"Non sono Laura, non so chi sono, non ne posso più, io sono sola, sola nell'immensità del creato, io sono l'inferno, io sono la donna e non sono la donna...sono io, una donna fatta di cemento inchiavardata alla montagna, che non ha faccia, non ha spalle, non ha seni, non ha nulla...non c'è nell'universo un solo essere che possa fare l'amore con me". (1)
Il sogno di una fanta-donna. Da plasmare, ricostruire, rendere docile ad ogni proprio comando.
Sì.
Proprio così.
Ci deve essere una donna, rinchiusa in quella macchina. Lassù in cima a quella montagna.
Il buon Ermanno Olmi, onesto e figura molto common people, matematico apprezzato, lo intuisce, sua moglie lo teme e la prorompente assistente Olga lo sa già senza saperlo. Lo si avverte nelle corde, lo si sente nelle vene, lo si scruta dall'alto di svariati, imperiosi, affastellati e perniciosi pensieri.
C'è una donna. C'è la femminilità. O qualcosa che vi assomiglia, un odore che lo ricorda. C' è qualcosa dentro la macchina Numero 1, in quella zona militare 36, in questo progetto scientifico guidato dal noto e inquietante professor Endriade.
C'è la meccanizzazione di un desiderio impossibile, di una volontà folle che eppure aleggia dentro ogni maschio, albeggia ai primordi della vita razionale e va abbuiandosi quando i ricordi sfuocano e la vita, lenta, discende verso il suo naturale e poco amato termine.
Si tratta di congegni elettronici. Di piccoli dispetti, di birichini gorgoglii e di rumori di sottofondo certo robotizzati ma che sensualmente echeggiano maliardi ed innati volteggiamenti di sinuosità femminili.
C'è un dramma che vive, lassù sulla montagna.
C'è una prorompente ed eterna fisicità che si ribella in quel cocuzzolo adibito a centro sperimentale per realizzare misterici e misteriosi calcoli automatici che sconvolgeranno il destino prossimo dell'uomo, eruttati dal vulcanico scienziato Endriade, una moderna vulgata di classici e moderni predecessori di fattura letteraria, dal dottor Jeckyll al padre di Frankstein. Sfidare la natura cercando di adottare e padroneggiare l'ignoto, abilitando le proprie cervellotiche capacità per ridurre a pulsanti e meccanismi le nostre voglie più nascoste.
Le nostre seti di vendetta più torbide.
La volontà di possesso e l'ignavia che si fa coraggio.
Impegnare il proprio cervello e le proprie doti fanta-ingegneristiche per racchiudere in una macchina tutto ciò che si consideri utile o si necessiti di una lei.
I guizzi, i lazzi, i frizzi, gli sbalzi.
E racchiudere in un non so che di magico ed inquietante una fisicità esuberante e concupiscente, quella sì inclonabile e mai meccanica, in quanto legata ad un fattore che non si può sconfiggere, il trascendente splendore dell'armonia delle forme schiavo della caducità delle carni ovvero dominato dal lento inesorabile e continuo scorrere del tempo che passa.
Un romanzo breve di Dino Buzzati del 1960, scorrevole, non tanto easy come la veloce dimenticanza e il lungo oblio lascerebbero presuppore, scritto con la consueta e disarmante facilità buzzatiana, sicuramente innervata dalla sua lunga meritoria carriera di giornalista, edificato su alcune tematiche di vasta portata e di innato fascino, tutt'altro che pellegrine ma come al solito, nell'autore bellunese, dense di ancestrali leit-motiv che legano e talvolta imprigionano l'uomo comune o meno alla riflessione sulle emozioni ed i sentimenti.
Interessante per il sottofondo contenutistico, facile nella lettura e pregnante per gli amanti di Buzzati, in quanto vede la comparsa in scena della donna, spesso inesistente o ai margini nella sua precedente produzione al contrario di qui, dove recita una parte preponderante, risultando preliminare più riuscito, perché più mediato ed inconsapevole, del ridondante, torbido, autobiografico e sconcertante successivo "Un amore" (1963).
Sulla misoginia buzzatiana si avrebbe da dire, data la impermeabile riservatezza del bellunese sul tema e data anche la sua vita sentimentale (scapolo fino a sessanta anni, sposatosi nel 1966 con una donna ben più giovane). Ma non siamo in vena di introspezioni di sapore freudiano né tantomeno junghiano. La faciloneria nel ridurre ad equazione matematica certe presenze o assenze nella narrativa di uno scrittore lascia il tempo che trova.
Come sarebbe importante ( e significativo) passare in rassegna l'enorme sequela di luoghi comuni e di banalità in ordine all'appartenenza del romanzo a mera fantascienza, non solo in lettori occasionali di Buzzati ma anche di sapienti ed edotissimi notabili del circolo esegetico buzzatiano doc, quali ad esempio Toscani, Gianfranceschi, Veronese-Arslan, autori di stantie monografie e di reiterati saggi perisistenti per anni sulle solite assidue e ritrite interpretazioni.
E' bene solo sottolineare a caratteri cubitali che il testo in questione deficita in ogni sua pagina dei più comuni e rappresentativi stilemi del genere citato, mentre invece è perfettamente compatabile nella evoluzione (o involuzione o devoluzione che dir si voglia) del Buzzati narratore
Utile invece ricordare che il testo fu scritto da Buzzati in brevissimo tempo per partecipare ad un concorso letterario indetto dal gossipparo settimanale Oggi nel 1959 sotto pseudonimo, concorso che non vinse ma che comunque, una volta svelato il proprio vero nome, gli consentì la pubblicazione a puntate sulla rivista prima dell'uscita in volume.
Il medesimo autore ebbe a dire che fu un mero esercizo di stile, con la sua solita sorda ma affabile riservatezza, nella sua lunga intervista-confessione rilasciata allo pseudo-critico ma in realtà agiografo Yves Panafieu e contenuta nell'ormai intovabile "Dino Buzzati: un autoritratto" (Milano,Mondadori, 1973).
Significativo poi che trattasi dell'unico dei cinque romanzi di Buzzati che a tutt'oggi non ha avuto una versione cinematografica.
Chiariti dei veri e stimolanti spunti di approfondimento, diremo che qui troviamo un Buzzati distante ma non per questo deludente o stucchevole rispetto a quello dei racconti o del Deserto dei Tartari (1940).
Il mistero della carnalità, le allusioni alle altre componenti spirituali che (in-)formano l'uomo, il tutto con stile sobrio ed asciutto, un discreto ritmo narratvo, una agilità insospettabile per chi conosce l'autore e la solita capace e caparbia maestria nel congeniare ad hoc la misura e la struttura architettonica del narrato.
L'essere umano è una aristotelica e complessa commistione di anima e corpo, con tutti gli eventuali limiti che ciò comporta. Nessuna scienza può e potrà mai alterare questo staus quo, magari tentando puerilmente di sopraffare addirittura la morte.
Da apprezzare soppesando molti "ma" e "però", sottolineandone la sua natura altra rispetto alla coeva produzione letteraria italiana e perciò meritoria anche in nome di pagine che comunque respirano una certa poesia:
"non più la donna, l'amore, i desideri, la solitudine, l'angoscia. Solo la sterminata macchina infaticabile e morta. Come un esercito di computisti ciechi, curvi su migliaia di banchi, che scrivono numeri su numeri senza fine, giorno e notte, per la vuota eternità" (2)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Dino Buzzati (San Pellegrino, provincia di Belluno,1906– Milano, 1972) è stato giornalista, narratore, drammaturgo e pittore per hobby.
Si analizza, “Il grande ritratto”, Mondadori, Milano, 1981.
Prima edizione: “Il Grande Ritratto", Milano, 1960.
Bibliografia di Buzzati narratore:
--Bàrnabo delle montagne, Milano-Roma,Treves-Treccani-Tumminelli, 1933, ora Milano, ed. Oscar Mondadori, 1994, pp. 109
--Il segreto del Bosco Vecchio, Milano-Roma, Treves-Tumminelli, 1935, ora Milano, ed. Oscar Mondadori, 1994, pp. 150
-- Il deserto dei Tartari, Milano,Rizzoli, 1940, pp. 277
-- I sette messaggeri, Milano, Mondadori, 1942, pp. 311
-- Paura alla scala, Milano, Mondadori, 1949, pp. 275
--In quel preciso momento, Venezia, Neri Pozza, 1950, pp. 189, poi Milano, Mondadori, 1963, pp. 301
--Il crollo della Baliverna, Milano, Mondadori, 1954, pp. 340
--Esperimento di magia, Padova, Rebellato, 1958, pp. 89
-- Sessanta racconti, Milano, Mondadori, 1958, pp. 566
--Il grande ritratto, Milano, Mondadori, 1960, pp. 177
--Un amore, Milano, Mondadori, 1963, pp. 345
--Il colombre e altri cinquanta racconti, Milano, Mondadori, 1966, pp. 451
--Le notti difficili, Milano, Mondadori, 1971, pp. 353
In Lankelot su Buzzati altre recensioni a cura di:
NOTE AL TESTO
(1) Il grande ritratto, p. 163
(2) idem, p.167
Rielaborata da un'opinione pubblicata sul sito Ciao.it nel gennaio 2007 e ispirata da suggestioni tratte dalla tesi dello scrivente "Dino Buzzati e la critica" discussa nel dicembre 1996, presso l'università "La sapienza" di Roma.
Commenti
mi piace dire che sarà la prima di alcune su Buzzati. Non mi do tempi, non mi sarebbe possibile, ma come promesso anche a me stesso, riattualizzerò una impolverata tesi cercando di evidenziare più che querelle cattedratiche aspetti poco noti o mie personali suggestioni. Grazie allo spazio di Lankelot :-)
E questa è una grandissima notizia;). Grazie Paolo.
Ora leggo.
Un romano breve di Dino Buzzati del 1960
> Z!
dottor Jeckyll al padre di Frankstein > Frankenstein
> autori di stantie monografie e di reiterati saggi perisistenti per anni sulle solite assidue e ritrite interpretazioni.
Concetto immagino giustissimo, ocio al "perisistenti"
Grandissimo contributo.
(al solito ripasso per correggere :-D). Mi premeva di dire che i critici citati sono da eludere in primis per la liquidazione a priori del testo analizzato. Al di là della mia personale idea sul loro generale operato (tra l'altro Fausto Gianfranceschi lo conosci). Non è la prima e documentata bordata che apparirà su questi schermi, in verità :-)
non avendo così tana conoscenza di Buzzati, ti lascio comunque traccia del mio passaggio confermandoti la mia stima e ammirazione per la perizia delle tue rec.
l'ho comprato stamattina a due euro (è segno che devo cominciare da questo buzzati! ; D) non la leggo neanche questa tua... vedremo... ; )
Ottima pagina buzzatiana, Paolo, come la precedente. Attendo le prossime, allora... sai che il caro Dino resta uno dei miei autori preferiti.
"Il mistero della carnalità, le allusioni alle altre componenti spirituali che (in-)formano l?uomo, il tutto con stile sobrio ed asciutto, un discreto ritmo narratvo, una agilità insospettabile per chi conosce l?autore e la solita capace e caparbia maestria nel congeniare ad hoc la misura e la struttura architettonica del narrato".
Questo brano trovo sia perfetto, Paolo, emerge nitido Buzzati.
Il tema della femminilità, che sembrava residuo nella visione di Buzzati, è chiaro in questo libro, un esperimento di romanzo fantascientifico quale controffensiva italiana allo stile anglosassone.
Raffaella
Non conosco Buzzati, ho letto solo qualche racconto dall'antologia del ginnasio. "I giorni perduti", mi pare si chiamasse l'ultimo che ho incrociato.
Ecco, non conosco Buzzati, ripeto, ma mi piace leggere pagine che, come questa tua, sanno andare oltre la critica ufficiale e dare un'interpretazione altra, svincolata da schemi precostituiti e capace di avvicinare il lettore al testo. Grazie sempre.
Occhio a "Un romano breve di Dino Buzzati "
13. > Si Angela a te e Gianfranco sono sfuggite altre bestialità. Prima o poi vi offrirò una cena per ripagarvi della pazienza :-)
***
Ringrazio poi velocemnte gli altri gentilissimi lettori.Al di là di tutto essere esauriente o preparato su Buzzati non è una grande fatica, poiché appunto autore sviscerato in ogni angolo a suo tempo. L'unica difficoltà sta nel sintetizzare e soprattutto tradurre il logorroico tecnicismo della mia tesi con delle recensioni più godibili...ma ci sto lavorando :-).