Un primitivo, un poeta incendiato dal fuoco sacro dell’ispirazione, una traduzione italiana del maledettismo francese; un puro talento lirico, sintesi delle espressioni letterarie del tardo Ottocento; o, per dirla con le parole di Papini, “un malato di spirito, preso dal fuoco della poesia, ma senza l’equilibrio per essere un buon poeta”. Un pericoloso malato di mente, per tanti suoi contemporanei meno raffinati: condannato all’isolamento e all’annichilimento totale da chi gli era affianco, si spense, recluso in manicomio, dimenticato, sempre più debilitato e alterato sino al deterioramento finale della sua mente per via degli eccessivi elettroshock. Il padre, già da tempo, sosteneva la sua psiche fosse “avvelenata, esaltata, pervertita”, incapace di affetti. La verità non potremo mai conoscerla: e in fondo, l’interpretazione sublime della sua parabola esistenziale, curata da Vassalli, lascia nel lettore qualche comprensibile perplessità sulla natura della diversità intellettuale e spirituale del nostro.
Dino Campana, nato a Marradi nel 1885, ouverture della poesia europea del Novecento.
Una poesia di vagabondaggio e ricerca e pura letterarietà, vita che inneggia alla vita.
Campana era fondato della stessa sostanza di Dioniso. Era puramente istintivo e visionario, e ancorato e inscindibilmente vincolato alla fiducia nel verbo. La sua esistenza rifletteva la sua cieca fedeltà all’ideale: e quell’ideale, nei suoi eccessi e nelle sue esasperazioni, echeggiava sinistro e spaventoso nelle anime dei suoi contemporanei. Campana rappresentava la libertà della poesia, e la purezza dei sentimenti e delle sensazioni sino alle più crude e tragiche loro espressioni: capace di sentimenti perfetti e immutabili, di istanti eternamente cristallizzati nella loro bellezza, assecondava l’istinto distruttivo e niciano all’intransigenza più netta nell’ossessiva tensione al disordine armonioso della ricerca artistica.
Il mito mistico e selvaggio, come lo definisce nella prosa d’apertura (“La notte”) dei Canti Orfici, suo unico libro (stampato a proprie spese nel 1914, dopo aver ricevuto una sequenza di rifiuti da parte degli editori dell’epoca); il mito mistico e selvaggio dell’antichissima libera vita, della sublime estasi sensuale e spirituale dionisiaca, dell’archetipo primo dell’artista bruciato dal sole.
“Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!”
(“La speranza”)
La morte, l’infinito e la bellezza sembrano potersi evidenziare come i tre principali topoi della sua povera incompiuta opera. La morte è il segno della conoscenza: il poeta deve essere viaggiatore e ricercatore instancabile, comprendere e patire e vedere e purificarsi nell’empatica trasmissione dell’esperienza: il poeta deve essere la memoria genetica della razza umana per poter assumere i panni di Orfeo. Vede l’infinito e sente l’eterno chi ha chiara la prigionia della caducità dell’esistenza terrena, e altrettanto chiaramente percepisce e definisce sentimenti e sensazioni dell’umanità: Orfeo discende negli Inferi e oltrepassa confini e limiti e incanta e libera; l’infinito si staglia nello sguardo, nella visione è più corretto dire, di chi ha sublimato gioia e sofferenza, e in tutto ciò che esiste scopre significato. E il significato spesso è la purezza di cristallo dell’ombra, e la vivace e luttuosa gioia della natura, e l’imperfezione che tutto avvolge e tutto domina.
La bellezza è nel sentiero del viandante. La bellezza delle giovani fiorentine che Campana incontra, e la bellezza dell’espressione selvatica e imperiosa della natura, e della solitudine notturna; spesso il nostro si appella al sorriso notturno del dolore, e invoca la protezione sull’anima del poeta notturno; esemplificazione splendida di come cerchi l’ombra chi già ha crepitato nel sole, e di quel sole vive, inestinguibile e innocente e aperto e desideroso di cercare nelle parole il simbolo di quella luce che già ha spalancato finestre e scardinato porte e scoperchiato tetti della sua anima.
Impressiona e suggestiona la musicalità della lingua del Campana: frequentissime allitterazioni, non sporadici gli omoteleuti, ben architettate le anafore; sorprendono versi espressi quasi fossero formule, ripetendo quasi meccanicamente la stessa parola. E’ un segno della “possessione” del furore creativo: il ritmo della poesia si fa interiore, le parole svelano un nuovo significato e una nuova forma, oserei dire, per via della nuova disposizione che assumono nel contesto del verso. In altro senso, quelle parole appaiono della natura primigenia e impronunciabile del Suono: e colpisce, lascia impietriti, ascoltare nelle liriche e luminose prose dei Canti Orfici il suono dei passi della ricerca del poeta di Marradi, attirato e accompagnato a tratti da quel Suono primo che l’ha incantato e forgiato e nominato poeta orfico, governandolo e ispirandolo della ricerca dell’espressione del verbo. Verbo che sia, e sappia apparire, liberazione, catarsi, dissoluzione degli artifici e Verità.
Dino Campana fu internato per quattordici anni, prima di morire.
Quattordici anni di ricerche sono serviti al talentuoso letterato Sebastiano Vassalli per scriverne la biografia, altrove e altrimenti definita romanzo-verità: rappresenta uno dei casi più plateali di totale adesione di un artista ad un artista, divenuto simbolo essenziale ed emblema nella propria ricerca, e una delle più splendide letture empatiche dell’esistenza e dell’opera di un artista scomparso. E’ un’opera monumentale: la prima definitiva testimonianza di una comprensione granitica e favolosamente incisiva di uno spirito perduto e di un artista incompreso, accusato di essere pazzo addirittura dai compagni letterati del tempo.
La scrittrice ed esteta Sibilla Aleramo non ha mai saputo raccontare la storia della sua celeberrima “maledetta” relazione con Campana. Solo nel 1958, pochi anni prima di abbandonare quell’esistenza che aveva tradotto senza difficoltà in opera d’arte, acconsentì alla pubblicazione del carteggio epistolare, drammaticamente concluso dall’addio di fronte alle porte di un manicomio nel 1918. Mai Sibilla aveva inteso la reale portata e la reale essenza di quella che sentiva come una vocazione dell’amato alla fuga e all’annientamento.
Opera unica, "I Canti Orfici" rimane scolpita nella storia letteraria del nostro paese come una delle massime affermazioni della poesia e della prosa d’arte italiana del primo Novecento.
“Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?”
(“Il viaggio e il ritorno”)
D. Campana, “Canti orfici”, a cura di N. Bonifazi, Garzanti, 1989.
D. Campana – S.Aleramo, “Un viaggio chiamato amore - lettere 1916-1918”, a cura di B.Conti, Feltrinelli, Milano, 2000.
D. Campana, “Opere”, a cura di S.Vassalli e C.Fini, Tea, 1989.
S. Vassalli, “La notte della cometa. Il romanzo di Dino Campana”, Einaudi, Torino, 1984.
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Commenti
Approfondimento:
qui http://weblinux.ala.it/ryodolinux/dinocampana/public/index.html
e qui: http://www.italialibri.net/autori/campanad.html
Una delle raccolte di poesia che è ho sempre a portata di mano. é un testo disseminato di emozioni, spesso malinconiche, ma assolute, e umane nel senso più nobile del termine.
Lo stile di Campana mi avvolge e mi travolge.
Ogni volta che leggo La notte o Genova sono come rapito da quei versi continui, quasi ripetitivi, da quelle parole che tornano e ritornano continuamente.
La sua è una scrittura poetica quasi filmica, è un tumultuoso rincorrersi di immagini che si susseguono sulla pagina.
Pochi, forse nessun poeta mi ha mai emozionato così.
Questa recensione è un capolavoro di recensione.
ciò che mi sconcerta da sempre è la prosa di campana, in verità poesia discesa tra le righe, ricondotta a una battitura uniforme.
Si! Io so le mie radici!
Insaziato come la fiamma
Ardo io e mi consumo.
Tutto che afferro diventa luce
Tutto che lascio si fa carbone:
Fiamma per certo son io.
F.Ntz.
[Dino Campana] Venerdì scorso
[Dino Campana] Venerdì scorso sul Corriere del Ticino c'era un lungo articolo dedicato a Dino Campana e ai suoi rapporti con il Canton Ticino e la Svizzera dal titolo "Dino Campana, vagabondo in Svizzera. Le fughe in Ticino e oltre Gottardo di quel ragazzo biondo, con in testa la poesia" a firma di Renato Martinoni. E a lato si parlava di un libro "Lettere di un povero diavolo" pubblicato da Polistampa, questo libro:
http://www.polistampa.com/asp/sl.asp?id=5267
[campana, epistolario] non ne
[campana, epistolario] non ne sapevo niente - bella segnalazione, andrea.
"A coronamento di decenni di lavoro, uno dei più attenti e assidui studiosi di Dino Campana ne raccoglie tutti gli scambi epistolari – compresi alcuni inediti – con l’Aleramo, Boine, Cardarelli, Cecchi, Novaro, Papini, Prezzolini, Serra, Soffici e altri, restituendo un ritratto vivo e fedele del poeta e della nostra letteratura di primo Novecento. Nell’ampio corredo iconografico spicca una fotografia finora ignota che ritrae Campana fra i suoi monti."
http://www.polistampa.com/asp/sl.asp?id=5267
Lettere di un povero diavolo. Carteggio (1903-1931)
Con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998)
a cura di Gabriel Cacho Millet
Polistampa 2011, cm 17x24, pp. 496, ill. b/n, br., € 30,00
ISBN: 978-88-596-0861-5
Collana: Il Diaspro / Epistolari, 13
Settore: L7 / Epistolari
Altri settori: L1 / Studi, storia della letteratura
[Campana] Ho provato a
[Campana] Ho provato a sondare se c'era la possibilità di linkare l'articolo ma fino ad ora non ho trovato nulla.