Calamandrei Piero

Uomini e città della Resistenza

Autore: 
Calamandrei Piero
Questo libro raccoglie i discorsi, gli scritti, le notissime epigrafi che Piero Calamandrei – giurista, scrittore, uomo politico fiorentino –  ha composto nei dieci anni successivi alla Liberazione.
 
È un ritorno alle stampe dopo due precedenti edizioni, nel 1955 e nel 1977. La ripubblicazione, anche questa volta per l’editore Laterza, inaugura un vasto piano editoriale e di ricerca che contempla, per il prossimo futuro, la realizzazione di una serie di lavori incentrati sull’opera e la personalità di Calamandrei, scaduto ora il cinquantennale della sua scomparsa (1956). Il progetto, intitolato L’Italia di Piero Calamandrei e curato complessivamente da Sergio Luzzatto, oltre a Uomini e città della Resistenza prevede la stampa di Al fronte. Lettere e scritti della Grande Guerra, a cura di Silvia Calamandrei e Alessandro Casellato; farà seguito Una famiglia in guerra, la collezione delle lettere che Piero e il figlio Franco si scambiarono dal 1939 al 1945, a cura dello stesso Casellato; infine sarà la volta di tre antologie sull’attività del «Ponte», la famosa rivista d’ispirazione laica e liberalsocialista fondata e diretta da Calamandrei dal 1945 fino alla morte. Il primo volume, Dalla Resistenza alla desistenza, focalizzato sugli anni 1945-47 sarà curato da Mario Isnenghi, quello intermedio (Oltre la guerra fredda, 1948-53) da Mimmo Franzinelli, l’ultimo (Questa nostra Repubblica, 1954-56) da Sergio Luzzatto.
 
Luzzatto è pure l’autore dell’Introduzione che apre – dopo una Prefazione sobria ma non priva di accenti commossi, firmata da Carlo Azeglio Ciampi – la nuova edizione di Uomini e città della Resistenza. All’uscita del libro nella primavera del 2006, il lavoro di Luzzatto aveva richiamato su di sé una certa attenzione, agitando per qualche tempo il dibattito culturale sulla stampa nazionale. A spiazzare era stato il taglio della sua interpretazione, accusata di non essersi limitata a una rilettura critica sulla figura di un indiscusso “padre della patria”, ma piuttosto di averne demolito l’autorevole profilo in maniera dissacrante e, a volte, gratuitamente polemica.
 
In effetti Luzzatto si è posto in aperto conflitto con l’immagine, a suo dire tendenzialmente agiografica, di un Calamandrei subito entusiasta e partecipe della lotta resistenziale, quale fu quella propagata negli anni Sessanta e Settanta da alcuni dei suoi più stretti seguaci, come Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone. A partire da un’analisi puntigliosa del diario e dell’epistolario di Calamandrei, Luzzatto restituisce al contrario una vicenda intellettuale più articolata, non esente inizialmente da dubbi e riserve circa la sostanza della Resistenza e il suo significato nella storia nazionale. Ciò vale, a dire il vero, per un periodo di tempo piuttosto breve, quello fra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, durante il quale Calamandrei visse rifugiato nel paesino di Colcello Umbro prima di raggiungere Roma e divenire un attore politico di primo piano nell’Italia già liberata. Quei drammatici mesi, per l’Autore, rappresentarono l’occasione di un’angosciata riflessione condotta tra pubblico e privato, che all’indagine sulle origini vicine e lontane del tracollo del Paese abbinava l’esigenza, assolta sempre con severità, di un bilancio in chiave personale. Lo sconforto che Calamandrei affidò alle pagine del suo diario produsse considerazioni quasi sempre scettiche, e a tratti disperate, a proposito del carattere nazionale e delle sue possibilità di muovere al riscatto. Più di un parallelo si riscontra con i coevi ragionamenti di Salvatore Satta e Corrado Alvaro, due sensibilità che hanno espresso in modo altrettanto spietato gli umori della «nazione allo sbando» (E. Aga Rossi).
 
Nel merito, che in un frangente così tremendo – mentre già si profilava la massa preponderante di una «zona grigia» poco o per nulla incline all’autocritica – un intellettuale di cinquantaquattro anni, volontario nella Grande Guerra e veterano di Vittorio Veneto, abbia lo scrupolo di interrogarsi sulle proprie supposte debolezze, sulle private reticenze a sacrificarsi ancora una volta per la patria, è un fatto che mi pare vada ascritto a suo merito e non accreditato come un’ombra nella sua biografia. Certo nell’Introduzione si ha la premura di avvertire come il «desiderio di non morire» – denunciato da Calamandrei, a ben vedere, non senza disprezzo verso sé stesso – non costituisca un elemento che gli si possa muovere a rimprovero. Tuttavia, troppo leggermente Luzzatto esaspera la vivacità dello stile che gli è propria adottando un linguaggio qua e là inadeguato, che trascende i confini di un salutare gesto demitizzante scadendo nel puro sberleffo (cfr. il «poveruomo del Poveromo», p. XXXI, il «sor Piero», p. XXXIII).
 
Più convincente il curatore appare nell’analisi del conflitto generazionale che fa da sfondo alle incomprensioni tra Calamandrei e il figlio Franco, esemplare figura di «redento» (per usare la felice espressione riportata in voga da M. Serri), prima militante nei ranghi della sinistra fascista, poi partigiano comunista nei Gruppi di Azione Patriottica e fra gli organizzatori dell’attentato romano di via Rasella precedente la strage delle Fosse Ardeatine. Un contrasto fra generazioni che contribuisce a spiegare l’iniziale titubanza – condivisa da Calamandrei con altri maturi esponenti della cultura italiana (vedi Benedetto Croce) – nell’individuare quale protagonista della rinascita nazionale una gioventù cresciuta, spesso con entusiasmo, nelle maglie organizzative del regime fascista e disposta a sposarne, all’evenienza, le direttive politiche più estreme. Viceversa, molti dei «piccoli maestri» (L. Meneghello) che salirono in montagna a prezzo della vita, non riuscivano e non volevano rintracciare nell’antifascismo di tanti “padri”, parolaio e sterile sul piano dei risultati, la norma per combattere il nemico del presente e costruire l’Italia del futuro. Ma anche in questa pur fruttuosa disamina, Luzzatto esaspera il suo addentrarsi fra le pieghe del non detto e del non indagabile, congetturando (solo di congetture inevitabilmente si tratta) che dietro quell’energia con la quale Calamandrei celebrò la Resistenza nel dopoguerra si fosse nascosta la necessità di espiare un suo «senso di colpa» per non avervi direttamente preso parte (p. XXII); oppure, ancora, che la determinazione a uccidere il nemico fascista propria al figlio Franco abbia «rappresentato una forma sublimata di uccisione del padre» (p. XXXII).
 
Giovanni De Luna l’ha definita una storiografia da «buco della serratura». Luzzatto, per difendersi, ha affermato che il suo lavoro ha infastidito coloro che ancora considerano la Resistenza una sorta di totem e Calamandrei uno dei suoi pontefici massimi. A me, per quanto concerne i passi in esame, sembra solo un modo di fare storia pretestuoso e inquisitorio, appositamente urtante e che propone poco in termini di conoscenza. Specialmente decentrato risulta, a mio giudizio, quello che è poi il vero cardine interpretativo dell’Introduzione e cioè il ripetuto problematizzare l’assenza di Calamandrei, armi in pugno, nella guerra di Liberazione. È un rilievo tanto più sorprendente là dove si tenga conto che proprio Luzzatto, nelle sue opere (La crisi dell’antifascismo) e nei suoi interventi pubblici, non ha perso occasione per manifestare apprezzamento verso quella storiografia impegnata, da diversi anni, a svecchiare la visione tradizionale della Resistenza per liberarla dai suoi cliché più paludati e ingessanti. E uno dei risultati di quella storiografia, come Luzzatto ben sa, è la riscoperta della dimensione civile del fenomeno resistenziale, della Resistenza come guerra combattuta anche «senz’armi» (J. Sémelin) dopo che per una lunga stagione si era prediletto, nelle celebrazioni e nella memoria, il lato militare di quell’esperienza. Mi pare quindi che il presupposto stesso da cui parte l’analisi di Luzzato sia singolarmente incongruo, e sia difficile sfuggire all’impressione di una dilatazione artata del problema.
 
Del resto, la sottolineatura del valore civile (e morale) prima ancora che militare della Resistenza è una delle intuizioni originali di Calamandrei in Uomini e città (p. 19) che reggono ancora alla prova del tempo. Ce ne sono altre. L’interpretazione del movimento di Liberazione come culla della libertà e della democrazia nel suo senso più profondo, come lotta cioè per l’affermazione dell’uguaglianza morale di ogni essere umano. La consapevolezza che, per chi l’abbia vissuta in piena coscienza, la Resistenza sia equivalsa molte volte a un doloroso esame interiore, teso a far luce in primo luogo sulle proprie compromissioni e le proprie «desistenze». Per non parlare di tutta la riflessione di Calamandrei sulla fame di religione civile propria a ogni agglomerato istituzionale, ciò che sta dietro alla sua decisione di fissare nell’eternità del marmo, con quelle magnifiche epigrafi, gli episodi e i significati cruciali della vicenda resistenziale.
Accanto a queste considerazioni ancora e sempre valide, che fanno di Uomini e città un vero classico, va notato come in altri punti e per altri aspetti il libro oggi appaia datato e, perciò, bisognoso di contestualizzazione. Non c’è solo la raffigurazione di maniera, che spesso fa capolino tra le pagine, della Resistenza come sollevazione di un popolo intero, e che al limite potrebbe trattarsi di un elemento di quella consapevole strategia volta a dotare la giovane Repubblica italiana di un apparato di miti sufficientemente gloriosi. C’è soprattutto il problema che da questo libro la Resistenza sembra emergere, nel complesso, come un fattore che nell’Italia dell’immediato dopoguerra dovette risultare più di divisione che di unità nella nazione. Non quel valore «per tutti gli italiani» della Repubblica, caro all’ex presidente Ciampi e divenuto tale faticosamente (almeno c’è da augurarselo) lungo decenni di pratica democratica. Bensì un mito di parte: nella fattispecie quella – a conti fatti minoritaria nel Paese – che aveva visto nella guerra civile appena finita, avendovi partecipato dalla parte giusta, il primo tempo di una progettualità politica e sociale più o meno radicale.
 
In questo senso, a mio parere, vanno lette le pagine famose sulla “Resistenza tradita”, un mito che implica per definizione la realtà di un significato vero e puro del messaggio resistenziale e l’esistenza di due fronti, l’uno fedele a quel messaggio e l’altro – il traditore – no. In ciò si trattava di un mito accecante, che impediva un riconoscimento di legittimità a scelte politiche moderate – come quelle di cui, tra anni Quaranta e Cinquanta, si facevano promotori i governi guidati dalla Democrazia Cristiana – le quali invece, nella loro enorme maggioranza, erano del tutto legittime. E accecante perché, in questo modo, quel mito scoraggiava una meditazione seria sulla composizione reale della società italiana e su alcune delle domande che da essa salivano: in ultima analisi, una meditazione «sulla propria capacità o incapacità di fare politica» (E. Galli della Loggia). Davvero col senno di poi riesce difficile comprendere chi e quali dovessero essere, secondo i fautori della “Resistenza tradita”, gli elementi adatti a comporre quella classe dirigente che, in ottica rivoluzionaria, avrebbe dovuto sostituire la precedente. E ci si stupisce della discrepanza tra l’immagine dell’Italia che essi avevano in mente e la realtà del Paese com’era.
 
A ciò va aggiunto che tutto il libro, e anche l’Introduzione di Luzzatto scritta mezzo secolo dopo, sono sorretti da una visuale che postula una separazione manichea tra carnefici e vittime, in definitiva tra bene e male. Tale separazione – a ben vedere – non viene applicata soltanto, come per noi posteri può essere sensato, agli schieramenti e alle visioni politiche che si contrastarono nel corso della guerra, ma anche alla dimensione individuale dei singoli esseri umani che aderirono all’uno o all’altro schieramento. E questa operazione, va detto con chiarezza, è inaccettabile eticamente e storicamente: perché le ragioni della storia non sempre combaciano con quelle della vita. È la grande lezione che oggi si può apprendere tanto dalle parole di Vittorio Foa in Questo Novecento quanto dal racconto di Roberto Vivarelli in La fine di una stagione.
 
Luzzatto a parte, in Piero Calamandrei agiva probabilmente l’esigenza di difendere la memoria della Resistenza dagli attacchi – anche vergognosi, specchio molte volte di retrive ed egoistiche finalità politiche – che contro di essa furono sferrati da più parti durante il primo decennio del dopoguerra. Era questo,  forse, il contesto che rendeva sordo il grande e sensibile intellettuale fiorentino verso gli appelli alla «pacificazione tra gli uomini» che Alcide De Gasperi perorava negli stessi anni: ferma restando la condanna – così scriveva lo statista trentino – della «dottrina politica… che condusse al disastro nazionale».
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Piero Calamandrei, Uomini e città della Resistenza, a cura di Sergio Luzzatto, Prefazione di Carlo Azeglio Ciampi, Laterza, Roma-Bari 2006.
 
Calamandrei (1889-1956) è stato giurista, scrittore, uomo politico italiano. Tra i fondatori del Partito d’Azione e uno padri nobili della Costituzione repubblicana. Dal 1945 alla morte, la rivista da lui fondata “Il Ponte” ha naimato il dibattito politico, culturale e civile del Paese.
 
pk-., 2006.
ISBN/EAN: 
8842078409

Commenti

"C’è soprattutto il problema che da questo libro la Resistenza sembra emergere, nel complesso, come un fattore che nell’Italia dell’immediato dopoguerra dovette risultare più di divisione che di unità nella nazione. Non quel valore «per tutti gli italiani» della Repubblica, caro all’ex presidente Ciampi e divenuto tale faticosamente (almeno c’è da augurarselo) lungo decenni di pratica democratica. Bensì un mito di parte: nella fattispecie quella – a conti fatti minoritaria nel Paese – che aveva visto nella guerra civile appena finita, avendovi partecipato dalla parte giusta, il primo tempo di una progettualità politica e sociale più o meno radicale."

> ehm. Non vorrei passare neanch'io per il solito guastafeste, ma mi sembra sia esattamente così; e che sia una forzatura il contrario, ossia ritenere la Resistenza valore per tutti gli italiani. Purtroppo o per necessità o per questioni di coerenza non può e non poteva essere così. D'altra parte, c'era - e mi sembra difficile smentirlo - chi vi aveva aderito proprio nel nome di una progettualità politica e sociale diversamente radicale.

"in Piero Calamandrei agiva probabilmente l?esigenza di difendere la memoria della Resistenza dagli attacchi ? anche vergognosi, specchio molte volte di retrive ed egoistiche finalità politiche ? che contro di essa furono sferrati da più parti durante il primo decennio del dopoguerra"

> domanda da lettore curioso. Chi scriveva e chi pubblicava questi attacchi? E argomentava come? Da quali fronti veniva il fuoco?

"Ciò vale, a dire il vero, per un periodo di tempo piuttosto breve, quello fra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, durante il quale Calamandrei visse rifugiato nel paesino di Colcello Umbro prima di raggiungere Roma e divenire un attore politico di primo piano nell?Italia già liberata."

> Buck, davvero 9 mesi sono un periodo piuttosto breve?
E che senso ha diventare attori politici di primo piano quando l'Italia è già stata "liberata"?

"Più di un parallelo si riscontra con i coevi ragionamenti di Salvatore Satta e Corrado Alvaro, due sensibilità che hanno espresso in modo altrettanto spietato gli umori della «nazione allo sbando» (E. Aga Rossi)."

> eccolo qui Corrado Alvaro, che mi nominavi qualche giorno fa. Nome impresso a fuoco in memoria, adesso. Ne cercherò traccia, promesso.

E difatti concordo con Franco, su questo punto. La resistenza non era un mito che poteva unire, ma solo dividere, e per molteplici ragioni: una guerra civile, dei vincitori e dei vinti, abomini perpetrati a conflitto finito, e - non ultimo, e anche più importante - che i quadri erano composti più che altro da comunisti che auspicavano una sorta di controrivoluzione, una nuova ma diversa dittatura. Parliamoci chiaro, come avrebbe mai potuto unire? Crea divisioni a più di 60 anni di distanza...

1. Anche a me sembra sia stato esattamente così: è quello che ho scritto, infatti.

2. La narrazione egemonica antifascista come narrazione fondante della Repubblica durò istituzionalmente sin tanto che durò la coalizione unitaria antifascista: cioè fino al maggio 1947, allorché De Gasperi estromesse le sinistre dal governo dopo il suo viaggio a Washington (gennaio) e la proclamazione della "dottrina Truman" (marzo). Da quel momento, quella narrazione rimase essenzialmente patrimonio delle sinistre e si moltiplicarono gli attacchi alla Resistenza letta sempre più come movimento "di classe", come primo tempo di una rivoluzione forzatamente interrotta, in sintonia peraltro con la rappresentazione che ne davano in maniera sempre più decisa le forze di sinistra. Questi attacchi provenivano da tutto il vasto ambiente moderato, maggioritario nel Paese e dalla sua stampa di riferimento: dai monarchici e dai neofascisti, dai qualunquisti, dai liberali, dalla destra democristiana. Nel contesto segnato dall'amnistia generalizzata verso gli ex fascisti, dal 1947 ai primi anni Cinquanta furono migliaia i processi intentati contro ex-partigiani. Memorabili al riguardo alcune sentenze della Cassazione. Che cosa stava accadendo? Accadeva che mentre l'antifascismo rimaneva l'ideologia fondante la Repubblica sulla carta, l'anticomunismo diventava il cemento della "costituzione materiale" del Paese. Per saperne di più: F. Focardi, La guerra della memoria (Laterza, 2005) e M. Dondi, La lunga liberazione (Editori Riuniti, 1999).

3. Non sono i venti mesi della guerra civile. Non ci si può dimenticare che allora Calamandrei aveva 54 anni. Era stato volontario nella Grande Guerra: la sua parte, armi in pugno, mi sembra che l'avesse fatta. La seconda parte della tua domanda non la intendo bene. Per un giurista che aveva vissuto gli ultimi vent'anni di vita politica come una cappa soffocante, suppongo che di senso ne avesse molto.

5. Fede, sono d'accordo con te, come ho scritto nel pezzo e ribadito a Franco.

Grazie a entrambi per la lettura attenta e gli spunti di discussione.

grazie a te, buck, per le chiare e complete repliche e per i nuovi contributi!

Ricordo un tuo scritto sul filosofo, che dovresti riprporre, e questo stile scabro e tagliente; si è inspessito col tempo ed è migliorato ancora.
Sul periodo storico mi inchino; conosco troppo poco.

Testo poderoso e convincente.

In realtà la questione delle divisioni tra italiani, specie dopo il 1943, con la nascita della RSI, costituisce un problema umano e storiografico. Proprio di recente sono intervenuto sull'argomento con un articolo. Se lo becco, lo mando in onda...

Buonanotte, dott. franchi. Credo di essere abbastanza intelligente per capire...

Beh, sono tornato perché invece non capisco. Ma siete tutti Out?

(io ero fuori casa, professor:) ).

ecco la copertina!

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