“Mi trovavo un giorno nella bottega del tipografo con sette dita (tre gliele aveva tagliate la rotativa) quando entrò il barone: anche così fermo, davanti al banco, a un passo da me, fuggiva. Parlò, e parlò di poesie, che il tipografo gli doveva stampare. E nei silenzi continuava a parlare; gli affiorava alle labbra un respiro intriso di parole smozzicate, sillabe, suoni, bolle d’un suo discorso interno irrefrenabile. Uscì il barone, ed io, incantato, non rispondevo al tipografo che mi chiedeva i soldi dei libri rilegati[...]. Capii che la nobiltà diversa del barone era la poesia, in lui doppiamente magica. E fastosa sognante maliosa, di preziosa favola, di canto mai sentito[...]”.
Così lo scrittore Vincenzo Consolo su “L'Ora” del 17 febbraio 1967, ripubblicato poi in “Le pietre di Pantalica”, ricorda la singolare figura di Lucio Piccolo.
A questo primo silenzioso incontro, altri se ne aggiunsero durante l'adolescenza dello scrittore di “Nottetempo, casa per casa” (Premio Strega 1992) quando “finita la scuola, in estate [...] ero costretto ad andare in negozio per i conti e la corrispondenza. Così, stando sulla porta, vedevo spesso questi Piccolo dentro l’automobile, il grande, tutto chiaro, due pomelli rossi sulle guance e una faccia minuta e trasparente come di cera, e l'altro, più giovane, un tipo magro, la faccia lunga, due occhi tondi e un po’ sporgenti e dei capelli arruffati che gli cadevano come a frangetta sulla fronte. Qualche volta, dentro l'automobile, c'era pure la sorella, che don Andrea (il portiere dell'albergo Savoia dirimpetto al negozio del nonno di Consolo, NdR) diceva molto bella, sempre nascosta sotto grandi paglie o veli”.
Altri incontri che, però, non sminuiranno la magia del primo, raccontato più volte con diversa forza evocativa:
“Un giorno, dopo anni, il barone Piccolo me lo trovai davanti nella carto-libreria-legatoria dei fratelli Zuccarello titolari anche della tipografia “Progresso”. Entra, seguito dall’autista don Peppino. <<Ecco qua>> dice Piccolo <<Queste sono le poesie>> e consegna dei fogli dattiloscritti, con un sorriso tra imbarazzato e divertito. Discussero di carta, di caratteri, di copertina, di copie. Poi, gli occhi di Piccolo si appuntarono sui miei libri (vecchi libri che scovavo qua e là sulle bancarelle), ne lesse i titoli [...]Rise e guardò me, s’accorse che ero come contrariato, e si scusò <<M’accorgo di non essere il solo ad amare questi libri>> disse <<Gli almanacchi, le guide, le storie locali; ah, sono pieni d’insospettabile poesia. Senta quest’attacco>> aggiunse[...] e si mise a leggere, con quella sua voce chiara[...].
Ero rimasto lì incantato, quando Lucio Piccolo sorrise ancora, mi tese la mano e <<Ho un’intera biblioteca di questi vecchi libri. Venga, venga a trovarmi a Capo d'Orlando. Al chilometro 109 c’è una stradina che arriva fino alla casa>> e sparì, con don Peppino dietro”.
Quel libretto stampato nella tipografia “Progresso” era la plaquette d'esordio 9 liriche che Piccolo inviò ad Eugenio Montale insieme ad una lettera d'accompagnamento scritta a quattro mani col cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa per il premio letterario di San Pellegrino Terme.
(Divertente l’aneddoto che vede un inasprito Montale pagare 180 lire per via dell’affrancatura insufficiente del plico!*)
Colpito dalla purezza di quelle liriche rare e preziose, Montale decide di tenere a battesimo l’esordiente siciliano che considera giovanissimo e inesperto e che, invece, si rivelerà un colto cinquantenne, assoluta rivelazione del meeting letterario.
Nel 1956 Mondadori pubblica la raccolta Canti barocchi e altre liriche, prefata dallo stesso Montale che definirà Piccolo “gran signore cosmopolita che nella sua solitudine di Capo d’Orlando ha letto tous les livres”.
La casa dei Piccolo, Villa Vina, è al capolinea di un grande spiazzo in cui muore una ripida stradina curvata fra alberi e piante esotiche, alcune delle quali, oggi perdute, erano state introdotte dalla sorella di Lucio, la botanica Agata Giovanna, che per anni curò il parco che, ancora oggi, mantiene intatto il suo fascino inconsueto, luogo di memorie e richiamo di suggestioni d'altri tempi. Qui nel 1920 s’era ritirata, con i tre figli Lucio, Casimiro e Agata Giovanna, la nobildonna di Cutò, Teresa Tasca Filangeri, dopo aver abbandonato i salotti aristocratici della Palermo dei Florio e i ricordi delle continue infedeltà del marito, il barone Casimiro Piccolo di Calanovella.
Un esilio volontario che i tre figli continuarono anche dopo la morte della madre, come legati da una sorta di tacito patto, e in cui svilupparono le naturali inclinazioni dei loro caratteri: Lucio, il più giovane, la letteratura e la poesia; Agata Giovanna, la floricoltura e Casimiro, il primogenito, la pittura, la fotografia e l’occultismo, che lo portò a teorizzare l’esistenza di una forma di vita intermedia tra il decesso fisico e la dissoluzione finale, e a formulare una teoria sulla materializzazione degli spiriti in questa incerta fase di trapasso, che cercava di rappresentare in tenui acquarelli.
Lasciava, Casimiro, recipienti colmi d’acqua in ogni angolo della casa, perché le presenze nel faticoso atto di materializzarsi non soffrissero la sete; e fu, probabilmente, sua volontà che venisse recintato attorno al pergolato dei glicini un fazzoletto di terra da consacrare a cimitero dei cani (oggi, ancora, perfettamente conservato): una schiera di piccole lapidi su cui erano incisi nostalgici nomi arabi...
Editi i Canti barocchi e altre liriche da Mondadori, la solitaria Villa Piccolo divenne un attivo cenacolo culturale, frequentato da intellettuali e giornalisti, italiani e non, che legarono la vicenda umana e letteraria di Lucio Piccolo a quella del cugino Tomasi di Lampedusa che, tradizione vuole, scrisse parte de Il Gattopardo proprio lì, in quella Villa raffinata e fuori tempo, che oggi è un’attiva fondazione culturale, museo e sede di convegni.
Di Lucio Piccolo, oltre ai Canti barocchi, si ricordano le sillogi Gioco a nascondere, Plumelia, La seta e altre poesie inedite e sparse, Il raggio verde e altre poesie inedite; le prose teatrali L’esequie della luna; il carteggio con i poeti William Butler Yeats e Antonio Pizzuto; scritti critici, traduzioni e un Magnificat rimasto incompiuto.
*Per ulteriori approfondimenti si rimanda a M. Nozza, Il barone siciliano non è pratico di regole postali, ma di poesia sì, L'Eco di Bergamo, 19 luglio 1954
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Lucio Piccolo (Palermo 27/10/1901 - Capo d’Orlando 26/5/1969), poeta italiano.
Liriche tratte da:
Lucio Piccolo, Canti Barocchi e Gioco a Nascondere, Libri Scheiwiller, Milano 2001
Riferimenti bibliografici:
Vincenzo Consolo, Il barone magico in Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 1988
Lucio Piccolo, Canti Barocchi e Gioco a Nascondere, Libri Scheiwiller, Milano 2001
Commenti
Grazie per averci parlato di Piccolo - anche qui. Credo rimarrà un unicum, da queste parti, oggi come allora. Significa parecchie cose;)
...se qualcuno riuscirà mai ad andare a Villa Piccolo,no,non resterà solo...ne sono convinta.
grazie acherusa. l'ho scoperto solo l'estate scorsa.
tutta la nobiltà è in lui, e un gusto immenso. sono in cerca delle sue composizioni musicali.. ne hai nota?
(dubito possa risponderti, è off line da parecchio:). Tornerà presto, speriamo. Speriamo tutti...)
ah.. speriamo
Ricordi Laura? Ricordo. Grazie. Sempre.