Cappelli Gaetano

La vedova, il santo e il segreto del Pacchero estremo

Autore: 
Cappelli Gaetano

Petronismi

''La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo'' di Gaetano Cappelli (Marsilio, 2008), piú che un romanzo sembra nel complesso, a vederlo a volo d'uccello, la compiaciuta versione alfabetica di un film su una grottesca, lunghissima orgia fra una serie di personaggi tardoimperialmente dissoluti, privi di sostanza ed oleografici, incorniciati da (o meglio frammisti a) molti, troppi elenchi di cose, attività aziendali (vd. a pag. 84), profumi ed effluvi, sensazioni, stravaganze enogastronomiche e vestiti (soprattutto biancheria intima), con, sotto i riflettori dell'emporio in cui si riprende la scena, un'ampia dotazione di femmine (cafone in diversa misura quanto in varie maniere riverniciate con una vasta gamma di gradazioni andanti dallo chic erotico – Vera Gallo, la vedova – al porno-maniacale – la ''giunonica Luana'') e gli indispensabili esteti pervertiti (in particolare uno, centrale: il critico d'arte Dario Villalta, il quale segue una prassi d'innamoramento quantomeno improbabile, poiché il suo cuore punta solo delle vedove che vogliano rispettare il proprio ''giuramento di fedeltà alla memoria del marito che, facendo nascere in lui il desiderio di indurre la prescelta a tradirlo, era poi la molla che lo spingeva verso le vedove devote'', pag. 171).
Poi ancora: cuochi di moda incapaci di friggere un uovo (l'arrivista Elio Di Ilio) e dandy postmoderni semianalfabeti (il gallerista Carmine Palomino), tutti immancabilmente uniti dal massimo comune denominatore di una policroma quanto eccessiva e vuota esistenza – svoltasi (nelle numerose analessi) e svolgentesi, in un modo o nell'altro e nonostante certe concessioni al gusto per l'arte rinascimentale, sotto le banali costanti delle tre famigerate ''s'': sesso, soldi e... solitudine: questo ultimo poi l'unico aspetto dei personaggi inutili di Cappelli che potrebbe esser stato approfondito per concedere qualche grammo di sostanza ad un romanzo privo di messaggi spirituali. E questa l'occasione persa dall'autore potentino. Il quale attua tale pretenziosa storia-affresco-di-storie (o scorribanda, sarebbe piú esatto dire?) per mezzo di un vero e proprio bombardamento di stucchevoli forestierismi da intenditori e fini dicitori nonché con una omnipervasiva attenzione al sesso in ogni sua superficiale declinazione – vedasi il confronto qualitativo (!!) fra le pornoattrici professionali e quelle amatoriali che a partire da pagina 87 si sviluppa, con linguaggio esplicito, piú oltre, in una narrazione che poi torna con grande frequenza a descrivere fellatio, orge, seni procaci, per via di una forsennata ludomania iterativa infine terribilmente noiosa (tanto piú se snocciolata in un ambiente di VIP che, ovviamente con base a Milano o in altri luoghi fichi, vanno a Capri per finire in una intollerabilmente kitch riproduzione artificiale della Grotta Azzurra realizzata all'interno di un albergo di lusso).
E, nella volgarità trionfante di questo romanzo corale privo di dolcezza e di intimità – che forse vorrebbe denigrare la buzzurra Italia della attuale post-borghesia, ma di fatto non fa che esaltarne e plauderne la miseria morale, cosí aderendovi – dà ulteriore fastidio l'incollamento di una riflessione para-profonda inserita nella descrizione dei pensieri di Dario Villalta, il quale si sta chiedendo perché la fellatio, praticatagli la notte stessa dalla sua ''perfetta'', stupenda e bionda vedova, non lo abbia lasciato soddisfatto come sarebbe stato logico:
"Cosí anche la perfezione può essere un difetto? Ma allora l'uomo è davvero condannato all'infelicità?" si disse molto filosoficamente il Villalta – non dimentichiamolo, aveva pur dato qualche esame in quella disciplina che inseguendo le sottigliezze piú astratte finisce spesso per rendere vaghi gli uomini stessi. Non era il suo caso. Villalta era uno che mirava al sodo (...)''. (Pag. 170).
Nelle ultime decine di pagine, il romanzo, esaurita anche la (già modesta in principio) forza propulsiva dei mille suoi attori muniti del carisma delle comparse, sfocia nel giallo classico, trasferendosi a Capri ed inserendo nel gioco-trama una cuoca fortunata, moralmente seria, lavoratrice e brava (ed ovviamente bella, qui non esistono i brutti, come in televisione e peggio che nei film porno) chiamata Mariasofia. Il finale è a sorpresa, ben costruito, anche se ancor piú cinematografico (stavolta c'è 007 da citare) della già filmica natura dell'intera opera.
Troppe, lungo il cammino, le digressioni, e spesso di pessimo gusto, eccetto la piacevole ricostruzione storico-documentale relativa all'origine di due magnifiche statue (i veri protagonisti delle vicende artistico-finanziarie), condotta a partire dalle scoperte di una studiosa vivente (Clara Gelao, stranamente non una ninfomane ma una persona normale): ricostruzione che inizia a pagina 100 per snodarsi, con interessanti divagazioni, attraverso molti capitoli, cosí abbracciando le storie intrecciate del gentiluomo lucano quattrocentesco trapiantato a Padova Roberto de Mabilia, del prete intellettuale don Nicolino e del poeta Pasquale Verrone.
In conclusione: dispiace, confrontandosi con una penna dalle grandissime potenzialità come sarebbe quella di Cappelli, dover tracciare un siffatto bilancio di lettura. Ma l'iperrealismo di questo poliedrico autore (iperrealismo lo dico io, ma credo lui pensi di essere espressionista astratto), qui tutto riversato nello scolpire la mera esteriorità degli uomini e degli oggetti, tramite dei barocchismi con punte di rococò alternati a dei tonfi nel pacchiano puro, non mi pare affatto che riesca a coniugare eleganza, vivacità, accuratezza sintattica e significati profondi – e il motivo, secondo me, è che gli ultimi, i significati, qui latitano, portando dunque a sfaldarsi l'intera costruzione.
Altro che seni inguainati di viola, residence e crack finanziari, industriali russi grezzi e furbi psicanalisti milanesizzati (questo me lo stavo dimenticando: l'ebreo polacco Aaron Kaminsky, evidente scusa per introdurre nel romanzo una linea concettual-narrativa concernente la metempsicosi applicata alla psicanalisi, tematica originale ma degna di piú ampia trattazione): no no no. Da' un senso al narrare, Cappelli, restringi il tuo mare magnum in un laghetto (ma ben fatto) ed approfondisci le tematiche, scava nelle persone, negli eventi e nelle cose. Te ne saremmo grati sapendo che saresti in grado di farlo. Ed evita, già che ci sei, concessioni alla moda come ventanni e trentanni scritti cosí, senza manco l'apostrofo – che già è sbagliato nei troncamenti. Si può essere attualissimi anche restando nella grammatica.
Dunque ti aspettiamo al prossimo appuntamento in libreria: fa' vedere chi sei. E dicci qualcosa di serio – pur conservando la tua eccezionale dote di farci ridere, particolare che il sottoscritto spera che la tua narrativa conservi e salvaguardi in eterno.

BREVI NOTE

''La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo'' di Gaetano Cappelli (Marsilio, 2008)

Sergio Sozi (Lubiana, 21 III 2009)

ISBN/EAN: 
9788831795944

Commenti

"La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo" di Gaetano Cappelli (Marsilio, 2008), secondo Sergio Sozi.

buona lettura!

ottimo Ser, guardo l'aspetto positivo: mai letto niente di Cappelli, mai sentito nemmeno nominare - succede - e adesso mi viene voglia di scoprire chi sia, e di sfogliarlo in libreria.
Le stroncature - mi è chiaro da un pezzo - servono proprio a questo. In Italia se ne fanno poche, è non è che la cosa mi faccia impazzire; quando se ne pubblica una, è - di solito - una questione personale tra due autori (o tra un autore e un critico). In questo caso, si sente che hai studiato e interiorizzato il libro: rifiutandone certi aspetti, ma rapportandoti con onestà e profondità al testo.

Grazie;)
gf

Gia', caro Gianfranco, hai ottimamente individuato i due motivi generali delle poche stroncature apparenti in Italia:

1) Pubblicita', mascherata da rifiuto, per il libro stroncato;
2) Questioni personali fra il critico e l'autore.

Solo che io Cappelli non lo conosco e non intendo proprio pubblicizzare questo libro. Tutt'altro. E' stato per me una delusione e l'ho analizzato perche' sono un critico serio: i critici seri dicono la verita', secondo la mia etica professionale. E devono inoltre tener fede alla propria funzione pubblica: che e' anche quella di dire quando un'opera ha dei difetti e quali sono e perche' e come, eccetera.

P.S.
Cappelli e' autore alquanto letto in giro, anche perche' se no Marsilio non gli avrebbe pubblicato la bellezza di altri quattro titoli.

Interessante. Di questo autore non ho letto niente, quindi non scendo nel merito, (ma questa pagina mi è piaciuta) però qualche tempo fa è venuto alla ribalta con "Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo".
Lascio un paio di link, al suo sito:
http://www.gaetanocappelli.it/

che però non mi pare aggiornatissimo, ad una prima occhiata.
e link al suo blog su splinder:

http://gaetanocappelli.splinder.com/

4.

Grazie di tutto, Branco. Resta sottinteso che prima di comperare altri libri del sullodato finiro' quelli della mia libreria. Il che e' tutto dire...

E adesso chi sappia cosa sia un ''Pacchero'' alzi la mano.

P.S.
Secondo me esiste un parallelo cinematografico-letterario fra Cappelli e la Wertmuller: la brevita' dei titoli la dice lunga...

6. eheheh! Io, ma la rappresentanza napoletana su questo sito potrà illustrarne meglio le caratteristiche.

7. Illuminanti parallelismi. :)

Da parte mia,mi auguro di leggerla più spesso.

8.
Io sono umbro d'origine romana, ma mia madre, pur avendo vissuto a Parthenope tre anni, non mi ha trasmesso la nozione del ''Pacchero''. L'ho appresa - lo confesso - solo adesso, grazie a questo romanzo di Cappelli. Il Pacchero, dunque, e' un tipo di pasta campana. Ottima, credo: me lo confermi, Movida? Io non l'ho mai assaggiata.

è un tipo di pasta, un maccherone gigante...la preparo al forno, su richiesta di mia sorella, ma in terra emiliana non è che la trovi spesso. Sulla bontà non posso discutere, il gusto è soggettivo però mi dà l'idea di un piatto che evoca l'idea di affetto familiare. Non sono di origini napoletane,ma frequento spesso la cucina :)

pacchero (o pacchera, credo) però ha anche un altro significato trasmesso in passato da amici napoletani...uno schiaffone direi. Non sono sicura, per questo dovrei chiedere lumi...

..e poi pensiamo al nome...dà l'idea della "pienezza"..il pacchero...non come le penne,rigatoni, maccheroni,mezze penne, farfalle, etc...ma PACCHERO :)

Concordo, Movida - con l'acquolina in bocca. E per tornare a noi: hai letto mai qualcosa di Cappelli?

12. No.Conoscevo solo un suo titolo,ma non ho mai letto nulla di suo. L'aver letto nella sua l'accenno alla grammatica costituisce un deterrente fortissimo (leggasi "mi unisco a lei nell'esaurire prima la mia biblioteca"). Mi è del tutto sgradito il mancato rispetto della nostra lingua. Sgradevole e volgare perché umilia una lingua con secoli di storia, ricca di sfumature e che deve essere trasmesse nella sua bellezza ai posteri. Ricordiamo come abbiamo imparato noi a leggere e scrivere...non tanto dalle regole dettate sistematicamente nelle scuole, ma dalla lettura dei libri (di qualsiasi genere).

Torniamo all'elogio del pacchero? :)

Cara Movida,

siamo in perfetta ''sintonia grammaticale'': diciamo basta alle presunte innovazioni modaiole (forestierismi a iosa) che immiseriscono la nostra lingua (anche se va detto che per il resto Cappelli scrive in maniera estremamente corretta, soprattutto da un punto di vista sintattico. Credo abbia alle spalle degli studi seri. E per questo mi fa ancor piu' inc...).
Va be': l'elogio del Pacchero si', ma non del... ''Pacchero estremo'' (v. titolo libro!).

...il ''pacchero estremo'', in effetti, e' una ricetta, alcuni accenni della quale sono presenti nel romanzo (verso la fine, quando entra in gioco la cuoca giovane, bella e capace, Mariasofia). Solo che nemmeno questo aggiunge nulla alla mancanza di pudore presente nel libro e alla sua assoluta mancanza di significati profondi. Meglio farsi una sana pappata di Paccheri al di la' di tale citazione, crederei bene.

C'e' qualcun altro che abbia letto questo romanzo?

Il marchio "Marsilio" non è eccezionalmente popolare da queste parti, amice. E' a un passo dal mainstream, e noi puntiamo la piccola e media editoria di progetto, storicamente, con poche eccezioni (e tutte di catalogo)

E fate bene. Io comunque leggo tutto quel che mi piace, al di la' dei marchi di fabbrica (pero' noto ugualmente quello che notate voi: i grandi editori sono sempre piu' deludenti e generalmente recensisco le case piccole ed indipendenti).

appunto;).
Se pensi, per dire, che Mondadori fa 1000 - mille - nuove uscite l'anno... di quante ti accorgi, ci accorgiamo, esistano? Ci sarà un perché. Stesso discorso vale, mutando di poco i numeri, per altri marchi:). Ciò non toglie che questo Cappelli mi stuzzica, saranno i paccheri, sarà il cazzeggio, ma ha qualcosa di famigliare. Saprò dirti tra qualche mese o al massimo 1 anno:)

Cappelli sarebbe una bella penna, come dico nella recensione, ma credo che ormai stia in un ingranaggio simile a quello di cui parli tu, Gianfa - e nel quale io non entrero' mai perche' alla mia identita' ci tengo: ed e' proprio l'identita' la ''cosa'' che la grande editoria ti trasforma senza che tu te ne renda conto; un po' come la tv.

Io sono dalla parte delle botteghe artigiane e sono a mia volta un artigiano. Vecchio stampo ed orgoglioso di esserlo: la fucina e' un ambiente che sa di mitologia e di archetipi, no?

a voja.

...invece la modernita' (in Letteratura e anche, in parte, nella realta') mi ha completamente stancato. Basta di parlarne in tutte le salse: torniamo alla ricchezza e alla profondita' dei Greci e dei Latini, degli Italiani veri (lo sono stati fino al Secondo Dopoguerra. Poi stop: post-italianita' - eccetto eccezioni, fra le quali l'appena scomparso Giuseppe Bonaviri. Un grande da piangere con lacrime amare).

Su Bonaviri: prometto una recensione - non saprei dir quando ma comunque un giorno. Parola d'Italiano. Pero' non mettetemi sadenze... lo faro' appena ne saro' in grado.

Ho preso un altro titolo di Cappelli, non so se e quando lo leggerò...il pacchero mi ha messo una grande curiosità...

25.

Cara Movida,

quale titolo hai preso di Cappelli? Quello del ''controverso successo del vino Aglianico...''? Se e' quello, non l'ho letto: mi faresti sapere tu come e'?

Grazie
Ciao
Sergio

No, ho trovato Parenti Lontani, ma le confesso...che dopo le prime pagine l'ho abbandonato al suo destino (ossia quando mi verrà maggiore curiosità)...anche lì quelle note stilistiche stonate....
Dell'Aglianico etc. non ho trovato traccia. Ero interessata a quello a dire il vero...però il libro l'ho preso in biblioteca :)

Lei ha fatto benissimo, cara Movida: le biblioteche sono un pubblico servizio da sfruttare meglio (e parlo per tutti noi). Inoltre mi fa piacere di aver colto appieno il vuoto sostanziale dell'opera di questo autore - cosa che mi par confermata da quanto dice anche Lei a proposito di ''Parenti lontani''.
Precisero' di non essere uno con la ''puzza sotto il naso'': leggo ed apprezzo Gadda, per esempio, poiche' in lui vi e' chiaro il proposito di scrivere in maniera diversa, ma cio' E' VOLUTO, non casuale o frutto di adesione alle mode analfabetizzanti del momento, anzi tutt'altro. Non sopporto invece gli stilemi di moda che ufficializzino le disgrafie d'uso comune fra gli ignoranti.
Per fare un esempio: un neologismo simpatico e personale (idiotismo) o un lemma dialettale mai usato prima in Letteratura mi puo' piacere; ''non centra'' scritto senza apostrofo mi fa invece imbestialire.

Saluti Cari

Sozi

28. la penso così anch'io. Non mi pronuncio mai pesantemente,senza aver letto qualcosa...però non mi rassegno. Proverò a cercare l'altro titolo. Le biblioteche sono un luogo perfetto,soprattutto quando si vuole testare...:)

il Cappelli ha buona stampa. La prova principe ieri a casa: mio padre, sempre convinto della bontà delle segnalazioni di quotidiani e/o periodici, ieri aveva due libri di Cappelli (uno era questo) sulla scrivania. Ora ho capito qual è il circuito...

30.
Gia', Gianfa: sulla carta stampata c'e' chi (mi sembra il ''solito'' D'Orrico che fa e disfa come vuole lui in cento telegrafiche battute) lo ha paragonato a Philip Roth. A spararle grosse, pero', come vedi ci si guadagna ancora.

Post Scriptum

A seguire le recensioni di periodici e quotidiani anche io e mio padre ci abbiamo preso delle sonore fregature, in passato. Da qualche anno, pero', abbiamo entrambi ''raffinato'' l'occhio, che e' diventato clinico-cinico: l'incensamento fatto tra amici o da critici incompetenti lo becchiamo al volo - anche se scritto a lettere dorate e col capoverso miniato.

31, ma io ho fondato Lankelot a posta:). E' mio padre che non era convinto che avessi ragione io, ma se ne sta accorgendo (è un po' tardi, ma era ora!)

Hai anche tu l'occhio clinico-cinico, vero?

beh, diciamo che preferisco leggere cose che scrivono letterati che conosco di persona o di cui mi fido...

35.
Faccio cosi' anch'io ma purtroppo qualche fregatura ogni tanto e' inevitabile beccarsela. Alfine son diventato quasi vendicativo: quando me la becco stronco il libro - almeno cosi' me la godo un po' anch'io, eh eh eh.

36.
Aoh, scherzavo!

[Cappelli] doppia copertina

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