Quando Camus scrive le sue “Rèflexions”, nel 1957, in alcuni Paesi europei vige ancora la pena di morte. In questo saggio l’autore adotta un metodo d’analisi seriamente pragmatico, lontano, per sua ammissione, da atteggiamenti immaginifici e sentimentali. E spiega: chi parteggia per la pena di morte pone, tra i suoi primi argomenti, l’esemplarità del castigo: l’uccisione di un colpevole deve avvenire davanti agli occhi di più persone possibili affinché sia da monito per chiunque. Eppure ciò non accade: in Francia le esecuzioni (decapitazioni) avvengono in luoghi chiusi e se ne parla sempre con molta circospezione. Inoltre, spiega Camus, affinché la pena di morte sia veramente esemplare, bisogna che sia spaventosa. Ma neanche questo avviene. Dare pubblicità ad un atto del genere rischierebbe di provocare disgusto e rivolta nella pubblica opinione. Camus è assolutamente drastico: bisogna uccidere pubblicamente oppure confessare di non sentirsi autorizzati a uccidere. Ma è anche lucidamente umano: perché la società dovrebbe credere a questo esempio, che non impedisce il delitto, e i cui effetti, se esistono, sono invisibili? Giustiziare un uomo non può intimidire chi non sa che compirà un delitto né tanto meno può intimidire chi è un assassino irriducibile. L’esemplarità della pena di morte non è che mera ipocrisia. Dunque, afferma Camus, diamo alla pena di morte il nome che realmente merita: vendetta. La vendetta è, infatti, il castigo che sanziona senza prevenire. Il “taglione” è un puro atto del sentimento, rientra nel campo della natura istintiva, non della legge.
L’uccisione di un condannato non è una semplice morte, ma è una morte doppia perché al condannato si impone un’altra condanna: la sofferenza data dalla paura e dall’attesa. La pena capitale è, quindi, tutt’altro che indolore. Il condannato sa in anticipo che verrà ucciso, ma non può intervenire, né convincere, né difendersi. Non gli rimane che rinchiudersi nel silenzio impotente della sua distruzione. Alla prima vittima, l’innocente, se ne aggiunge un’altra, la colpevole. Dice Camus: la pena di morte pretende di punire una colpevolezza sempre relativa con un castigo definitivo e irreparabile. Infatti una peculiarità innegabile della pena capitale è, senza dubbio, il suo essere definitiva. Se non lo fosse, si dovrebbe ammettere che i colpevoli sono recuperabili per la società, la quale, invece, non essendo in grado di risolvere il problema delle “belve”, si limita ad annullarlo. E qui Camus pone una domanda importante: Chi può garantirci che nessuno dei giustiziati fosse recuperabile? O meglio, chi può garantirci che nessuno fosse innocente? La possibilità dell’errore permane sempre e comunque. Un delitto impunito infetta, ma un’innocenza condannata insudicia allo stesso modo. Decretare la condanna a morte di un uomo significa stabilirne l’impossibilità di riscatto. Nessuno però gode di tale potere decisionale. Il diritto alla vita spetta anche al peggiore degli uomini, in caso contrario la vita morale diventa impossibile.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Albert Camus nasce nel 1913 a Mondovi, Algeria, da una umile famiglia francese residente nel Paese nord-africano. Albert studia ad Algeri, ma le condizioni economiche in cui vive sono piuttosto precarie. Lavora come attore e giornalista. Si trasferisce in Francia e, nel dopoguerra, diventa il caporedattore del giornale “Combat”. La sua affermazione, in campo letterario, giunge nel 1942 con il romanzo “Lo straniero” e con il saggio “Il mito di Sisifo”. Nel 1957 gli viene assegnato il Nobel per la letteratura. Egli è considerato, assieme a Sartre, il più grande esponente dell’esistenzialismo francese. Camus muore il 4 gennaio 1960 a causa di un incidente stradale: la sua auto si schianta contro un albero lungo la Sens-Parigi. Tra i suoi capolavori: “La peste” (1947), “L'uomo in rivolta” (1951), “La caduta” (1956), “Caligola” (1945), “I giusti” (1950).
Albert Camus, “Riflessioni sulla pena di morte”, SE, Milano 1993.
Traduzione Giulio Coppi.
IN LANKELOT:
Camus Albert - Caligola - franchi
Camus Albert - La caduta - franchi
Camus Albert - La morte felice - franchi
Camus Albert - La Peste - franchi
Camus Albert - Lo straniero - franchi
Camus Albert - Mi rivolto dunque siamo - franchi
Camus Albert - Riflessioni sulla pena di morte - monnalisa
Commenti
Per franchi: ho cercato di rispettare lo standard stavolta.
Che rimanga tra noi: l'editor non è il massimo. Ogni volta devo intervenire sul codice, ma alcuni tag non riesco a modificarli. Se vuoi prova tu a dare un aspetto accettabile.
Grazie.
Ave carissima.
E' vero, l'editor è da perfezionare. Non dipende da noi, ma da wordpress...
cmq - per ora al volo, sono fuori rm:) - tag aggiunti, archivio Camus aggiunto, il resto era tutto ok
a lunedì per i miei commenti
"Dunque, afferma Camus, diamo alla pena di morte il nome che realmente merita: vendetta. La vendetta è, infatti, il castigo che sanziona senza prevenire. Il ?taglione? è un puro atto del sentimento, rientra nel campo della natura istintiva, non della legge."
> forse, non della legge, ma della "giustizia".
"Chi può garantirci che nessuno dei giustiziati fosse recuperabile? O meglio, chi può garantirci che nessuno fosse innocente? La possibilità dell?errore permane sempre e comunque. Un delitto impunito infetta, ma un?innocenza condannata insudicia allo stesso modo"
> Siamo dalle parti dei dilemmi interiori senza soluzione, e senza consolazione. Non riesco a immaginare cosa significhi decidere della vita o della morte di un essere umano, né posso simulare lo stato di s'è trovato a deciderne. Seriamente, vedo solo una coscienza massacrata da conflitti interiori. E molti rimorsi, in ogni caso.
*
La definizione di "verità" può essere lineare, ma non riesce a essere universale se non a prezzo di pesanti semplificazioni e necessarie esemplificazioni. E' una delle ragioni per cui ho preferito le lettere al diritto. Decidere cosa sia "verità" è una responsabilità enorme.
Grazie per il nuovo contributo, e per aver integrato una nuova pagina nell'archivio Camus.
"Il diritto alla vita spetta anche al peggiore degli uomini, in caso contrario la vita morale diventa impossibile."
> Hai mai letto "A sangue freddo" di Capote?
www.lankelot.eu/index.php/2006/07/14/capote-a-sangue-freddo/
Dici: "forse, non della legge, ma della ?giustizia?."
Ti sembra che la "giustizia" sia un "atto" possibile? Io non credo.
L'uomo può limitarsi ad applicare una legge, ciò non significa che si possa garantire giustizia. Lo sforzo è ammirevole (non sempre), ma non riesce mai del tutto.
Decidere della vita e della morte di un altro essere umano non ci compete. Possiamo, eventualmente, decidere della nostra vita e della nostra morte. Niente e nessuno ci dà il "diritto" di andare oltre. Nemmeno la legge, nemmeno lo Stato, nemmeno Dio.
Sono d'accordo sul tuo concetto di verità.
Infine: no, non ho letto il libro di Capote.
Mi hanno appena suggerito, restando in campo librario, una certa Magda Szabò. Sto leggendo il suo "La porta". Tu l'hai mai letta? Nel caso, cosa ne pensi?
No, mi manca del tutto. Vedo cosa trovo in rete...
http://www.zam.it/home.php?id_autore=2667
e
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=222072
e viadellebelledonne.wordpress.com/2007/09/23/la-porta-magda-szabo/
("L?uomo può limitarsi ad applicare una legge, ciò non significa che si possa garantire giustizia. Lo sforzo è ammirevole (non sempre), ma non riesce mai del tutto." > Purtroppo, è così.)
Grazie per i link. Li avevo trovati anche io.
Sarebbe stato più interessante avere il tuo parere. Per un confronto, anche.
In ogni caso: sei davvero gentile.
Il minimo, dai. Grazie ancora a te per la segnalazione.
copertina & archivio
copertina & archivio aggiornato!
[Camus] carattere
[Camus] carattere