Calvino Italo

Il cavaliere inesistente

Autore: 
Calvino Italo

Si completa con questo romanzo la trilogia de “I nostri antenati”. Calvino tira le somme dell’intellettuale moderno, invischiato nel reticolo della massificazione e del conformismo e dell’uniformità sociale. Col cavaliere inesistente si va molto più a ritroso rispetto agli altri due romanzi: al tempo dei cavalieri di Carlo Magno durante la battaglia contro i mori. Il re passa in rassegna le sue truppe domandando ai vari cavalieri di pronunciare il proprio nome e palesare il volto alzando la celata dell’armatura, ma quando è il turno di “Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez” egli non mostra altro che il vuoto dello scafandro; volontà e potenza senza forma. L’eccessivo zelo di Agilulfo verso ogni sottigliezza del regolamento militare ne aliena le simpatie dei compagni d’arme.

L’unico che mostri una viva ammirazione nei confronti del cavaliere è Rambaldo, giovane baccelliere, affascinato dalle eroiche imprese dei cavalieri, dalle battaglie, dalle armi, ma che una volta vista la realtà del campo, i volti e i compartamenti degli uomini al di fuori delle armature, ne resta disilluso e confida solo in quel cavaliere inesistente, la cui incessabile fierezza diventa stimolo e nuova illusione. Anche Bradamante, donna cavaliere innamorata di Agilulfo. I cavalieri che dentro l’armatura si mostrano impavidi, una volta terminata la battaglia mostrano il loro aspetto marcatamente umano, rozzezza a tavola, ingordigia, invidia, vanteria; e anche il campo di battaglia a fine giornata, non è altro che un nuovo pasto di cadaveri per corvi e ladri; dove ogni minima cosa è determinata da infinite regole: “È che io, sono arrivato ora … per vendicare mio padre… E vorrei che mi fosse detto, da voi anziani, per favore, come devo fare a trovarmi in battaglia di fronte a quel cane pagano dell’argalif Isoarre” […] “È semplicissimo ragazzo […] devi fare domanda alla Sovrintendenza ai Duelli, alle Vendette e alle Macchie dell’Onore, specificando i motivi della tua richiesta, e sarà studiato come meglio metterti in condizione d’avere la soddisfazione voluta”. Cap II pag.13-14. Risultano così più chiare le mire di Calvino: chi è dunque questo cavaliere inesistente così ligio agli infiniti regolamenti del campo cristiano, se non l’allegoria dell’intellettuale postbellico, smarrito ammutolito, annichilito dalla esosa massificazione a tutti i livelli della società che lo circonda? E tenta di esserci, ma fallisce non riuscendo a realizzarsi nella realtà.

Qui uno splendido passaggio che ripropongo nella sua interezza: “scalca una fettina di cinghiale arrosto, mette in un piatto la carne, in un piattino la salsa, poi taglia con un coltello affilatissimo la carne in tante striscioline sottili, e quelle striscioline le passa una a una in un altro piatto ancora, dove le condisce con la salsa, finchè non si sono imbevute ben bene; quelle condite le mette in un nuovo piatto e ogni tanto chiama un valletto, gli dà da portar via quest’ultimo piatto e ne chiede uno pulito. Così si dà da fare per delle mezz’ore. Non parliamo del pollo, del fagiano, dei tordi: ci lavora ore intere senza mai toccarli se non con la punta di certi coltellini che richiede apposta e che fa cambiare più volte per spolpare dall’ultimo ossicino la più sottile e restia fibra di carne. Anche del vino si serve, e continuamente lo travasa e ripartisce tra i molti calici e bicchierini che ha davanti, e nappi in cui mescola un vino con l’altro, e ogni tanto porge a un valletto perché li porti via e li cambi con nuovi. Del pane fa un gran consumo: appallottola mollica di continuo in piccole sfere tutte uguali che dispone sulla tovaglia in file ordinate; la crosta la sminuzza in briciole, e costruisce con le briciole delle piramidi”. Cap VII pag. 66-67. E chi può essere lo scudiero di un cavaliere inesistente se non un personaggio che risulta l’esatto opposto: “è” ma non sa di esserci.

Gurdulù insomma è una forma priva di coscienza del se, alla continua ricerca emulativa di realtà oggettive. Il matto, conosciuto anche come Omobò, Gudi-Ussuf, Martinzul, Gurdurù, Ben-Stanbul, Pestanzul, Bertinzul, Martinbon, Omobon, Omobestia, il Brutto del Vallone, Gian Paciasso e Pier Paciugo, ha per le sue caratteristiche una potente carica umoristico-surreale: vede un albero di pere e si appende anche lui facendo la pera, vede le pere che rotolano e anche lui rotola, vede le anatre e fa l’anatra, deve seppellire un cadavere, prima da la pala al cadavere, poi credendosi lui stesso tale, si getta la terra addosso rischiando di morire asfissiato. “Dategli una gavetta di zuppa” disse clemente Carlo Magno. […] “Ma che fa adesso?” Stava cacciando il capo dentro alla gavetta posata in terra, come se volesse entrarci dentro. Il buon ortolano andò a scuoterlo per una spalla. “Quando lo vuoi capire Martinzul, che sei tu che devi mangiare la zuppa e non la zuppa che deve mangiare te! Non ti ricordi? Devi portarla alla bocca col cucchiaio… […] Nell’albero ai cui piede era seduto s’apriva una cavità, proprio all’altezza della sua testa. Gurdulù prese a buttare cucchiaiate di zuppa nel cavo del tronco. “ Non è la tua bocca, quella! È dell’albero!”. Cap III pag. 28.

La trama prende a svilupparsi negli ultimi capitoli del romanzo dove durante un diverbio a tavola, il cavaliere Torrismondo dichiara che la donna che Agilulfo salvò anni prima da uno stupro non era affatto illibata, essendone lui il figlio, ponendo così seri dubbi sul titolo nobiliare dell’inesistente e di se medesimo (in quanto figlio illegittimo) decidono di partire: Agilulfo alla ricerca della donna (Sofronia) e palesarne l’illibatezza a Carlo Magno. Durante il viaggio verso il Marocco, dove la donna è diventata la trecentosessantacinquesima moglie di un sovrano che dedica ad ognuna di esse un giorno all’anno, il cavaliere inesistente riesce a salvarle nuovamente l’onore. Nel frattempo anche Torrismondo deve salvare la liceità del suo titolo, dimostrando di essere figlio dell’Ordine dei Cavalieri del Sacro Graal (allegoria divertita delle tendenze zen e buddiste della seconda metà del novecento), per una serie di circostanze, giace una notte con una donna vergine, venendo a scoprire che si trattava di Sofronia. Tutto sembra perduto, sia per Agilulfo che dopo l’avvenuta deflorazione non può più dimostrare a Carlo Magno la propria carica di Cavaliere, sia per Torrismondo che non può più esercitare il ruolo poiché reo di un sacrilego incesto. Fuggiranno entrambi, ma Torrismondo ritornerà poiché scopre che Sofronia non è la madre bensì la sorellastra e quindi lui potrà tornare cavaliere e amarla per tutta la vita. Il cavaliere inesistente lascerà l’armatura a Rambaldo, scomparendo nel nulla, e lui la userà per far credere a Bradamante di essere Agilulfo e poter giacere con lei che scoperto l’inganno si ritira in un convento di clausura, ma Rambaldo tornerà a cercarla e lei accetterà il suo amore.

La narrazione è affidata ad una monaca di clausura che si scoprirà infine essere Bradamante che attende il ritorno di Rambaldo: con questo stratagemma Calvino riesce a sviluppare un sottotesto sul ruolo dello scrittore, sull’esercizio narrativo, sulle potenzialità dello scrivere e sui rapporti tra scrittura e vita.

CALVINO in LANKELOT

 

ISBN/EAN: 
9788804549048

Commenti

Avanti Elio!
Sempre più chiaro e limpido. Bene.

La trilogia di Calvino è.
La supera solo 'Se una notte d'inverno un viaggiatore'.

La bellezza delle figure degli antenati è vedere quanto riescano a riproporsi nel tempo con la loro validità, come si ripropongano rinnovate. Il Visconte e il Cavaliere sono meno personaggi del Barone, meno profonde, più figurine, e dopotutto non sono certo personaggi completi, quindi...

Gurdulù è. Tutto. Più di tutti.

La disquisizione sulla freccia lanciata dal Cavaliere inesistente fatta da Bradamante illumina.

"l?allegoria dell?intellettuale postbellico, smarrito ammutolito, annichilito dalla esosa massificazione a tutti i livelli della società che lo circonda" > approfondiamo questo passo, Elio.
Ammutolito non so, ad esempio - non direi fossero così silenziosi. Ma torniamoci su assieme, spiegaci.