Calaciura Giosuè

Malacarne

Autore: 
Calaciura Giosuè

Non eravamo più niente, signor giudice…”. Questo l’incipit di quasi tutti i capitoli di “Malacarne”. Parole che si ripetono come una cantilena e che, ogni volta, portano a sprofondare nel vuoto di un annientamento che passa attraverso la violenza e la negazione di qualsiasi umanità.
"Signor giudice, quante volte mi sono chiesto in quei momenti di ragionamento gelido, votato all'agguato, quale potesse essere la crepa nel meccanismo perfetto oliato automaticamente a ogni ammazzatina ripetuta senza necessità di combutta preparatoria per stabilire il come. Quante volte mi sono chiesto dove cedesse la nostra volontà omicida lasciando uno spiraglio di scampo, una possibilità di salvamento, e non per rendere più sofisticati e insovvertibili i nostri agguati mortali, ma per nascondere nella stanza segreta del mio terrore addormentato quella virgola dimenticata, il gesto non necessario, quel movimento in più o in meno che mi avrebbe permesso di sopravvivere quando inevitabilmente sarebbe toccato a me, signor giudice, e quando sarebbe stata la volta dei miei stessi compagni scelti per ingegno e valenza".
La voce, l’unica di tutto il libro, appartiene ad un mafioso. Uno dei tanti o tutti insieme, irriconoscibili ma perfettamente noti. “Malacarne” è una confessione spudorata e tagliente, una ballata lacerante, una professione di dolore e disprezzo. Le parole scrosciano come diluvi e ricostruiscono storie di vendette e soldi sporchi, di faide, di “ammazzatine di regolamento”, di cadaveri e di spergiuri. Ma non c’è nessun’altra regola nel mondo di Malacarne: “Persino Dio ci aveva abbandonati e traditi”.

Il killer ripete al giudice che ha di fronte le sue danze macabre. Non tralascia dettagli e spiega, tempo dopo tempo, la sua esistenza di assassino spietato e per ragioni sempre fin troppo nitide. Procede come in un incubo martellante, si addentra in visioni concentriche e disperate all’interno di uno spazio che deve essere per forza quello di una Palermo mai nominata.

"Era una tale mattanza a conduzione industriale che non sapevamo quale fosse l'interruttore per spegnerla, non ne capivamo l'inizio e quindi non ne immaginavamo il termine. Signor giudice, ogni giorno c'era una tale quantità di morti ammazzati che bisognava fare l'appello, Ganascia presente, Scaduto morto deceduto, e ogni mattina riscrivevano i registri, si sconvolgevano le mappe di quella che non era una guetta, ma uno sterminio a senso unico, nel senso che a morire eravamo solo noi". Frammenti di delirio fin troppo realistico, molto o troppo simile a quelle cronache di criminalità organizzata che, da anni, nel nostro Paese, fanno storia, fanno soldi, fanno potere e fanno morti ammazzati. Nulla di nuovo, in buona sostanza. Eppure c’è di nuovo la scrittura di Calaciura. Proposizioni che si ammassano come costruzioni barocche, come architetture ampollose in cui, di tanto in tanto, si insediano termini gergali impiantati quasi a voler ridurre il tono o a ricondurre il tutto al cuore di chi parla, che è pur sempre un comune uomo di mafia.
Ripetizioni di atti, di condanne, di guerriglie per il controllo di traffici illeciti e spostamenti di denaro. In fondo anche loro, i criminali, si adeguano ai tempi: ci sono le banche, i computer, gli avvocati potenti e gli strumenti ideali di morte. Li usano e li abusano. Poi tornano in carcere, si perfezionano, conoscono altro e capiscono meglio. Tornano in libertà e ricominciano daccapo.
"Signor giudice, quei soldi invisibili dovevano diventare piccioli. E nel computer lasciammo l'esseoesse dalla nostra isola nellatenente di miliardari affamati, scrivemmo a caratteri elettronici che volevamo sentire nelle nostre mani il fruscio reale della cartamoneta, che così non è strada che spunta, che morendo di fame avremmo messo fine a quella industria senza sostanza. E dall'altra parte dell'oceano del nostro patrimonio, dall'altra parte di quel mondo elettronico qualcuno intercettà il messaggio".

“Malacarne”, romanzo d’esordio di Giosuè Calaciura, è una lettura affascinante e diversa. Cattura perché trascina in un vortice di parole incatenate e sapientemente accorpate. La mafia così come ne parla “Malacarne” diventa un’acrobazia, un quadro di stucchi e perline, una messa in scena sanguinante ed aberrante che, spesso, non è altro che lo sfondo della nostra “normalità” italiana.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

 

Giosuè Calaciura è nato nel 1960 a Palermo. Il suo romanzo d’esordio è “Malacarne” (1998). In seguito ha scritto: “Sgobbo” (Baldini Castoldi, 2002, premio selezione Campiello), “La figlia perduta” (Bompiani, 2005) ed “Urbi et orbi” (Baldini Castoldi, 2006). Vive a Roma. Collabora con varie testate e con Radio Tre.

Pagine Internet su Giosuè Calaciura: Intervista (Lo specchio di carta)

Giosuè Calaciura, “Malacarne”, Baldini & Castoldi, Milano, 1998.

(monnalisa, ottobre 2010)

ISBN/EAN: 
8880893491

Commenti

[malacarne] monna

[malacarne] monna racconta: "“Malacarne”, romanzo d’esordio di Giosuè Calaciura, è una lettura affascinante e diversa. Cattura perché trascina in un vortice di parole incatenate e sapientemente accorpate. La mafia così come ne parla “Malacarne” diventa un’acrobazia, un quadro di stucchi e perline, una messa in scena sanguinante ed aberrante che, spesso, non è altro che lo sfondo della nostra “normalità” italiana."

Buona lettura!

[mafia] per approfondire...

[mafia] per approfondire... MAFIA in Lankelot: http://www.lankelot.eu/mafia

[calaciura] mi ha incuriosito

[calaciura] mi ha incuriosito molto questo tuo rilievo: "Eppure c’è di nuovo la scrittura di Calaciura. Proposizioni che si ammassano come costruzioni barocche, come architetture ampollose in cui, di tanto in tanto, si insediano termini gergali impiantati quasi a voler ridurre il tono o a ricondurre il tutto al cuore di chi parla, che è pur sempre un comune uomo di mafia."

> Ti andrebbe di trascrivere qualche passo?

[Calaciura] Va bene, Franchi.

[Calaciura] Va bene, Franchi. Proverò a riportare qualche brano del romanzo all'interno della scheda...

[calaciura]

[calaciura] grazie:). Interessante. Memorizzato. Saluti, Monna!