uno stato di opposti escludentisi a vicenda, ma soltanto come due aspetti della stessa realtà che coesistono e cooperano incessantemente”.
La fisica è arrivata così a parlare di “vuoto vivente” ossia di una danza cosmica pulsante in ritmi perpetui di creazione e distruzione. Quasi scontato sottolineare quanto il concetto di danza cosmica sia familiare alle scuole filosofiche orientali.
La similitudine di Capra si spinge poi oltre arrivando a postulare come nuovo koan le simmetrie dei quark, vengono così analizzate nel dettaglio le differenti configurazioni che possono assumere le interazioni di particelle subatomiche, sottolineando l’impressionante armonia del mondo dei quanti. Un’armonia cosmica di cui sono espressione i più differenti simboli Induisti, Buddhisti e Taoisti. Anche qui similitudini e comparazioni forse forzate, forse geniali; come quella più eclatante tra “la teoria della matrice S” e “l’I King”, entrambe si rivolgono a processi non ad oggetti, entrambe ritengono impossibile separare l’osservatore da ciò che osservato. Anche a questo è giunta la fisica moderna: ogni qual volta osserviamo un fenomeno, interagiamo con esso, divenendo parte integrante del fenomeno da noi osservato.
Nella conclusione del saggio Capra tira le somme e definisce, dopo tante affinità, una differenza fondamentale tra la scienza e il misticismo: “Nella concezione orientale, quindi, come in quella della fisica moderna, ogni cosa dell’universo è connessa ad ogni altra cosa e nessuna sua parte è fondamentale…Sia i fisici che i mistici riconoscono l’impossibilità che da ciò deriva di spiegare pienamente un qualsiasi fenomeno, ma poi assumono atteggiamenti diversi. I fisici si accontentano di una conoscenza approssimativa della natura i mistici orientali, al contrario, non sono interessati alla conoscenza ‘relativa’ ma vogliono raggiungere la conoscenza ‘assoluta’, la quale comporta una comprensione della totalità della vita”.
Commenti
è un grande e atteso ritorno! non vedo l'ora di ritrovare il tuo archivio e di leggere tutti i pezzi nuovi...
Sono offeso. Questo andava sotto entrambe le sezioni. :-)
Stasera leggo, comunque il testo lo conoscevo già.
A+
T
Hai ragione ma sono alle prime armi su Eu, ora rimedio...
A presto
Grande Gianfrà! ...è un onore essere ancora dei vostri.
questo tuo pezzo su Capra era una di complessità memorabile. Madonna. La suggestione prima è pensare ai rispettivi percorsi biografici, da quell'agosto 2004 ad oggi: agli eventi e alle esperienze occorse nel frattempo (cfr. riflessioni sul misticismo...).
(onorati noi d'averti come colonna, come un tempo).
?La contraddizione, che tanto sconcerta il modo di pensare ordinario, deriva dal fatto che dobbiamo utilizzare il linguaggio per comunicare la nostra esperienza interiore, la quale per sua stessa natura trascende la possibilità della lingua? D. T. Suzuki
È Whitehead. Sputato. Giuro. Una reincarnazione ma è lui.
"Possiamo dividere la storia della fisica moderna in due grandi periodi: la fisica classica meccanicistica: Newton; la fisica moderna quantistica e relativistica: Einstein."
Insomma.
Direi almeno quattro periodi: la fisica prenewtoniana, il periodo 1905-1927, la fisica posteinsteniana, la fisica caotica.
"La fisica classica ha orientato il pensiero finanche filosofico per più di tre secoli. Secondo questa concezione esistevano degli elementi primi, materiali, che si muovevano nel tempo e nello spazio, entrambi assoluti. Era un modello del tutto uguale a quello degli atomisti greci da Democrito in poi. In aggiunta c?era il concetto di gravità, cioè la reciproca attrazione tra corpi dotati di massa. Le equazioni così create sul moto dei corpi sono diventate la base della meccanica classica; esse furono considerate le leggi immutabili secondo i quali si muovevano i punti materiali e si pensò dunque che potessero spiegare tutti i mutamenti osservati nel mondo fisico. Queste leggi furono applicate con successo all?astronomia, poi al moto continuo dei fluidi e alla vibrazione dei corpi elastici, infine al calore. Nell?Ottocento si era così giunti alla conclusione che le leggi newtoniane definissero la teoria assoluta dei fenomeni naturali. L?universo intero come un enorme orologio meccanico rispondeva alle medesime leggi ?oggettive?. Poi accadde qualcosa che fece traballare questo edificio monumentale, accadde prima di Einstein: Michael Faraday, muovendo una calamita vicino ad una bobina di rame, portò la scienza ad una svolta: l?elettromagnetismo e l?elettrodinamica. Insieme a Clerk Maxwell si spinse con successo oltre le colonne della fisica newtoniana. Al concetto di forza si sostituisce quello di campo. Ma la soggezione impedì a queste teorie di prendere il giusto spazio, lo stesso Maxwell cercò di dare una spiegazione meccanicistica alle sue scoperte."
Qui mettiamo insieme un po' troppe idee non credi?
La fisica del periodo illuminista ha influenzato la filosofia, ma la fisica laplaciana, quella che si ispirava ad un "orologio meccanico", parli di determinismo immagino, ha contribuito a spezzare il rapporto fisica filosofia e ha dato vita alla risposta romantica. La Naturphilosophie è ispirata soprattutto all'insofferenza per una natura meccanicistica.
Gli studi sul calore, quelli seri di Ludwig Boltzmann, sono giunti dopo l'elettromagnetismo, non prima.
La teoria della gravità di Newton può essere formulata in termini di campi. È stato fatto indirettamente già nell'ottocento.
La nozione di campo di forza è assolutamente equivalente a quella di forza da un punto di vista fenomenologico, ma introduce l'idea di propagazione di una forza, mentre per Newton l'effetto era immediato, la propagazione istantanea.
Nel 1905, con due articoli sensazionalisti, il giovane Einstein picconava la fisica alle sue radici: demoliti i concetti di spazio e tempo assoluti, quello di particelle solide elementari e l?ideale di una descrizione oggettiva della natura.
DUE??? QUATTRO! Quattro articoli! I migliori mai pubblicati! Hai appena scritto l'equivalente di "l'opera di Leopardi si può riassumere a tre sonetti".
Quattro articoli:
1) sulla relatività ristretta
2) sull'effetto fotoelettrico
3) su E = m c^2
4) Sul moto browniano
"Nel 1905, con due articoli sensazionalisti, il giovane Einstein picconava la fisica alle sue radici: demoliti i concetti di spazio e tempo assoluti, quello di particelle solide elementari e l?ideale di una descrizione oggettiva della natura. "
Tra l'altro: gli articoli del 1905 di Einstein ritoccavano le idee di spazio e tempo in modo particolare, questo è vero. L'idea di particelle elementari però decisamente no. Almeno non direttamente, non ancora. È soprattutto merito di Paul Dirac quella parte.
"La forza di gravità, infatti, spiega Einstein, ha l?effetto di curvare lo spazio ed il tempo."
Ocio però; qui siamo già nel 1915, teoria della relatività GENERALE.
La nozione di uno spazio localmente curvo è controversa.
"Queste incredibili rivelazioni comportano delle similitudini rivelatrici con l?insegnamento Induista, Buddhista, Taoista e Zen."
E con le idee di Leibniz, di Newton, di Cartesio, di Aristotele, di Talete, di Platone, di Bergson, di James, di Goethe, di mezza Europa.
Insomma, questa è una speculazione un po' fortina; al libro di Capra rinfaccio soprattutto un lessico volutamente vago fluido e poco rigoroso, un uso e abuso di termini come "flusso", "energia", "cosmo", che hanno diversi significati se letti in fisica moderna, nel pensiero taoista, nella monadologia leibniziana o nei deliri di Cartesio.
È un grande scienziato, ma manca di rigore quando tratta di filosofia, il che è poco rispettoso. Finisce per cucinare un brodo misto di Tao, fisica quantistica, teoria del caos, shintoismo e qualche troppo sporadica lettura di filosofia antica.
Tu faccio un esempio: Capra ritiene che la fisica Einsteniana abbia messo in evidenza come lo spazio "in se" sia inesistente, ed esista invece soltanto uno spazio relazionale, oppure un tessuto spaziotemporale generato dalla presenza di massa.
Questo è fondamentalmente legato all'idea "sconfitta" da Einstein sull'esistenza di un etere, una sostanza-spazio che riempire l'universo, in termini moderni un campo.
Ora la teoria del 1905 in effetti distrugge l'idea di etere, ma quella del 1915 lo reintroduce subdolamente. Se Capra si fosse preso il disturbo di leggere i filosofi moderni saprebbe che esiste un ottimo libro di Friedman M., in cui viene affrontato il problema dello spazio "in se", già ragione di disputa tra Newton e Leibniz.
Friedman dimostra, con argomenti rigorosi, non con vaghi accenni a movimenti cosmici, che la relatività non esclude affatto l'esistenza dello spazio "in se". Lo spazio dunque non è una pura creazione della mente.
La posizione relazionale non è dovuta a Einstein ma a Whitehead, che infatti per riuscire a tenerne conto deve riscrivere la relatività. La sua teoria è quasi sconosciuta e probabilmente incosistente con i dati sperimentali.
Altra questione è la spazializzazione della percezione, il fatto cioè che la mente non è capace di costruire un'idea senza darle una connotazione spaziale e temporale. Qui la fisica ha poco da dire, si tratta di un'intuizione assai vaga della corporeità delle cose. Ne parla bene Bergson.
Mi sembra, ed è una critica che mi sento di generalizzare, che la filosofia orientale faccia proseliti soprattutto a causa di un frasario un po' vago e poeticheggiante, nitschiano. Le idee che presenta Capra sono tutte graziose ma approssimative. Posso riempire un libro di frasi così e essere sicuro che qualsiasi scoperta arrivi domani mi darà sicuramente ragione.
Questo secondo me è sintomo che
1) O Capra ha raggiunto l'illuminazione e l'onniscienza
2) oppure le sue frasi una volta scarnate da metafore e giochetti retorici non significano assolutamente nulla
personalmente so per quale risposta propendo.
Detto questo, la sua opera può essere intesa in altro senso: e cioé come un imponente lavoro di divulgazione, un ondo di Sofia della fisica, un giochetto poetico per mandare giù la pillola.
Ci sono parecchie pecche ma nell'insieme questo è un obiettivo riuscito, e mi sentô di consigliare Capra molto più che gli articoli di repubblica ad esempio.
(Il tuo testo suffraga la mia ipotesi; ci sono alcune imprecisioni, probabilmente alcune sono dovute a tue sviste, ma nell'insieme parli di fisica senza fare troppe concessioni al vago, e ci azzecchi quasi sempre. Significa che in definitiva il contenuto è passato)
Intanto complimenti per il pezzo. Deve essere stata una sudata.
Grande recensione.
Non condivido quasi nessuna idea di Capra, ma la recensione è ottima. Complimenti
Cavolo me l'hai disossata!!!
Quel libro mi aveva del tutto conquistato, ho cercato di trasmettere soprattutto quell'emozione lì, cercando di essere il più preciso e coinvolgente possibile non avendo alcun tipo di formazione scientifica (liceo classico scienze politiche...) alle spalle ma un sentito e tutt'ora vivo interesse per fisica e filosofia.
Fermo restando questo quando metto insieme molte cose, è perché lo voglio fare, nel pieno spirito del libro di Capra. Non so se Capra abbia raggiunto o meno l'illuminazione (altra cosa e l'omniscienza non facciamo confusione) sicuramente indica un percorso suggerito da clamorose similitudini.
Quanto alla tua generalizzazione sulle filosofie orientali la trovo semplicemente semplicistica e inaccettabile. Ma il discorso è lungo e merita semmai una bella chiaccherata alla quale ti invito.
Questo forse è un mio problema: non sopporto la lentezza e la freddezza di questa forma di comunicazione per i dibattiti. Quelli, per favore, facciamoli a voce se sono così omnicomprensivi.
Dimenticavo: grazie Mat, allargo l'invito a cena anche a te....
A voce? Stiamo comunicando - in questo caso, fin qua - tra due nazioni diverse - Mat e Michele sono svizzeri. A questo aggiungi Monteverde e Balduina. Cena virtuale. Se non ci fosse stato il web non saremmo stati qui. Pensaci su:)
Svizzera? Cavolo non lo sapevo... adoro il web, ma non per i dibattiti ontologici... se ne parla quando faccio un salto su allora!
Losanna, per essere esatti. Ma scendo in Italia talvolta a trovare il parentado milanese.
Mat è mio fratello, ma giuro che non è colpa mia. :-)
La generalizzazione non è tanto alle filosofie orientali, quanto all'apprendere e divulgre le filosofie orientali in occidente. In particolare su persone che non hanno l'adeguato back ground di filosofia continentale, come Capra.
Credo che sia in definitiva più proficuo e serio interessarsi alla nostra e magari innestarci qualcosa di Tibet e Cina dopo qualche centinaio di libri, un annetto di letture o giù di lì.
Magari qualcosa scritto da un filosofo serio come Wirz.
Fisica e filosofia è un interesse in comune... ci stò facendo un dottorato in ricerca.
Leggi Heisenberg, ha scritto di quantistica e filosofia orientale.
Ottimo Heisenberg, sempre stimato ma consigliami un testo in particolare da cui partire sennò ho finito di campare...
Guarda che se leggessi con attenzione Capra lo apprezzeresti, sono sicuro. Sono il primo a voler fare un falò leggendario di new age e finto spiritualismo, questo non vuol dire che non consideri tentativi come quelli di Capra estremamente proficui, seri e profondi.
Non credo si tratti di uno scontro ne tanto meno di una competizione, semmai il contrario,il tentativo è quello di trovare i punti in comune e da lì partire. Credo che sia più o meno anche il punto di vista di Heisenberg...
E credo, in sintesi, di poter leggere Wirz o Steiner, Krishnamurti, Bacone o Osho creandomi un percorso personale senza stilare classifiche assolute di serietà.
Già che ci sei consigliami il testo più accessibile di Wirtz, giuro che me lo leggo solo se tu leggi il Tao della Fisica però...
Vedo che hai passione per il misticismo orientale, Giambo. Passione da me condivisa: ho biblioteca piena di testi sull'argomento, di Evola e Guénon in particolare. Su Steiner ho fatto la tesi, ne trovi stralci rielaborati e semplificati qui su Lankelot, se ti interessa, come mi pare di aver capito. Ti lascio i link:
http://www.lankelot.eu/?p=1177
http://www.lankelot.eu/?p=1197
Il "tao della fisica" me lo hanno vivamente consigliato. Ero restio ad avvicinarmici per la mia ignoranza in fisica, ma letto il tuo pezzo e compreso l'approccio con cui ti sei accostato ad esso, spero di poterlo leggere anch'io, prima o poi.
Ma io ho letto il Tao della fisica. Circa due anni fa.
Questo ti mette in difficoltà perché di Wirz esiste un libro solo, pubblicato in francese nel 2006. Si chiama "La voie et ses degrées".
Di Heisenberg "Fisica e filosofia", opera liscia e accessibile.
Capra non è un autore New Age, su questo concordo, altrimenti lo avrei affondato con spietato sadismo.
Quello che attualmente pone in discredito la filosofia è questo gusto per il vago, la terminologia fluttuante e la mancanza di rigore. Non si tratta di una reale necessità o di eccedere in matematicismi; Earman, il prossimo scrittore che penso di recensire in lankelot, scrive con molta intelligenza che i filosofi farebbero bene a capire che tradurre UN UOMO ATTRAVERSA LA STRADA con SIA UN UOMO U UNA STRADA S E UN TEMPO T... non rende un testo più chiaro o più ricco in informazioni. Solo più pedante.
Una certa attenzione al linguaggio, soprattutto nel secolo della filosofia analitica, mi sembra doveroso, senza rinunciare alla filosofia speculativa.
In questo senso parlare di fluire del cosmo, o di "ogni cosa dell?universo è connessa ad ogni altra cosa " significa enunciare delle tautologie. La mia conoscenza non aumenta di una virgola, tranne se ritengo che accumulare parole sulla carta sia conoscenza.
Se Capra si fosse limitato a discutere di meccanica quantistica come fa Heisenberg e affermare che esistono delle analogie con una certa corrente di taoismo, io lettore imparo cos'é il taoismo e cosa dice la meccanica quantistica, e mi godo qualche analogia.
Se invece impacchetti insieme diverse teorie, notoriamente antitetiche come la relatività e la fenomenologia quantistica, i dibattiti sullo spazio-tempo leibniziani e qualche delirio presocratico e provi a trarne una plastilina per modellarla in forma di buddha... beh non ci siamo.
Come volevasi dimostrare Gf... passo e chiudo.
P.s. Grazie Léon per aver compreso l'approccio, mi devi far leggere la tesi perché Steiner mi interessa tantissimo soprattutto per le molte similitudini con i miei "preferiti" (termine assolutamente improprio ma non ne trovo uno migliore) Gurdjieff e Ouspansky...
Gurdjeff, Ouspensky? Anche qui sfondi una porta aperta (nella mia biblioteca ci sono "Frammenti di un insegnamento sconosciuto" e "Incontri con uomini straordinari". A tal proposito, visto il tuo interesse per certi autori (teosofia e Krishnamurti compresi)e argomenti, ti consiglio il brillante saggio di Julius Evola "Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo".
Su Steiner: nel pc ho solo la brutta copia della tesi, peraltro da riassemblare. Se t'accontenti te la spedisco riassemblata(c'è naturalmente la bibliografia essenziale di riferimento). Se mi contatti in privato (via mail, la trovi sul mio profilo) ci si mette d'accordo, o al limite ti suggerisco i testi base da consultare.
Saluti
forse arrivo tardi, ma la via occidentale e quella orientale spesso confluiscono. le stringhe vibrano -string, come quella del violino. il suono nella tradizione vedica ha generato il mondo
riformatto questa
fatto
:).
Questo dibattito era impressionante:)
Io esigo da Lei una recensione ad una qualsivoglia opera di Corrado Augias.
Scusate l'intromissione. E scusa Giambo perchè non ti conosco ma si sente che la recensione è fatta con il cuore.
Non vedo anche io grosse similitudini tra i due percorsi, sembra anche a me una grossa forzatura la sintesi proposta da Capra.
Credo che la generalizzazione vada a danno anche del mondo orientale. Sono circa due millenni che subiamo il fascino di quell'orizzonte, e non facciamo altro che farne un simbolo, unitario e monolitico. Ancora si mette sullo stesso piano il taoismo, il buddismo e l'induismo, è come per noi parlare delle similitudini tra la cultura celtica e quella dei berberi del deserto. Tra un indiano e un cinese c'è una distanza che non possiamo nemmeno immaginare, nonostante il buddismo abbia fatto per alcuni aspetti da ponte.
Concordo con Michele dell'opportuna attenzione al linguaggio dopo la svolta analitica, ma penso anche che non tutto sia riducibile al suo rigore. Il rigore del primo Heidegger ontologo, era su un livello teoretico che non abbiamo forse più conosciuto, ma un analitico probabilmente lo avrebbe giudicato confuso a livello proposizionale. Ma non si può giudicare tutto con una accetta, soprattutto se si è sprovvisti di alcuni strumenti di analisi. Il che mi fa pensare spesso che la filosofia analitica sia uno strumento del conoscere, e che sia ancora troppo presto per chiamarla filosofia.
A proposito di Nietzsche, ingiustamente citato, e le filosofie "mistiche" orientali.
"Quella dei mistici è una triste condizione: non sanno essere profondi tantomeno superficiali". Nietzsche.
Un po' cinica ...;)
Rileggendo questa serie di commenti mi coglie il dubbio che Giambo si fosse offeso... spero di no.
I commenti del 2007 li vevo mancati, ma mi sa che nel frattempo io e gens abbiamo già scambiato parecchio sulla questione analitica... e che siamo abbastanza in disaccordo.
giamboa@hotmail.com scrivigli;)
[Capra Fritjof] impaginazione
[Capra Fritjof] impaginazione e carattere