Ciao Olga, il tuo ultimo libro “Caffè Trieste – Colazione con Lawrence Ferlinghetti” ha riscosso un’incredibile attenzione da parte della stampa che penso ti abbia stupito non poco ma prima di parlarne torniamo al passato. Cosa c’è prima di questo libro? Quali sono state le esperienze e il percorso letterario che ti hanno portato a quest’ultima pubblicazione?
Per scoprire la mia America – in modo paradossale - è stata fondamentale Napoli. Ho studiato lì per tre anni, Lettere Moderne alla Federico II. Sono di Caserta, così i miei primi anni universitari hanno sempre convissuto con la costante presenza di due treni al giorno. Dalla provincia alla città e viceversa. L’estate precedente, appena lasciato il liceo (abbandonato con ansia del nuovo, oserei dire) avevo letto "On the road" di Jack Kerouac e mi ero innamorata di lui. Proprio innamorata nel senso groupistico del termine- di quella sua scrittura così calda, tangibile, tridimensionale- così che proprio come una devota amante cominciai a collezionare ogni pagina che fosse collegata a lui in qualche modo. Nel frattempo immagina sempre i treni. Immagina i treni che attraversano la provincia e ai miei occhi sono troppo California, Ohio, Texas. Così. E poi immaginati pure la Napoli universitaria e viscerale di metà anni Zero, col primo indie educato degli Strokes e questo gruppo di giovani e acerbissimi scrittori –dieci- che si riuniscono ogni due settimane con un tema comune su cui scrivere. Leggersi addosso. Facevamo così. E faceva anche un poco paura notare come per un solo tema- agli occhi di ciascuno di noi per i quali l’unico sviluppo ovvio era il proprio- potessero esistere tante storie diverse. Così ci stupivamo dei racconti degli altri e convulsamente prendemmo a leggerci e scrivere, e nelle parole di tutti s’intravedeva un maestro. Nelle mie prime prose c’erano tanti tentativi di Jack Kerouac, accanto a me non mancavano i vari Tondelli e Thomas Mann. Insieme, io e i miei amici napoletani, cominciammo a pubblicare su un blog le cose che scrivevamo. I miei racconti di allora erano tutti legati al mondo della musica, il mio progetto era quello di costruire una compilation letteraria, che poi è diventata “Sporche storie di Rock and Roll” (Il Caso e il Vento) nel 2009, quando ormai mi ero già trasferita a Roma. Più o meno si tratta di questo: le cose che sono accadute prima. L’infrastruttura che mi ha portato qui.
Leggendo il libro si colgono le motivazioni che ti hanno spinto a scriverlo ma ti andrebbe comunque di raccontarci come sono nati il tuo amore per Lawrence Ferlinghetti e conseguentemente questo libro e il rapporto con la Giulio Perrone Editore?
Ferlinghetti l’ho scoperto una mattina assolata di piazza dei Martiri. (Questo fatto dell’assolata lo dico sempre perché è la prima scena che mi torna in mente quando ci penso e magari non è neanche vero, magari pioveva, ma fa un sacco effetto conversione di San Paolo e quindi me la lascio per buona.). La sua poesia è stata per me come lo squarcio nel cielo di carta che Pirandello racconta: una rivelazione nuova. Sconvolgente. Una poesia che sa parlare come la strada. Troppo spesso il sapere imposto dal sistema e dai canoni funge da censura per tutto il resto. E allora ci lasciano credere che tutta la poesia sia un collage generico di parole come alma, cor, desìo. Poi c’è un’altra cosa: che nell’arte non sono un’amante fedele. Mi innamoro sempre, tante volte e intensamente. Le cose belle, le espressioni artistiche nelle quali credo, non riesco a tacerle o dimenticarle. Mi rendono felice, così le cerco per carpirne il mistero. A un certo punto della mia post-adolescenza mi sono detta che era ora di partire e andare da lui. Da Lawrence. Dopo anni in cui mi ero nutrita dei suoi versi e da questi avevo finalmente imparato a riconoscere me stessa, ho sentito il bisogno di chiedere al mio poeta maestro se era ancora valido il suo insegnamento, se quello che avevo capito era vero: che la poesia non è inutile, neppure oggi. A gennaio sono stata presentata a Giulio Perrone, stavo lavorando ad un romanzo. Dalle nostre chiacchiere non sono riuscita a tener fuori la notizia che a marzo sarei partita per San Francisco, dove avrei intervistato Lawrence Ferlinghetti. Cosa ci avrei fatto mai con quell’intervista, ancora me lo chiedo. Avevo bisogno di una scusa per partire, immagino. Giulio Perrone allora mi ha proposto di pensare ad un progetto più grande: c’è questa nuova collana che sta per uscire, si chiama Passaggi di Dogana e sono città raccontate attraverso gli scrittori e poeti che le hanno vissute. Questa cosa mi è piaciuta. Mi è piaciuta molto. L’ho fatta. Il rapporto con il mio editore è stato un rapporto di fiducia fin dal primo istante. La casa editrice sta sostenendo moltissimo il mio progetto, non immaginavo che avrebbe avuto tanta visibilità e ne sono felice per un motivo in particolare: i personaggi che incontro nel viaggio, le persone reali di cui riporto le parole appartengono ad una periferia poetica che deve essere illuminata. Dalle periferie nascono le rivoluzioni.
Il libro si apre e si chiude con Cristoforo Colombo, lo scopritore delle Americhe, e sembrate tutti e due degli scopritori, degli esploratori, pieni di entusiasmo e non del tutto consci della meta del vostro viaggio ma infischiandovene di tutto vi mettete lo stesso in viaggio e questo libro mi ha come dato l’impressione di vivere non tanto sull’incontro con Lawrence Ferlinghetti ma quanto invece sul viaggio, su quanto succede prima di quell’incontro, su quegli artisti e persone singolari da te descritti, ed è forse questo l’aspetto più bello del tuo libro. Concordi?
Sì, è come dici. In effetti l’incontro con Ferlinghetti diventa una sorta di “Aspettando Godot”, ciò che muove la storia ma non coincide con essa. Ogni personaggio in un libro come ogni essere umano è mosso da un obiettivo; la stasi equivale alla morte degli intenti, o al loro soddisfacimento. Che poi è uguale. La figura di Cristoforo Colombo però non è semplicemente una metafora del viaggio, quanto di un processo mentale. Avevo letto tempo fa un libro di Todorov in cui si parlava della scoperta dell’America e di come Colombo fosse convinto di essere giunto alle Indie, così convinto di percorrere le tracce di Marco Polo che tutta la prima toponomastica di quei luoghi appare forzata, nel tentativo di far coincidere i nomi riferiti dalla popolazione locale con quelli riportati nel Milione. Questo è l’esempio di quanto alle volte la grandezza di un mito rende ciechi al reale. Sono arrivata a San Francisco con i miei miti nella testa, ma ho dovuto prima imparare a scardinarli dallo sguardo per vedere davvero cosa avevo intorno.
Non sono mai stato oltreoceano, non so nemmeno se ci andrò mai, ma ti andrebbe di raccontarci qual è stato il volto degli Stati Uniti che hai incontrato? Come sono i tuoi Stati Uniti del 21° secolo? E quali sono le differenze fra l'Italia e quel Paese che hai potuto vivere sulla tua pelle? Sia da un punto di vista “culturale” che da quello di vita quotidiana.
Gli Stati Uniti che ho conosciuto per sineddoche, attraverso il volto di San Francisco, li ho catturati in una foto, per ricordarli meglio. Ritrae un marciapiede di Market Street, all’altezza di una fermata del tram. C’è una saracinesca abbassata e sull’intonaco grigio del palazzo ci sono due scritte bianche, in corsivo, separate da una linea che le divide come uno specchio divide l’immagine dalla persona. Le scritte dicono: Love will solve all your problems / Love will only let you down. Questo è il volto dell’America che non ho potuto ignorare: la contraddizione. Market Street a un passo dal Financial Center: donne splendide e composte e uomini in doppiopetto VS gang di senzatetto e spacciatori ammassati agli angoli degli incroci. I giovani che lavorano e gli anziani che si godono la pensione al bar, tra cumuli di doppiomalto e fogli scribacchiati a mano con poesie che sono già letteratura (ma forse qui il paradosso è il nostro, dell’Italia, a confronto). C’è ancora chi si dice comunista con orgoglio (“Buon Compleanno, Joseph Stalin!” mi ha recitato Hirschman un giorno), ma è un comunismo che parla al disagio sociale, che chiede assistenza primaria a persone che non hanno neanche quella. Prima ancora che diritto alla ricerca della felicità, dovrebbe esserci la sopravvivenza.
Quale è stato l’incontro più intenso e bello di quei giorni, sempre che ce lo vuoi raccontare?
Questa cosa l’ho spiegata anche ai ragazzi di 404, un bel blog letterario con il quale di tanto in tanto collaboro: “Incontrare Jack Hirschman –conoscere Jack Hirschman- stabilisce una data nella vita di ciascuno, dalla quale non è più possibile prescindere. Un medioevo, un’età moderna, una caduta dell’Impero d’Occidente. Si tratta certo di una data piccola, privata, ma in proporzione a quanto l’individuo resta fragile, nei confronti della Storia. Una data dalla quale in poi. In avanti.”. Una volta che la tua strada ha incrociato quella del Poeta Rosso, la tua vita cambia, cambi tu. Lui è la poesia viva che cammina e ti insegna a fare lo stesso. Essere poesia.
L’ultima domanda è quella classica: e adesso?
Adesso c’è soprattutto il mio impegno con il progetto della Revolutionary Poets Brigade di Roma, un gruppo di poeti che si è andato costituendo proprio sotto invito di Jack Hirschman, fondatore della Brigade di San Francisco. Stiamo lavorando ad un’antologia e alla costruzione di una rete di eventi dal vivo che possano portare la poesia anche a chi generalmente non si accosterebbe mai ad un libro di versi. Poi c’è il mio romanzo, a cui penso costantemente da anni e che ho dovuto lasciare da parte per Caffè Trieste. E’ arrivato il momento di riprenderlo.
Grazie per la disponibilità e in bocca al lupo per tutto.
Brevi note:
Olga Campofreda (Caserta, 1987). Dal 2006 al 2009 ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di musica e spettacolo. Attualmente collabora come pubblicista con varie testate. Dove sei Charlie? Una storia di poesia e Rock & Roll (ARPANet, 2006) è il suo primo racconto, a cui sono seguiti il romanzo la Confraternita di Elvis (ARPANet, 2009) e la raccolta di racconti Sporche Storie di Rock & Roll (Il Caso e il Vento, 2009). Con il racconto Peep Show ha debuttato al Teatro Nuovo di Napoli nella rassegna di giovani scrittori emergenti L’arte del racconto, a cura di Massimiliano Palmese. Attualmente vive a Roma, collabora con la casa editrice Edizioni Spartaco, gestisce il blog www.lagallinabianca.it e organizza concerti in salotto e performance poetiche.
Per approfondire: Olga Campofreda su Lankelot
Andrea Consonni, dicembre 2011
Commenti
[Intervista a Olga
[Intervista a Olga Campofreda] Due chiacchiere con l'autrice di "Caffè Trieste - Colazione con Lawrence Ferlinghetti".
[olga campofreda] carico in
[olga campofreda] carico in home e correggo un piccolo guasto nel titolo (refuso, mancava una "t") - potrebbe cambiare l'indirizzo della pagina, ocio
[Campofreda] Grazie mille.
[Campofreda] Grazie mille.
[campofreda] grazie a te,
[campofreda] grazie a te, amice - altro bel contributo. Intervista preziosa. OC è un bel personaggio davvero.
[olga campofreda] qui una
[olga campofreda] qui una lettura dell'artista: http://www.youtube.com/watch?v=L62IWsU_Hrg
[caffè trieste] la rassegna
[caffè trieste] la rassegna stampa aggiornata: http://giulioperroneditore.it/node/664
e nel dettaglio:
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