Lucy Schwob, nipote del grande Marcel, padre delle adelphiane “Vite immaginarie”, rinunciò al suo nome, se ne spogliò, disinvolta, e divenne Claude Cahun; scelse il suo nuovo nome per diventare, come insegna il letterato siciliano Roberto Speziale, un'eroina sconosciuta, e combattere il nazismo che flagellava la Francia, e difendere la sua essenza; la sua essenza complessa e misteriosa di donna, di ebrea, di democratica e di libera cittadina. La sua essenza di artista avrebbe rivoluzionato l'idea stessa dell'autoritratto, in fotografia; la sua anima partigiana sarebbe scampata alla condanna a morte a un passo dall'esecuzione, nel maggio del 1945. Una vicenda leggendaria.
“Eroine” (duepunti, 124 pp., 12 euro. Trad. di Elena Paul) è una raccolta di quindici novelle, scritte tra 1920 e 1924, originariamente apparse, oltralpe, nel 1925. Nelle parole dell'ottimo postfatore, Speziale, l'artista francese “procede per vie interne (ancestrali), scava nel mito e nella storia e sceglie donne esemplari di cui ricostruire vite immaginarie secondo la lezione dell'amato zio”. Queste sue eroine sono meravigliosamente folli, ribelli e incresciosamente autodistruttive. Tutte letterarie, giocano il gioco del disorientamento.
Eva, la prima della sequenza, è raccontata in una protofenogliana lingua, un francese ibridato a un inglese pubblicitario, buffo e terribilmente istantaneo; Dalila, la seconda, è una che dice che non conosce e non desidera conoscere gli uomini, che sogna di restare sempre vergine, e selvaggia, ma va incontro, con Sansone, al suo disastro interiore; Giuditta, la terza, incarna il dramma d'una donna condannata a distruggere tutto quel che ama, “criminale fin dall'infanzia”. È il dramma d'una donna fatalmente incompresa: la Cahun scrive che mentre il popolo va ad acclamarla, Giuditta soffre: “Le sue parole non furono affatto capite, e neppure sentite. La gioia di una folla ha mille bocche – e nessun orecchio”.
Avanziamo, per la galleria delle eroine della matta e nobile nipote di Schwob. La quarta è Penelope, “l'accenditrice”: piena d'amore per tutti i maschi che domandano di averla, non sa rifiutarne nessuno; e quando il grande viaggiatore torna a casa, lei mantiene la promessa che s'è fatta – di amare il poeta Femio, nella complice negligenza di Ulisse. Viene quindi Elena, la ribelle: il suo fascino è la menzogna. E Saffo, l'incompresa: l'artista è cosciente d'avere una sola felicità, e che essa è la creazione – non importa di che cosa. “I miei fianchi larghi potrebbero contenere un popolo”, giura. Disgustata dai poeti, finisce per scoprire la necessità della distruzione: rinuncia a creare “perché nessun essere vivente può tenersi in piedi, immobile, sulla ruota del destino”.
Viene quindi Maria, madre del Cristo, che rimpiange che suo figlio niente abbia scritto, e tutto abbia lasciato scrivere a chi lo aveva amato. E poi Cenerentola, la bambina che rovescia il mondo, e che sogna di diventare adulta per potersi dare ai disonesti, e ai corrotti, perché non ha dimenticato la realtà, e non ha dimenticato la miseria, e non vuole che la carne diventi una bugia. E poi Margherita, e la sua tragedia incestuosa, e Salomè, che ha compreso che la vita va tradita, per poter essere artisti, e la Bella, che dopo aver assaggiato la carne della Bestia non vuole più saperne degli altri uomini.
Nothombiana ante litteram, Lucy Schwob sa essere crudele e lasciva, ispirata e femminile; sa raccontare la bellezza della carne, e quella dello spirito; sa disarcionare con grazia pregiudizi e attese del pubblico, e scrivere con incresciosa naturalezza, e grande facilità. L'ultimo frammento, dedicato all'androgino, è una pièce che non venne mai pubblicata nella versione originaria e apparve soltanto, rimaneggiata, in un frammentario memoir del 1930, “Aveux non avenus”. L'editore italiano, la aristocratica e sensibile duepunti da Palermo, ha restituito il testo alla sua originaria posizione, scelta dall'autrice ab origine. Un'altra lezione di stile da non dimenticare.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Lucy Renée Mathilde Schwob, alias Claude Cahun (Nantes, 1894 – Saint-Hélier, isola di Jersey, 1954), artista d'avanguardia francese. Fotografa, scrittrice, era la nipote del grande
Marcel Schwob. Fu partigiana.
Prima edizione: Héroïnes: 'Eve la trop crédule', 'Dalila, femme entre les femmes', 'La Sadique Judith', 'Hélène la rebelle', 'Sapho l'incomprise', 'Marguerite, sœur incestueuse', 'Salomé la sceptique', Mercure de France, No. 639, 1 February 1925. Héroïnes: 'Sophie la symboliste', 'la Belle', Le Journal littéraire, No. 45, 28 February 1925.
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[cahun] Lucy Schwob, nipote
[cahun] Lucy Schwob, nipote del grande Marcel, padre delle adelphiane “Vite immaginarie”, rinunciò al suo nome, se ne spogliò, disinvolta, e divenne Claude Cahun; scelse il suo nuovo nome per diventare, come insegna il letterato siciliano Roberto Speziale, un'eroina sconosciuta, e combattere il nazismo che flagellava la Francia, e difendere la sua essenza; la sua essenza complessa e misteriosa di donna, di ebrea, di democratica e di libera cittadina. La sua essenza di artista avrebbe rivoluzionato l'idea stessa dell'autoritratto, in fotografia; la sua anima partigiana sarebbe scampata alla condanna a morte a un passo dall'esecuzione, nel maggio del 1945. Una vicenda leggendaria...
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