L’INDIFFERENZA E L’ASSURDO.
“Cosa mi importavano la morte degli altri, l’amore di una madre, cosa mi importavano il suo Dio, le vite che ognuno si sceglie, i destini che un uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e con me miliardi di privilegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli? Tutti sono privilegiati. Non ci sono che privilegiati”.(Albert Camus, “Lo straniero”, parte seconda, capitolo XI)
Un telegramma, in apertura, annuncia al protagonista del romanzo, Meursault, modesto impiegato di Algeri, la morte della madre. Era ricoverata già da tempo in una casa di riposo, a sessanta chilometri da Algeri, a Marengo. Meursault sembra non tradire nessuna emozione. Non piange, non si dispera, non si abbandona al ricordo. Si prepara, e parte. Si congeda dalla madre. Restando freddo. All’opposto, registra con maggior interesse la variopinta umanità dell’ospizio. Dialoga con il portinaio d’origine parigina, studia con attenzione le reazioni commosse degli altri degenti, tenta senza convinzione di giustificarsi con il responsabile della casa di cura per la sua distanza dalla madre negli ultimi anni. Partecipa al funerale, abulico. Sogna soltanto di dormire. Di ritirarsi da quella scena e da quelle persone. Svanire.
Meursault riparte il giorno dopo per Algeri. Torna a frequentare una ragazza conosciuta tempo prima, Marie Cardona. Lei domanda come mai indossi una cravatta nera. Mia madre è morta da poco, risponde. Da quanto, insiste la ragazza. Da un giorno, risponde. Poi vanno al cinema. Distacco, fuga dal dolore. Indifferenza, e trionfo laconico dell’assurdo?
Sartre avrebbe giurato fosse l’assurdo. A noi sembra totale estraneità all’esistenza, e abiura dell’umanità. Nata dal dolore, forse.
Meursault torna alla consueta quotidianità. Lavoro, poi passare del tempo con Marie. Un giorno, invitato da un vicino di casa, Raymond, lascia Algeri. Mentre cammina sulla spiaggia con l’amico, incappa in due arabi, sulle tracce di Raymond per vendicare una donna.
Discutono. Raymond viene ferito. Non finisce così. Casualmente, poco più tardi Meursault ritrova i due aggressori. Uno di loro estrae un coltello. Lui, in tasca, ha una rivoltella. Spara. E spara altre tre volte sul corpo inerte dell’arabo assassinato. Senza che ce ne fosse ragione. Non è sensibile di fronte alla morte. Così termina la prima parte del romanzo.
“Standing on a beach
With a gun in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring down the barrel
At the arab on the ground
See his open mouth
But hear no sound
I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab”. (Robert Smith, The Cure. “Killing an arab”).
Nella seconda, Meursault è stato arrestato: si trova in carcere da tempo, e sembra osservare gli avvenimenti con lo stesso distacco di sempre. Non importano gli interrogatori, le istruttorie, le testimonianze dei suoi amici: Meursault contempla quel che accade senza intervenire, senza lamentarsi, senza controbattere.
Non ha rimorsi, non ha rimpianti. Rifiuta d’esser qualsiasi cosa. È estraneo a qualunque umanità. Straniero in terra di stranieri.
Non vuole giustificarsi. Non crede di doversi giustificare di nulla.
Gelido più ancora dell’immoralista di Gide. L’immoralista è frivolo e tutto dedito ai suoi estatici abbandoni, venati d’intellettualismo e torbido erotismo. Lo straniero non partecipa a nulla, non sente niente, osserva. C’è un fondo di meraviglia nelle sue osservazioni, questo sì. Nello studio minuzioso delle reazioni e degli atteggiamenti dell’ultimo amante della madre, o della dialettica degli avvocati nei giorni del processo, c’è una larvale attenzione all’alterità. Tutto, d’un tratto, si spegne: lo straniero s’annoia a sentir parlare di sé.
“Whichever I choose, it amounts to the same. Absolutely nothing”. Proprio come cantava Robert Smith, nel suo ispirato omaggio al romanzo, “Killing an Arab”. Qualunque cosa egli scelga, in fondo non cambia nulla.
C’è solo un momento in cui lo straniero sembra cedere al suo disprezzo per quel che sta avvenendo e al dolore, rinunciando alla sua inviolabile serenità: quando, dopo tre tentativi andati a vuoto, un religioso riesce a presentarsi per confortarlo, a poche ore dalla condanna a morte.
Perduto ogni freno, lo straniero grida e sbraita e denuncia la sua morte in vita, e la casualità; e l’assurdità di tutto quel che capita. Poteva non uccidere l’arabo sulla spiaggia. Poteva piangere di fronte alla salma della madre. Poteva sposare Marie, poteva giurare la sua innocenza. Poteva. Avrebbe potuto. Il sacerdote si allontana con le lacrime agli occhi.
Pubblicato nel 1942, “Lo straniero” è strutturato in due parti, composte rispettivamente da sei e da cinque capitoli, nessuno dei quali provvisto di titolo. Nel febbraio del 1943, nel saggio “Explication de L’Étranger”, raccolto poi nel primo volume di “Situations”, Sartre scrisse: “Non si tratta, per Camus, di fare collezione di massime pessimiste… dal momento che il carattere essenziale dell’uomo è ‘essere nel mondo’, l’assurdo si identifica con la stessa condizione umana”. Si va a scomodare il segreto del Sileno, in altre parole.
Ancora, più avanti: “Non è un libro che spiega; l’uomo assurdo non spiega, descrive1”. Quest’ultima affermazione mi sembra condivisibile. Non c’è spiegazione – almeno, non fino alle ultime battute del libro – in questo romanzo. C’è desolazione, e pieno e fitto descrittivismo. Qualcuno ha sostenuto che ci fosse una sorta di resa iper-realistica della narrazione in più di una pagina del romanzo; personalmente, bandirei qualunque spettrale interpretazione analoga in un’opera del genere. “Lo straniero”, al limite, è un romanzo a metà strada tra il simbolismo e il proto-esistenzialismo. Un ibrido che brandisce sprazzi di realismo come armi per incidere più a fondo il proprio messaggio nello spirito del lettore.
Il messaggio è che nulla davvero ha senso, e che tutto capita. Perfino la vita, perfino la morte. Non c’è niente di sacro. È un istante e una coincidenza. Tutto.
Non sembra aver più senso neppure ribellarsi. Testimoniare. Questo è già molto. Mantenersi lucidi nelle tempeste emozionali di tanti, di tutti. Difendere la propria umanità straniera dalla soverchiante e prevaricatrice, ormai estranea, umanità.
La lingua letteraria di Camus è sobria, scarna e asciutta. Periodi mai ridondanti, aggettivazione misurata. L’impianto formale riflette la solidità dell’impianto strutturale. Si indaga la natura dell’essere umano. È necessario scarnificarsi e dimenticarsi di se stessi. È necessario perdersi in uno dei propri spettri. E accettare d’affrontare in un processo il giudizio dei cittadini. Dei simili, divenuti “similari”. Non rispettano neppure la morte. Morbosi sciacalli.
“Quando un giorno il guardiano mi ha detto che ero lì da cinque mesi, gli ho creduto, ma non l’ho capito. Per me era sempre lo stesso giorno che scorreva nella mia cella, e io percorrevo sempre la stessa via.(…) Finiva il giorno ed era l’ora di cui non voglio parlare, l’ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio”.
(Albert Camus, “Lo straniero”, parte seconda, capitolo II)
Il tempo non scorre più. Sospeso.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Albert Camus (Mondovi, Algeria, 1913- Villeneuve-la-Guyard, Francia, 1960), dottore in Filosofia, tragediografo, romanziere, saggista e giornalista francese d’Algeria. Premio Nobel per la Letteratura, 1957.
Albert Camus, “Lo straniero”, Bompiani, Milano, 1973. Traduzione di Alberto Zevi. Collana: i piccoli delfini, 16.
Prima edizione: Albert Camus, “L’étranger”, Gallimard, Paris, 1942.
Lankelot, Gianfranco Franchi, aprile del 2003.
1 A.Camus, “Lo straniero”, Bompiani, Milano, 1973. Fonte delle citazioni è la nota biobibliografica, curata presumibilmente da Alberto Zevi. Pagine 155-156.
Commenti
Il messaggio è che nulla davvero ha senso, e che tutto capita. Perfino la vita, perfino la morte. Non c?è niente di sacro. È un istante e una coincidenza. Tutto.
Non sembra aver più senso neppure ribellarsi.
Testimoniare. Questo è già molto. Mantenersi lucidi nelle tempeste emozionali di tanti, di tutti. Difendere la propria umanità straniera dalla soverchiante e prevaricatrice, ormai estranea, umanità.
in assoluto uno dei romanzi che ho amato di più, tanto che spesso lo cito per paragoni o differenze. E Meursault rappresenta nella sua assurda dignità l'atto estremo dell'uomo moderno che non riesce a vivere. L'ho sempre considerato il prototipo del ribelle che non riesce nemmeno a ribellarsi. Condannato a perdere, certo. Come sottolinei anche una lezione di stile. Una scrittura asciutta come il caldo che si riverbera su quella spiaggia...
...e Camus rischia di andare progressivamente dimenticato. Prova a ricordare in quante circostanze è stato nominato, negli anni, in qualche serata letteraria.
In effetti non è che sia così "reclamizzato". Sartre, per fare un esempio è (secondo me esageratamente)molto più in voga (sarà per gli ideali politici più marcati?). Mi hai fatto venir voglia di riproporre uno spezzone di tesi sul rapporto con Buzzati. che dici?
Alè!
:-)
a Fra' ho riassettato il pezzo di Buzzati e Camus, ma è una palla "cattedratica. Però lo posto assieme ad altre notizie, non sarà esplosivo ma ha una serie di cose credo poco note a più.
splendido:). Aspetto.
Standing on the beach
With a gun in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring down the barrel
At the arab on the ground
I can see his open mouth
But I hear no sound
I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab
I can turn
And walk away
Or I can fire the gun
Staring at the sky
Staring at the sun
Whichever I chose
It amounts to the same
Absolutely nothing
I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab
I feel the steel butt jump
Smooth in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring at myself
Reflected in the eyes
Of the dead man on the beach
The dead man on the beach
I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab
*
THE CURE. Killing An Arab
http://it.youtube.com/watch?v=y7lULaE6kv4 live d'antan
http://www.youtube.com/watch?v=BD1uGPkxQfA
copertina+archivio AC
copertina+archivio AC
[lo straniero] qualche
[lo straniero] qualche retroscena, a raccontarlo Antonio Castronuovo:
"Allo Straniero Camus pensava - come provano i suoi taccuini - già nel '37, mail romanzo fu concluso solo nel maggio del '40. Aveva ventisei anni e viveva da qualche mese a Parigi, da solo, in un albergo. Vi era arrivato da poco, a marzo, quando registrò sui taccuini una nota che contiene per tre volte la parola 'straniero': 'Che significa questo improvviso risveglio - in una camera buia - fra i rumori di una città improvvisamente straniera? Tutto mi è straniero, tutto,non ho una creatura che sia mia, non ho un luogo dove rimarginare questa piaga. Che faccio qui, che senso hanno questi gesti, questi sorrisi? Io non sono di qui - e nemmeno di altrove. E il mondo è soltanto un paesaggio misterioso dove il mio cuore non trova più appoggi. Straniero, per chi può sapere che cosa significhi questa parola'."
Castronuovo continua: "A Parigi ebbe sempre la sensazione di essere come in un esilio [...]. Per vie traverse, in un'epoca di grande oscurità, il manoscritto giunse a Gallimard"
Il resto, qui: "Alfabeto Camus", Stampa Alternativa, 2011, p.156
[camus, assurdo] "Il
[camus, assurdo] "Il messaggio è che nulla davvero ha senso, e che tutto capita. Perfino la vita, perfino la morte. Non c’è niente di sacro. È un istante e una coincidenza. Tutto."
Che meraviglia. E' giunta l'ora di comprare questo libro.
[camus] grande libro, grande
[camus] grande libro, grande lezione, tanti ricordi. Questa pagina è vecchia di quasi dieci anni. Ammazza quanto tempo è passato.
[camus] praticamente l'avete
[camus] praticamente l'avete recensito quasi tutto. Ma "Il mito di Sisifo" no però. Sto cercando materiale sull'assurdo, ho preso i Taccuini di Camus, ma sono dei retroscena dei romanzi, infatti non ci stavo capendo nulla e ho smesso di leggerli. Qual è più assurdo, "La peste" o "Lo straniero"?
[camus] perchè "avete"? Io e
[camus] perchè "avete"? Io e Lankelot, dici?:). http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?C/Camus+Albert ah no, c'è un pamphlet che ha scoperto Monna, molto interessante - http://www.lankelot.eu/letteratura/camus-albert-riflessioni-sulla-pena-d...
La risposta cmq è "Lo straniero".
[camus] sì, perché c'è un
[camus] sì, perché c'è un pezzo di monna :) ordino "Lo straniero" allora, danke!
(è una biblioteca questo sito)
[biblioteca] sì, ormai ci
[biblioteca] sì, ormai ci siamo:). e funziona bene. grazie a tutti:)
[biblioteca] daje!
[biblioteca] daje!
[lo straniero] Letto. Mi ha
[lo straniero] Letto. Mi ha fatto pensare a un'ambientazione noir hollywoodiana anni 40, apatica e disperata. Chiaramente ho pensato agli "Indifferenti" di Moravia, ma quella è un'apatia decisamente lontana.
[lo straniero] Bene. E
[lo straniero] Bene. E adesso, hammer? Leggerai altro Camus? Cosa stai cercando, precisamente?
[camus] Sì, sono curioso di
[camus] Sì, sono curioso di leggere le sue riflessioni sulla pena capitale e poi "La peste".
E' successo che qualche mese fa ho letto "La cantatrice calva" di Ionesco e da allora non mi do pace. E' oggettivamente la cosa più assurda mai creata prima dall'uomo. Quindi sto cercando tutto quello che possa avere un legame anche minimo con quell'ideologia, che poi è quella de "Lo straniero" (se dio non esiste è il caos, se viviamo nel caos il senso della vita non ha tutta questa importanza). Sto ruotando attorno a questo. Ma il teatro di Beckett mi annoia, voglio letteratura.
[ionesco, camus] non ho mai
[ionesco, camus] non ho mai letto "La cantatrice calva", quindi non posso immaginare la portata dell'esperienza. Mi verrebbe da dire "dovresti scriverne", ma ho la sensazione che l'invito cadrebbe nel vuoto. Ho letto altre cose di Ionesco, ma come sai io sono tra quelli che hanno sempre amato poesie e teatro di Beckett, e quindi "non plus ultra", a certi livelli:).
Certo è che se leggo una tua scheda della "Cantatrice" possono venirmi molte idee diverse. Per esempio, c'è la possibilità che questa tua ricerca di conferma sul "meaning of life" racconti l'opposto di quel che credi. Vale a dire: se dio esiste e noi ce ne siamo dimenticati, il senso della vita l'abbiamo smarrito. Per questo succedono tanti disastri. Ma è solo un'impressione, amice - una possibilità. Dovresti argomentare meglio:)
[cantatrice] Non ne ho
[cantatrice] Non ne ho scritto perché devo ancora inquadrarla per bene. E poi scrivere di teatro mi intimorisce, evidentemente :)
Ionesco era ossessionato dalla mancanza di senso dell'esistenza, per non impazzire - suppongo - si è convertito al cristianesimo poco prima della morte. Il punto di partenza per lui, Cioran, Sartre, Camus mi pare essere semplicemente guardare alla vita depennando Dio, e vedere di nascosto l'effetto che fa (mi è sfuggita una jannacciata). Sono tutti autori diversi fra loro; Ionesco mi è più simpatico perché è tra i pochi che si è disfatto subito delle ideologie (in pieni anni 60).
[Cantatrice] Uahahah! Ma
[Cantatrice] Uahahah! Ma quant'è bello, La cantatrice calva? Gianfranco leggilo (anche se sarei curioserrimo di vederlo a teatro) e per qualche giorno starai bene. Mi sa. Comunque Epic se il teatro di Beckett ti annoia leggi la sua Trilogia. Splendida. (Se, dico, il problema è il teatro)
[cantatrice] mi ci devo
[cantatrice] mi ci devo misurare. accadrà:). A marzo dovrei sprofondare in Tomizza. Marzo e aprile. In aprile, vorrei leggere Plutarco. In mezzo, le novità e le cose di lavoro. Dopo aprile, chissà. Lo metto tra le mie letture bizantine... magari con la scusa che da rumeno era parte del commonwealth:)
[ionesco] estremamente
[ionesco] estremamente interessante, hammer:)
[ionesco] Ho scoperto il suo
[ionesco] Ho scoperto il suo unico romanzo breve, si intitola "Il solitario". Appena arriva, ne scrivo. Promesso :)
[ionesco] stupendo:). Vado a
[ionesco] stupendo:). Vado a fare le borse. ci sentiamo presto, hammer!
[borse] buon viaggio!
[borse] buon viaggio!
[viaggio] grazie:). arrivati,
[viaggio] grazie:). arrivati, borse già disfatte. aria di casa. niente ghiaccio, niente bora, tutto bello.