L’onda funesta del tempo: la vita come rassegnato ed illusorio cammino verso l’oblio.
Se un romanzo potrà mai considerarsi un fiume questo è Il deserto dei Tartari; queste duecentocinquanta pagine che costituiscono l’apogeo della produzione artistica di Dino Buzzati con il loro stile asciutto e chirurgico, sempre esaustivo e mai ridondante sono come il flusso inarrestabile e costante di un fiume: trascinano, cullano e portano alla deriva senza essersi resi conto di aver perso di vista il punto da cui si è partiti che sembrava lì proprio un attimo fa. Il capolavoro di Buzzati è così pregno del suo timbro inconfondibile: aleggia come nefasta magia, sin dal primo capoverso, il sapore poetico e soprattutto amaro della sconfitta. Così ogni pagina letta diviene incontrovertibile fluire del tempo ed in definitiva della vita, un costante e rassegnato cammino lungo il sentiero dell’oblio.
L’imberbe Giovanni Drogo, tenente di prima nomina, viene assegnato alla fortezza Bastiani, presidio ameno e fascinoso che si impossesserà gradualmente e definitivamente di lui. L’atmosfera d’ansia a tratti addirittura claustrofobica che si respira nella rocca è alimentata dallo scrittore di Belluno con abilità certosina. La speranza di un possibile se non addirittura certo trasferimento del tenente Drogo ci viene così somministrata con dosaggio davvero impeccabile. In origine la durata della permanenza al forte sembra irrisoria: appena un paio di giorni. In breve si passa a quattro mesi divenuti due anni per stessa volontà del protagonista. Il processo diventa allora inarrestabile: cinque anni, venti, tutta la vita. Le pastoie burocratiche aliene ed imperscrutabili nelle quali sembra incappare il giovane soldato assomigliano davvero molto a quelle rivelateci da Kafka: ma se K., l’indimenticabile protagonista del Processo e del Castello, è costretto a ricercare la propria colpa in una sorta di paradosso tragicomico nel quale accusa e castigo arrivano dall’alto, il Drogo buzzatiano è come misteriosamente attratto dalla rinuncia di cui il Forte Bastiani è monumentale e concretissimo emblema; quella del soldato ci appare una forma di vertigine esistenziale nella quale la rigidità disumana delle istituzioni (non a caso tra tutte lo scrittore sceglie quella militare) è componente senza dubbio presente ma in fondo accessoria ad una condizione di sconfitta predestinata di cui il personaggio è primo attore attivo e poi passivo, carnefice di se stesso ancor prima che vittima del sistema. La speranza utopica e vile insieme all’inedia figlia dell’abitudine corrodono lentamente l’ufficiale Drogo e rendono la sua rassegnazione una manifestazione incomprensibile di volontà cosciente e disincantata verso la solitudine e l’abbandono. Così nella noia e nella ripetitività delle giornate identiche e vuote trascorse lungo gli interminabili corridoi del forte, Giovanni Drogo, come tutti i suoi colleghi, anela la guerra, sinonimo di gloria, che un giorno arriverà dalla sconfinata pianura del nord per mano dei mitici Tartari, nemici antichi ed invisibili.
Il romanzo è giostrato così sull’alternanza tra picchi di speranza e pause di rassegnato torpore, e sembra avvolto in un mistero impalpabile, in un’atmosfera di prigionia ineludibile. Questo registro allegorico cela, sotto uno strato fin troppo sottile, la dimensione reale, cioè la concezione di una sconfitta annunciata al termine di una vana ed in fondo sciocca attesa. In questo senso la storia di Drogo non è la storia di un uomo ma dell’uomo:
"Solo allora lo colpì, con dolorosa risonanza dell’animo, il ricordo del lontanissimo giorno in cui per la prima volta egli era salito alla Fortezza, dell’incontro con il capitano Ortiz, proprio nello stesso punto della vallata, [….] Esattamente come in quel giorno, pensò, con la differenza che le parti erano cambiate, ed adesso era lui, Drogo, il vecchio capitano che saliva per la centesima volta alla Fortezza Bastiani, mentre il tenente nuovo era un certo Moro, persona sconosciuta. Capì Drogo come un’intera generazione si fosse in quel frattempo esaurita, come lui fosse giunto ormai al di là del culmine della vita, dalla parte dei vecchi, dove in quel giorno remoto gli era parso si trovasse Ortiz.".
Il timbro eroico dei pensieri finali sul letto di morte, contraddistinti da uno slancio d’orgoglio e fierezza del protagonista, non possono dunque che assumere i contorni di un ultimo atto, romanticamente patetico, di fronte alla tragica farsa della vita.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Dino Buzzati, Belluno 1906/ Milano 1972, giornalista e scrittore italiano
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Milano, 1976, introduzione di Alberto Sala.
Mondadori, VI ristampa, Marzo 1976, prima edizione La Medusa degli Italiani, Dicembre 1945.
Bibliografia consigliata:
Barnabò delle montagne, romanzo, Treves-Treccani-Tuminelli, Milano-Roma, 1933.
Il colombre, racconti, Mondadori, Milano, 1966.
La famosa invasione degli orsi in Sicilia, libro per bambini illustrato a colori dall’autore, Martello, Milano, 1963.
Cronache terrestri, Mondadori, Milano, 1973.
BUZZATI in LANKELOT
Giovanbattista Arlechino, Giambo, 15/07/2003. Prima pubblic: Lankelot.com
Commenti
Alè ottimo Giambo! Adesso integro tutta la sequenza dei link relativi a pezzi su Buzzati in Lankelot. Dieci minuti e te la inserisco nell'articolo. Bentornato!
Ecce, apparato integrato. Divertiti e approfondisci, non mancano - come noterai - le chicche autentiche. Tra le nuove leve peraltro c'è l'ottimo Paolo-Baol, laureato con tesi su Buzzati.
"Il romanzo è giostrato così sull?alternanza tra picchi di speranza e pause di rassegnato torpore, e sembra avvolto in un mistero impalpabile, in un?atmosfera di prigionia ineludibile. Questo registro allegorico cela, sotto uno strato fin troppo sottile, la dimensione reale, cioè la concezione di una sconfitta annunciata al termine di una vana ed in fondo sciocca attesa. In questo senso la storia di Drogo non è la storia di un uomo ma dell?uomo"
> grandissimo passo. Quando ci rivediamo, magari con le ragazze, una sera, ci guardiamo assieme il film. Ho qua il dvd, sono convinto che ti emozionerà. Il regista, come ti accennavo, è il notevole Zurlini de "La prima notte di quiete".
(Confesso: odio Buzzati. Non lo sopporto.)
otti ma lettura a cui non mi sento di aggiungere nulla se non un paio di spunti.
Più che Kafka, che peraltro era quasi ignoto a Buzzati, come spirito e tensione (leggasi: nessun diretto rimando testuale, si parla di contiguità non di interdipendenza)qui Buzzati anticipa o magari segue alcuni temi della letteratura esitenzalista (Camus, su tutti, con cui anni dopo ebbe comunque a collaborare).
Il deserto parla sì di una sconfitta, ma è anche una insuperabile metafora del desiderare umano, quell'anelito a qualcosa che a volte ci consuma in una vana e usurante attesa.
comm 4> come mai?
Credo sia per colpa delle ossessioni scolastiche. Io leggevo l'antologia e mi godevo Keats o Leopardi e quel rompiballe del professore mi urlava addosso di stare attento mentre spiegava Buzzati.
Scherzi a parte: ho sempre trovato Buzzati un autore sopravvalutato, forse perché depresso e pedante è stato osannato come grande letterato. Ha scritto alcuni racconti graziosi, ma non riesco a trovare un rapporto di causa effetto tra i suoi testi e la sua fama.
È un ottimo esempio di lettura sacrificabile in onore di più meritevoli autori nel panorama dell'insegnamento.
Questo deserto dei tartari: lo ricordo solo vagamente, non sono nemmeno sicuro di averlo davvero letto tutto, forse solo spizzichi da antologia. Questo è segno di scarsa incisività. Non colpisce laddove invece dovrebbe lasciare il segno; ho sempre avuto l'impressione che facesse metafore soltanto del suo ombelico.
7.>> De gustibus. O "de scolastibus" :-). Per quanto possa essere un paradosso, io che con lui e su di lui mi son laureato, non lo amo. E non fraintendere le pagine pubblicate su lankelot. Stimare ed amare sono concetti diversi. Buzzati era e rimane un'emblema di come sottovalutare un autore perché estraneo ai circuiti "realisti" e politicamente schierati. Questo, mi piace e piaceva di lui.
Forse è solo stata una lettura fatta ad'un età sbagliata. O in un contesto che non le si addiceva.
Ci sono alcuni scrittori che mi sono andati giù di traverso, ne potrei mettere lì altri due o tre, tipo Gadda o Svevo o Hesse, e che ancora adesso mi causano immediata ripulsa.
Altri che non sopportavo con gli anni sono ritornati in auge. A volte è ridicolo perché ad esempio di Gadda lessi un solo racconto, per una ricerchina da liceale.
Mi annoiò talmente che non ho più trovato il coraggio di riprenderlo.
Dev'essere una forma di allergia alla formazione scolastica.
(Pavese è lampante: fui obbligato a lavorare su di un racconto, Gli orologi, che mi sembrava l'esempio perfetto di un testo senza capo ne coda; da allora l'unico modo per riuscire a farmelo leggere è non dirmi che lui è l'autore. Passerà, prima o poi. Avevo quindici anni.)
9. >> Probabilmente è così. Succede anche a me. Di converso, riprendendo il tuo messaggio e non andando fuori tema, Hesse fu un mio amore a 17 anni. Ora come ora l'ho molto ridemensionato, per ciò che diceva e per quello che valeva. Si rimane sempre nell'ambito di esperienze personali, ovvio. Per chiudere: Gadda è un genio dello stile, sui contenuti glisso. Con Pavese intrattengo un curioso rapporto di amore- odio. Nel senso che la prosopopea critica che lo circonda, forse, non me l'ha fatto apprezzare nella giusta maniera. Su Svevo...beh silenzio stampa :-).
Errata corrige: ho scritto Pavese, ma è un lapsus, gli orologi è un racconto di Svevo.
Per far la pace con Buzzati e godere di una succoso e veloce compendio della sua (chiamiamola così) "malinconia" consiglio a Michele il racconto Sette piani. Sono sicuro che ti riconcilierà con Dino.
Quanto a Pavese, sottoscrivo in pieno, lo trovo così indigesto che non riesco a mandar giù neanche i leggerissimi piccoli omonimi...
"...aleggia come nefasta magia, sin dal primo capoverso, il sapore poetico e soprattutto amaro della sconfitta. Così ogni pagina letta diviene incontrovertibile fluire del tempo ed in definitiva della vita, un costante e rassegnato cammino lungo il sentiero dell?oblio".
Questa è un ottima sintesi per un bel pezzo, Giambo. Il deserto dei Tartari è uno dei romanzi a cui sono più affezionato, che rileggo spesso, che tengo sempre a portata di mano per trovare ogni volta nuovi stimoli e suggeastioni. Nonostante - o proprio perchè - la sua sia una battaglia tutta interiore, Drogo resta uno dei personaggi più affascinanti della letteratura italiana del Novecento. Difficile non trovare identificazione con lui, a meno di non avere un'anima che voli rasoterra. Un capolavoro della letteratura esistenzialista, ha ragione Paolo, quella di qualità (dunque più vicina a Camus che a Sartre).
Pensa Thomas che Buzzati e Hesse sono tra i miei autori prefeiti in assoluto, insieme a Dostoevskij, Mishima, Céline e Kerouac.
Ah, giusto per chiudere l'O.T., Pavese è indigesto anche a me.
11. non ho una conoscenza di Svevo e Pavese così forte da individuare subito l'errore. Però la sostanza di quello che intendevo dire rimane inalterata.
13. su questo camminiamo quasi paralleli :-). Facciamo 'sto scambio Barnabo e Segreto ( film più romanzo?)
12. Sette piani non a caso è quello che Camus ha trasposto a Teatro, ci siamo :-)
15 - Va bene Paolo, io "Barnabo" libro e "Segreto del bosco vecchio" film, tu viceversa. Come avevamo detto, no?
Sì. Allora io comincio. Cioè, incomincio ad incominciare :-)
Rieccomi... ciao Léon, ciao Bao: condivido appieno la parentela esistenzialista, ma a me anche Giuseppe Conte mi ricorda K. che ci posso fare?
Nulla. Nel senso che è parentela emotiva su cui nessuno può far nulla :-) (oddio Conte ricorda un sacco di cose eh )
Pure K.... :)
capisco che non posso insistere :-). Ho visto che su lankelot K. più o meno manca, magari vediamo i recuperare i diari del suo creatore, che sono meno conosciuti ( tempo al tempo). In ogni caso elegantemente e con il sorriso, dissento su Conte :-)
Ma si, Giambo, ognuno può trovare molteplici suggestioni nei romanzi. Poi "il deserto" è talmente particolare che può ispirare le più diverse similitudini, se non di storia almeno di atmosfera. Rimarcavo il tratto esistenzialista perchè assai evidente. Comunque, ottimo lavoro davvero. Lieto che ci siano lankelottiani che amano questo grande romanzo.
Anche Papà Gianfranco, in fondo, lo adora...
assolutamente. Grande libro (e grande film: un evento che sia così).
Amo il Buzzati allegorico o fantastico, detesto il Buzzati neorealista (cfr. il pessimo "Un amore"). Devo ancora analizzare larga parte della sua produzione - ma sulla base di quanto ho letto questo è quanto. Niente - in ogni caso - mai al livello del Deserto. Ma ripeto sulla base di 6 libri letti, non opera omnia, magari un giorno grido al miracolo laterale:)
Davvero, anche il film è notevole, prima o poi sarà bene anche scriverne.
propongo Gianfranco per la recensione al film.:-)
cfr 25. la produzione che ti manca rispiarmala. "Poca" roba
Cacchio io lo devo ancora vedere...
P.s. Gf grandi notizie! quando puoi squillami (scusate l'indebito utilizzo dello spazio ma gianfranco lo trovi prima qui che con qualsiasi altra forma di comunicazione!)
(sì eh? aspetta che arrivo:) ).