Campofreda Enrico, Monego Marina

L'urlo e il sorriso

Autore: 
Campofreda Enrico, Monego Marina

Non è necessario nell’approccio al testo individuare a chi dei due autori appartenga l’uno o l’altro racconto.
Il libro, scritto a quattro mani, è suonato in un armonico concerto senza aritmie. Il periodo di riferimento è quello del boom economico degli anni Cinquanta-Sessanta, che dopo aver rifocillato dalle restrizioni della guerra e del dopoguerra, nasconde già il seme di quella degenerazione che oggi è tangibile a tutti, dalla speculazione edilizia, al consumismo sfrenato che genererà “una dimenticanza” di valori e l’accentramento solipsistico dell’uomo privo del palpito vitale della ricerca.
Sensibili ed accorti, gli autori affidano ai “ragazzini” la gioia di salvare tutto quello di cui è possibile gioire per vivere.
I giovani non permettono a niente di morire, i bambini anche oggi giocano a palla su un campetto di sabbia mentre il loro paese è devastato e massacrato dalla guerra.
Prevale in tutto il testo la capacità gioiosa di cercare, qualche volta con timore l’angolo “eterno” del gioco; “divertite passioni” come le intendeva Montale… Spostamento dal consueto, magia reale, un abbandono dal dolore, una favola possibile che servisse per urlare o sorridere, ma non per addormentarsi. Di fronte a quella che sarà una lenta ma inesorabile spersonalizzazione dell’individuo, i ragazzini trovano luoghi vergini dove sfogano tripudi di mangiate, di corse in lambretta, di segreti, confessioni e amicizie.
La natura abbraccia il loro crescere, “vivente madre” vive, muore, rinasce, protegge, non tradisce, rispettosa e rispettata.

“Bisognava rispettare il luogo e mantenere un silenzio riverente, antiche leggende narravano di uomini scomparsi nel nulla oppure strangolati da edere robuste, indignate per un’importuna invasione del territorio” (“La porta magica”, p.10).

Meraviglioso il ciclo della natura e della vita: “Le prime pannocchie erano già formate e sporgevano dai fusti con i loro capelli di vario colore, quasi chiome umane. Il mais era contento di questa novità e quel movimento interno gli ricordava la giovinezza, quando le piantine erano piccole e venivano concimate. Poi erano rapidamente cresciute e tra qualche tempo, le pannocchie sarebbero maturate del tutto, i loro capelli si sarebbero seccati, i cartocci semiaperti avrebbero mostrato le file regolari dei grani ben formati, schierati come un esercito. Le foglie avrebbero iniziato a seccarsi e allora la loro voce sarebbe stata ancora più aspra e sarebbe venuto il momento della raccolta” (“Il campo di mais”, pp. 17-18).

Sorprendente l’icasticità della mangiata di melone: “sollevavano il frutto del desiderio e lo sfracellavano su una grossa pietra. In quello spaccare selvaggio e irrazionale, celebravano quasi un rituale pagano. I meloni crepitavano fumanti tra la polvere mentre la polpa appariva maculata di semi nerissimi. Immergevano le mani nel rosso velluto, ne tiravano via manciate calde come le viscere di un animale appena squartato e se ne riempivano la bocca. Quella manna tenera e risposa li inebriava” (“Meloni a Ferragosto”, p.33).

E in questo mondo dei ragazzi c’è posto per tutti per i timidi e silenziosi che costruiscono con un’amichetta, l’unica che non li deride, castelli sulla riva del mare “il loro piccolo mondo era racchiuso nel parco, nel recinto della sabbia, nei sorrisi e nelle poche parole che si scambiavano” (“Il bambino silenzioso, p.21).

Le soffitte regalano brividi e leggende: “se avessero guardato per bene verso l’antico sedile, posto in un angolo ormai semibuio, avrebbero notato una sagoma antica in abiti contadini che sorrideva lievemente dietro una fitta barba” (“Il fienile”, p.58).
Insieme a tutto ciò i falò catartici dei libri di liceo… per diventare grandi “nugoli di faville arancioni si disperdevano nel cielo scuro… insieme a loro… Un’intera stagione di vita mentre un’altra se ne apriva ancora tutta da scoprire” (“Il falò” p.64).
La rapidità, la capacità di sintesi, l‘icasticità offrono al lettore aperture visive ampie come fossero fotografie scritte che restano nel cuore insieme al desiderio di mantenere dentro se stessi un’oasi di abbeveraggio… al nostro andare per non perderci.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 

Marina Monego, (Venezia, 1961), scrittrice e critica italiana, laureata in Lettere Moderne con una tesi sul Viaggiare Settecentesco. Collabora con diverse testate web.

Enrico Campofreda (Roma, 196x), giornalista pubblicista, critico e scrittore italiano, laureato in Lettere Moderne con una tesi in Storia dei Partiti Politici sul movimento operaio edile nell’Italia giolittiana. Attualmente collabora con diverse testate web e con “Il Manifesto”.

Enrico Campofreda, Marina Monego, “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo Editore, Napoli 2007. Prefazione di Nadia Arace. ISBN 8860330122

Larga parte dei racconti erano originariamente apparsi su Lankelot.com.
Assieme, Campofreda e Monego avevano già scritto su “
Le ceneri di Gramsci” di Pasolini.

Recensioni in rete:

ISBN/EAN: 
9788860330123

Commenti

La rapidità, la capacità di sintesi, l?icasticità offrono al lettore aperture visive ampie come fossero fotografie scritte che restano nel cuore insieme al desiderio di mantenere dentro se stessi un?oasi di abbeveraggio? al nostro andare per non perderci.

Rinnovo il mio ringraziamento a Patrizia per le belle parole che ci dedica.
"affidano ai ?ragazzini? la gioia di salvare tutto quello di cui è possibile gioire per vivere.
I giovani non permettono a niente di morire, i bambini anche oggi giocano a palla su un campetto di sabbia mentre il loro paese è devastato e massacrato dalla guerra."
> qui mi piace particolarmente e direi che sottolinea bene lo spirito del nostro libro.
Grazie mille, Patrizia! :-)

"Prevale in tutto il testo la capacità gioiosa di cercare, qualche volta con timore l?angolo ?eterno? del gioco; ?divertite passioni? come le intendeva Montale? Spostamento dal consueto, magia reale, un abbandono dal dolore, una favola possibile che servisse per urlare o sorridere, ma non per addormentarsi."

> davvero un passo molto lirico, Patrizia.

Cara Patrizia, bene davvero. Hai scritto questa pagina con grande coinvolgimento. Lo dico perché in un certo senso questo tipo di campagna (che presumo sia la veneta, piuttosto di quella dei dintorni di Roma (che ha un altro grande fascino, ma più "ondulato", senza orizzonte piatto) mi appartiene, come le pannocchie e il melone-anguria (che però preferisco ghiacciato). Credo che alcune tue righe te le ruberò (come omaggio): più che recensioni dovresti scrivere poesie.
Stimo molto i due autori e questo agile libro che scandisce la pagina, dà una sensazione di giovane e di tendenza alla brevità, all'intensità (come fa anche Franchi nel suo "Disorder". Beati voi che siete giovani e potrete innovare!)

Professor! Patrizia Garofalo è poetessa:)
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/09/23/garofalo-poesie/

notizie sull'opera omnia

Più che giovinezza, direi che in questo libro c'è tanto tanto neorealismo:
http://www.lankelot.eu/index.php/2007/05/28/campofreda-enrico-monego-mar...

Sarei curioso di leggere la parte scritta da te, Marina. Quella di Campofreda, come immaginerai, molto meno.

"Gli autori affidano ai ?ragazzini? la gioia di salvare tutto quello di cui è possibile gioire per vivere".

Davvero intenso, questo passo. Sembra la perfetta sintesi del libro che, colpevolmente, non ho ancora letto.

(Eliminate strane righe, incomprensibili che si intervallavano ai paragrafi)

troisio ciao grazie per " voi giovani" io non lo sono affatto.58 anni ( chiaramente portati benissimo) scrivo poesie fin da piccola e per questo riesco a cogliere libri come quelli che ho recensito.
non potrei farlo per mestiere anche se sono un'amante della letteratura. Il libro di cui parliamo è freschissimo, poetico, equilibrato e senza volerlo forse, denunciante in anticipo un degrado dal quale solo chi è " giovane" si salva..........sull' accostamento al neorealismo non mi trovo d'accordo.il fenomeno fu meno ricco di gioia di vivere e più incentrato su realtà di periferia e sobborghi che invece qui sono sostituiti dalla natura. Trovo in essa e nella fusione con i protagonisti quel salvataggio che pirandello lasciò come unica possibilità di vita alee "maschere nude"...non ne ho parlato ma la scoperta e la curiosità dei ragazzi per il sesso è un passo bellissimo anche se finiscono a guardare cosce e ventre abbandanti e flaccidi......la donna di amarcord vi dice qualcosa?

intendere ampiamente come unico salvataggio per le "maschere nude "

intanto mi scuso con il casino nello scrivere....gianfranco perdono...................
ma mi è venuto in mente "il mondo salvato dai bambini" della morante
ma questo libro quando lo presentiamo?.....marina e enrico .forza.....siete bravissimi
paroladipoeta

Beh, oddio... la parte romana è tutta periferia e sobborghi, veramente:)

..con la ricerca però di luoghi in cui sentirsi liberi e nell'insieme .non triste.non grigio....almeno questa l'impressione......
bacioni gianfranco

a te cara:).
Più che la ricerca... all'epoca le periferie erano così, in costruzione. Non c'erano alternative, se non mescolarsi ai passanti del centro, immagino:). Che non era così ben collegato.

Ho letto il libro e la recensione di Gf, aggiungo questa bella pagina al resto. Mi aveva riportato, la parte di Marina (è vero, patrizia, che le quattro mani suonano un concerto, ma è altresì vero che l'Italia è molto lunga e i ricordi della mia infanzia veneta ad esempio sono lontani anni luce dall'infanzia siciliana del mio coetaneo consorte), appunto ai primi anni Settanta, a quei passatempi di bambine che giocavano con niente (la bella statuina, la spesa fatta con erbe e fiori), alle estati in Friuli dove le case di campagna non avevano il bagno, si andava nella stalla e ci si lavava nella tinozza.
Ho trovato questo libro pieno di freschezza, di melodie da flauto magico.
Direi che è bene rinfrescare la memoria e restituirla ai più giovani assieme a un mondo scomparso.
Pagina molto poetica, davvero bella.

e' vero ildelaura che i posti sono diversi..io ero in africa da piccola..ma la spinta della giovinezza e di chi resta giovane è sempre una spinta vitale e potremmo suonarla, se fossimo bravi come marina ed enrico......tutti insieme.................

intanto vi ringrazio tutti.
Il neorealismo è più forte nei racconti di Enrico, secondo me, per sua stessa ammissione. Io penso di avere una componente anche sognante a volte.
La dimensione della giovinezza c'é,eccome, e noto con piacere che ve ne siete accorti in parecchi...

Patrizia, la mia gaffe è solo parziale perché era evidente che tu sei una poetessa. Ora cerco il tuo e-mail.

patriziagrf@libero.it
scriviamoci, scambiamoci idee, promuoviamo i ns libri e quelli degli altri che ci piacciono, vediamoci e passiamo serate..............questa la possibilità di un gruppo che per sintonia faccia qualcosa di bello .............