Campolongo Sabrina

Il cerchio imperfetto

Autore: 
Campolongo Sabrina

Scritti sull’acqua


Una qualità delle scrittrici di talento, qualità che difficilmente scorgo nel modo di narrare degli autori, è la loro abilità di scrivere sull’acqua. Mi sento autorizzata a fare questa affermazione innanzitutto perché la protagonista del romanzo, Francesca,  è una pittrice. E la pittura gioca un ruolo centrale in questa narrazione.  Oltre a ciò la pittura è l’espressione dell’arte che più si avvicina alla natura dell’acqua. La tela come uno specchio d’acqua che riflette il verde degli alberi, l’azzurro del cielo, gli insetti, le farfalle e pure il volto di Sabrina che su quella superficie instabile si riflette e scrive.
L’elemento acqua non è rassicurante. E’ un luogo d’esilio, territorio di ondine e sirenette cui è negato l’accesso alla terraferma, dominio del genere maschile. Dunque queste incursioni sulla terraferma hanno per lo più carattere episodico; le creature d’acqua vi si avventurano per un lasso di tempo breve, onde evitare il rischio di venire catturate e punite in quanto clandestine. Lungo tutto il percorso del romanzo, Il cerchio imperfetto, intuisco, forse sbagliando, la connotazione dell’esilio che accomuna Francesca ad altre figure di donna. Donne che hanno nomi di fiori:Iris, Marga, Viola. La relazione che s’intreccia tra Francesca e le sue amiche ruota intorno alla loro comune natura clandestina. Nella narrazione si esprimono due registri di linguaggio: quello sotterraneo, che si fonda sulla sorellanza e quello di superficie, che si esprime nelle azioni quotidiane, in forza delle quali, ognuna a proprio modo vive, lotta, agisce senza ignorare l’equilibrio precario sul quale costruisce le proprie storie e senza dimenticare che il territorio ospite è loro ostile.
Queste creature d’acqua tornano al proprio luogo d’origine nei momenti più difficili e dolorosi, allo scopo di ritrovare energia e lucidità nel proprio elemento naturale.
Nell’imprevedibilità dei gesti di Marga, nel suo scomparire all’improvviso senza dire a nessuno dove sia diretta, risuona il richiamo dell’acqua. E quando questo richiamo risuona nelle orecchie si deve andare, ubbidendo a un impulso che può apparire privo di logica. L’esilio non riguarda però solo le sorelle con le quali Francesca ha costruito relazioni fondate su affinità più che su amicizie, definizione quest’ultima della quale diffido, e che associo più al cameratismo d’impronta maschile che alle relazioni fra donne.
L’esilio lascia la sua impronta anche sulla fronte di altre figure del romanzo. Figure espresse con forza dall’autrice, potenti nella loro suggestione, nel loro essere diverse nel mondo:

….”Una volta ti ho dipinto come un angelo, bambino mio.
Un angelo rannicchiato, col le ali avvolte strette attorno al corpo, come un piccolo pipistrello. I tuoi occhi grandi e belli, e pieni di paura.
Il figlio di Francesca ha compiuto da poco due anni quando la sua malattia si rivela.
Francesca lo sta scarrozzando per strada, sul suo passeggino. Lui però ha qualcosa che non la convince, che non rientra nel quadro del bimbo allegro che indica le cose, le persone, i cani, al suo passaggio. Per lo meno non le indica più. Non indica più niente. E Francesca sente qualcosa che grida in se stessa la verità che lei ha già intuito ma che non vuole ammettere:
…”Denny, che c’è? Cosa hai visto?”
Le tue manine protese, le dita stirate, le gambe rigide, puntate in avanti.
…Non ti lasciavi toccare…urlavi senza prendere fiato, come se ti stessero strappando la pelle, come se stessi precipitando in un abisso…(p. 78, ib.).
Denny, cosa hai visto? Chiede la mamma. Non dice, “Denny, cos’hai?”, ma cosa hai visto.
Il bambino ha visto il mondo e d’un colpo l’ha respinto. L’ha rifiutato e si è chiuso in un male spaventoso che si definisce autismo. Denny vive in una clinica, accudito da mani amorevoli e capaci.  Per crescere, cresce, non esattamente come un bambino, quanto piuttosto come una creatura aliena che non guarda nulla e soprattutto non guarda sua madre.
Tra madre e figlio si apre una voragine, una distanza incolmabile. Questo figlio malato è il segreto di Francesca. Lei non ha la forza di rivelarlo a nessuno. Neppure alle sorelle fiore che potrebbero per lo meno compiangerla.
Qui però c’è poco da compiangere. Il lamento non è la via giusta. Tra madre e figlio c’è un non detto il cui peso potrebbe tramortire chiunque. C’è il senso di colpa della madre. In altre parole, secondo il registro sotterraneo del linguaggio, c’è la convinzione della madre di aver trasmesso al figlio un carico tremendo. La trasmissione è avvenuta nella gestazione, nel nutrimento che lei gli dava. Che genere di nutrimento? Sangue, ossigeno e odio.
La mamma che lo ha portato in grembo è pure la bambina abbandonata da un’altra madre, la sua. Una madre che non la vuole, la respinge, che si fa il bidet mentre la bimba si sta lavando i denti obbligandola a sentire l’odore disgustoso che proviene dal suo sesso. Una bimba che prega di non essere abbandonata, che vuole amare sua madre anche se costei non è certo il prototipo di madre rassicurante. Un’alcolizzata, una che si porta a letto gli uomini mentre la bimba, nel letto accanto, vede come loro la montano, la scopano e  l’abbandonano.
Una madre che decide di staccarsi dalla figlia, mollandola in un orfanotrofio. Anche Denny respinge Francesca. Forse sta elaborando, nel suo autismo, la tragedia dell’abbandono che la madre ha sofferto. Forse ha ereditato tutto questo dolore e quando l’ha visto ha urlato, urlato e urlato.

“Denny, cos’hai visto?”

Quello che lui ha visto lo esprime nella casa di cura, vietando a chiunque di sfiorarlo, mostrando, in caso contrario, una violenza selvaggia, bestiale che può essere fermata solo a botte di sedativi.
Nella vita di Francesca vi sono uomini e pure un marito, o meglio, un ex marito. Lui non ha retto la relazione con una moglie piuttosto complicata e con un figlio malato. Ha messo tra sé e i due esuli dal mondo un oceano di distanza. Vive negli Stati Uniti ma si preoccupa di Francesca, le telefona, la segue, s’interessa di suo figlio. Francesca ne parla con distacco, perfino con compassione: forse da lui non può pretendere di più.
C’è sì, un amore nella sua vita. Questo amore è un pirata di nome Cesare. Lui arriva come il vento. Non si annuncia mai. Le appare sui gradini di casa quando lei torna dopo aver concluso la sua giornata. Attende con pazienza, certo del suo ritorno. Non vuole che lei gli faccia domande e Francesca  non gliene fa. Lei ama in Cesare la sua natura di vagabondo. Quel suo andare mosso dall’istinto, dal caso. Se lui si fermasse, se gli chiedesse di fermarsi – e avrebbe il potere di farlo – forse non l’amerebbe più. Anche Cesare porta in sé il segno dell’esilio. Lui e Francesca hanno condiviso l’orfanotrofio. Entrambi scartati dalle forze del caso, due esclusi,  gettati via per assenza d’amore.
Cesare ha protetto fin dal suo arrivo nell’orfanotrofio la bambina violenta che era Francesca. Quella che tirava i sassi, quella rissosa e spettinata, con le ginocchia sbucciate, senza che nessuna madre amorevole accorresse per applicarle sulla sbucciatura, come un bacio, un cerotto a forma di animaletto.
Cesare l’ha difesa sempre.
L’amore tra Francesca e Cesare si fonda su un vincolo di fratellanza. Più che due innamorati sono fratelli, legati dal comune destino di esclusi, un vincolo quasi più potente del sangue.
Francesca mette i suoi segreti sulla tela. E’ una pittrice affermata. Riesce a vivere vendendo i suoi quadri. La tranquillizza il fatto che il più delle volte quelli che li comprano non ne comprendono i segreti nascosti:
“Molti pensano che sia il sole al tramonto. Invece è una palla da acrobata, una palla da circo. Sono la sola a saperlo (…). L’onda d’angoscia che mi assale ogni volta che lo guardo, ha reso necessario il suo portarlo qui, fuori dalla mia casa”.
Può accadere però che qualcuno capitato per caso nella galleria dove sono esposti i suoi quadri smentisca la sua convinzione. L’osservatore può essere pure molto giovane, un ragazzo, uno studente biondo:
“Questo quadro ferisce. Lo sfondo sembra lacerato. Sono colori cupi ma stridenti, in certi punti. E quella zona più scura mi fa pensare ad un buco nero, ad una crepa profonda. Ci si perde, si affoga, ci si sente stritolati se si resta a fissarlo a lungo, come sto facendo io. E’ un grido”.
Il giovane studente che si chiama Massimo ha strappato il velo del segreto. Lo ha fatto senza mai distogliere gli occhi dal dipinto mentre lei che lo ascolta si sente di colpo indifesa, denudata fin dentro l’anima. Di nuovo manca la terra sotto i piedi. Occorre tornare nell’acqua in fretta, prima che l’angoscia paralizzi, prima che il mostro si risvegli e l’afferri, prima che fischi il treno:
…Mi fermo, con il cuore che picchia dentro il petto. Mi chiedo dove sto andando e non lo so. A casa, mi dico, ora vado a casa. Ma niente ha più senso.
E’ il mostro, a grandi passi. E’ il mostro con le fauci spalancate. Il mostro affamato da due anni di digiuno. Il fischio del treno è trionfante, è un ruggito…
…Non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è tempo. Lo ripeto a fior di labbra. Devo smettere, cazzo. I pazzi parlano da soli, -Non c’è tempo – basta, sta zitta, sta zitta, sta zitta…
Lo vedranno. Sangue dalla bocca. Bava dalla bocca. E’ pazza, quella donna è una pazza, ha la rabbia, è una pazza idrofoba, fa paura…(p.66,
ib.).

Questo romanzo, questo cerchio imperfetto, si chiude con un inatteso miracolo. Nell’ultima parte del libro scorgo le pagine più intense.
Denny.
E’ cambiato qualcosa in lui. Così, all’improvviso.
Gianni, il più amato degli assistenti di Denny, corre verso Francesca quando la vede arrivare in clinica.
Che c’è? Cosa sta facendo, suo figlio?
Dipinge.

E da ieri non si è ancora fermato. Giusto ora ci chiedevamo come farlo smettere, come farlo riposare…”.
…Guardo quello che stai dipingendo. Mi metto accosciata accanto a te. …Ti riconosco ora, più di quanto abbia mai fatto prima…

“Smetterà quando sarà soddisfatto del risultato”, affermo. Per la prima volta sono sicura di una cosa che ti riguarda. Per la prima volta, davvero, io so come una madre sa.

Poiché ho fondato la mia recensione sulla natura dell’acqua, mi piace riportare in conclusione alcune righe che Ingeborg Bachmann scrisse al termine del suo romanzo, “Il trentesimo anno”. Il capitoletto ha per titolo Ondina se ne va.

Ne riporto qui alcuni passi:
quando un bel giorno mi liberavo dell’amore, ero costretta a ritornare nell’acqua, nell’elemento dove nessuno si prepara un nido, si costruisce un tetto sopra le travi, si rifugia sotto un telone. Non essere in nessun luogo, in nessun luogo restare. Tuffarsi, riposare e un giorno ricordare, riemergere, attraversare una radura, vedere lui, e dire “Hans”. Incominciare dall’inizio.

“Buona sera”.
“Buona sera”.
“Abiti lontano?”.
“Lontano, abito lontano”.
“Anch’io abito lontano”.
(I. Bachmann, Il trentesimo anno, -marzo 1999 U.E.Feltrinelli). 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Sabrina Campolongo (1974), scrittrice italiana.

Sabrina Campolongo, “Il cerchio imperfetto”, Edizioni Creativa, 2008
Prefazione di Rossella Pastorino.

Ingeborg Bachmann, “Il trentesimo anno” – marzo 1999 U.E.Feltrinelli

IN LANKELOT:
Campolongo Sabrina - Il cerchio imperfetto - MariaGiovanna Luini
Campolongo Sabrina - Il cerchio imperfetto - patrizia garofalo
Campolongo Sabrina - Il cerchio imperfetto - cir8110


Renata Adamo, giugno 2008

ISBN/EAN: 
9788889841433

Commenti

Una qualità delle scrittrici di talento, qualità che difficilmente scorgo nel modo di narrare degli autori, è la loro abilità di scrivere sull?acqua. Mi sento autorizzata a fare questa affermazione innanzitutto perché la protagonista del romanzo, Francesca, è una pittrice. E la pittura gioca un ruolo centrale in questa narrazione. Oltre a ciò la pittura è l?espressione dell?arte che più si avvicina alla natura dell?acqua. La tela come uno specchio d?acqua che riflette il verde degli alberi, l?azzurro del cielo, gli insetti, le farfalle e pure il volto di Sabrina che su quella superficie instabile si riflette e scrive...

Una qualità delle lettrici di talento, invece, è parlare di un romanzo sorprendendo la sua stessa autrice. Grazie, non ho altre parole, grazie per avermi restituito la mia storia così.

sabrina

cara renata, ti ritrovo dopo diverso tempo con una recensione splendida, avvincente, vera.
Analizzati i minimi particolari.
E' un libro che mi ha coinvolto come spesso ho detto e scritto e degnissimo di una recensione così avvolgente e forte.

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