“Nessuno si ricorda quando fu costruita la casa dei guardiaboschi del paese di San Nicola, nella Valle delle Grave, detta anche la Casa dei Marden. Da quel punto partivano cinque sentieri che si addentravano nella foresta” (p.21).
Tutt’attorno ”le bianche ghiaie che fasciano le montagne”.
Un incipit molto immediato per il primo romanzo di Buzzati, una storia montana, dolomitica, che racconta di guardiaboschi, di briganti, di un delitto e di una vita che trascorre nell’attesa di compiere un gesto memorabile e definitivo, capace di riscattare un errore di gioventù.
Bàrnabo è il più giovane dei guardiaboschi che vivono nella Casa dei Marden, ai piedi dei monti. Lui e i compagni devono sorvegliare tutto il territorio e specialmente la Polveriera in cui sono custoditi gli esplosivi per il decaduto progetto d’apertura di una strada tra fondovalle e monti.
Successivamente viene costruita una nuova casa per i guardiaboschi, che comunque continuano a vigilare a turno sulla zona.
Una notte i banditi, che mirano al deposito degli esplosivi, uccidono il capoguardia Antonio Del Colle. La vita di Bàrnabo viene spezzata in due da quest’evento: preso da un attacco di paura, fugge anziché aiutare i compagni. Dovrà lasciare il corpo dei guardiaboschi e le sue montagne, trascorrerà cinque lunghi anni in pianura, a lavorare la campagna presso un cugino, struggendosi dapprima di rimpianto e nostalgia, successivamente di una speranza di riabilitazione, un desiderio di riscatto con un gesto emblematico, che però non riuscirà a compiere.
Romanzo d’esordio di Buzzati, autore piuttosto schivo e riservato, “Bàrnabo delle montagne” rivela uno stile essenziale, immediato, semplice e nello stesso tempo non banale, ricco di suggestioni, di suggerimenti fantastici e di riflessioni sulla condizione umana.
Luoghi e personaggi, che avrebbero potuto prestarsi a descrizioni di stampo realistico, divengono in Buzzati territori dell’anima. L’Autore non indugia in elucubrazioni sulla vita dei guardiaboschi, sulla povertà dei paesi di montagna o, al limite, sul problema dell’emigrazione, ma tutto è visto in relazione allo stato d’animo di Bàrnabo e alla sua vicenda esistenziale.
Testimoni mute delle sua storia sono le grandi crode, riconoscibilissime le Dolomiti - altre montagne non hanno “bianche pareti” – che non costituiscono un semplice sfondo, ma accompagnano le vicende del protagonista, egli “sente come non mai la vicinanza delle montagne, con i loro valloni deserti, con le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille antichissime storie e tutte le altre cose che nessuno potrà dire mai”. (p.103)
Descritte, contemplate, arrampicate, scrutate con ogni tempo e a ogni ora, le grandi crode sono oggetto di quell’amore, di quell’ammirata venerazione che soltanto chi ha vissuto accanto ad esse sa provare.
Le grandi crode sono presenze, sono vive, si narra di spiriti che le abitano, s’interpreta la voce del vento che spira tra i boschi e su tra le vette, le grandi crode sanno esser sorridenti oppure crudeli e inesorabili. La loro bellezza resta ineguagliabile.
“Non assomigliano veramente a torri, non a castelli né a chiese in rovina, ma solo a se stesse, così come sono, con le frane bianche, le fessure, le cenge ghiaiose, gli spigoli senza fine a strapiombo piegati fuori nel vuoto”. (p.52)
Una passione alpinistica non è estranea a Bàrnabo e al suo collega Bertòn quando decidono di salire su una cima alla ricerca dei briganti: c’è il desiderio di compiere un’impresa eroica, di avere un riconoscimento dai soliti compagni, ma anche il sottile piacere dell’aver raggiunto una cima inviolata, dell’esser stati per un attimo lontani da tutto. ll gusto dell’esplorazione e della sfida è vivo soprattutto in Bertòn: a differenza degli abitanti del paese, che non sono andati oltre i ghiaioni, egli desidera salire fin dove si formano le nuvole e provare sensazioni nuove.
“Nessuno perciò ha mai sentito il rumore del vento sulle altissime creste”. (p.48)
Per Bàrnabo delle montagne il mondo esterno ai boschi, alla Polveriera è estraneo, quasi ostile, il suo legame con quei luoghi è troppo forte e intenso.
La vita nei boschi assume una valenza emblematica: tutto passa, tutto scorre, molti ricordi – anche quelli dell’assassinio di Del Colle – vengono perduti, il tempo scivola via, la polvere finisce per ricoprire tutto, restano i monti e l’attesa.
“….è che tutti vivono così come se da un’ora all’altra dovesse arrivare qualcuno; non l’assalto di un nemico, ma qualcuno, sconosciuto; non si può dire chi. Si guarda intanto verso le alte cime; esse sono grigie e sopra passano nubi dello stesso colore sempre uguali, sempre uguali”. (p.42)
È la dimensione buzzattiana dell’attesa perenne, indefinita, che conferisce al paesaggio una dimensione surreale, è come se tutto attendesse, come se il vento stesso portasse talvolta voci misteriose o come se le nuvole fossero segnali di un prossimo arrivo.
I guardiaboschi si ritrovano alla fine a sorvegliare una vecchia polveriera che non servirà più, vigilano qualcosa d’assurdo, Bàrnabo stesso rimarrà da solo in questo compito, che accetta nella remota speranza di un riscatto. La sua è una condizione esistenziale emblematica, aspetta con tenacia quel che potrebbe non accadere mai e, quando finalmente l’occasione si presenta, rinuncia. È passato troppo tempo, i banditi sono dei miserabili e non i feroci assassini che s’attendeva e dunque non osa sparargli. Tutto – anche la sua vergogna – è stato ormai inghiottito nella voragine del passato, trascorreranno altre stagioni l’una dopo l’altra, inesorabili e passerà la vita.
Attorno,le montagne, “sono nascoste, ma si sentono vicine; sono immobili e solitarie, sprofondate nelle nubi”. (p.109)
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Dino Buzzati (San Pellegrino-Belluno 1906-Milano 1972)scrittore, giornalista, drammaturgo e pittore italiano.
Dino Buzzati , Bàrnabo delle montagne, Milano, Oscar Mondadori 2007.
Introduzione di Claudio Toscani.
Buzzati su lankelot.eu:
Approfondimento in rete:
Marina Monego, luglio 2007
Commenti
poiché so che qui circolano fior di esperti su Buzzati, è con un certo timore che pubblico questa recensione e, se ho sbagliato, "mi corrigerete"!!!!!!!
"Romanzo d?esordio di Buzzati, autore estraneo ai cenacoli letterari del suo tempo, ?Bàrnabo delle montagne? rivela uno stile essenziale, immediato, semplice e nello stesso tempo non banale, ricco di suggestioni, di suggerimenti fantastici e di riflessioni sulla condizione umana.
Luoghi e personaggi, che avrebbero potuto prestarsi a descrizioni di stampo realistico, divengono in Buzzati territori dell?anima. L?Autore non indugia in elucubrazioni sulla vita dei guardiaboschi, sulla povertà dei paesi di montagna o, al limite, sul problema dell?emigrazione, ma tutto è visto in relazione allo stato d?animo di Bàrnabo e alla sua vicenda esistenziale".
Perfetto, hai colto in pieno lo spirito del romanzo e dell'opera buzzatiana. Del resto, queste sono tematiche che verranno riprese, ampliate e potenziate nel diverso contesto proposto dal capolavoro di Buzzati: Il deserto dei Tartari.
"Descritte, contemplate, arrampicate, scrutate con ogni tempo e a ogni ora, le grandi crode sono oggetto di quell?amore, di quell?ammirata venerazione che soltanto chi ha vissuto accanto ad esse sa provare.
Le grandi crode sono presenze, sono vive, si narra di spiriti che le abitano, s?interpreta la voce del vento che spira tra i boschi e su tra le vette, le grandi crode sanno esser sorridenti oppure crudeli e inesorabili. La loro bellezza resta ineguagliabile".
Anche questo passo è essenziale per la comprensione. Mi rallegro anche qui dellla perfetta analisi. Il rapporto che Buzzati aveva con le montagne, con l'altezza e gli spazi ampi e solitari, è qualcosa che trascende la dimensione materiale e tangibile, per farsi ogni volta momento spirituale, di vicinanza col divino.
"Per Bàrnabo delle montagne il mondo esterno ai boschi, alla Polveriera è estraneo, quasi ostile, il suo legame con quei luoghi è troppo forte e intenso".Ecco, appunto, anche qui trovi identità con ciò che dicevo prima, e l'immedesimazione che trova Buzzati col suo protagonista in questi frangenti è totale.
"Tutto ? anche la sua vergogna ? è stato ormai inghiottito nella voragine del passato, trascorreranno altre stagioni l?una dopo l?altra, inesorabili e passerà la vita".
Che è il tema di fondo anche del "Deserto dei Taratari". Di più, mi spingerei ad affermare che è la tematica simbolo dell'intera opera buzzatiana, perlomeno dei suoi libri migliori: il senso del destino, l'attesa, il cristallizzarsi della vita lungo lo scorrere del tempo. La sua scrittura è intrisa di esistenzialismo, restituito in modo sorprendemente semplice, ma allo stesso tempo di una complessità etica che evoca contenuti metafisici. Un unicum nella nostra letteratura del Novecento, che piaccia o meno ciò che ci ha lasciato.
Grazie davvero, Marina, la mia pigrizia nello scriver di letteratura non aveva ancora fatto si che partorissi un pezzo su questa importante opera. Ricordo che me l'avevi chiesto per saperne di più, giustamente hai fatto prima a comprarlo, leggerlo e scriverne tu ;)
E da amante di Buzzati trovo la recensione ottima, tocca tutti i temi che deve toccare e regala al lettore una chiara idea di cosa troverà nelle pagine che, si spera, leggendo il tuo bel pezzo, inevitabilmente si troverà a sfogliare.
Conosco meglio il Buzzati dei racconti e mi pare che lo ritroviamo anche in questo "deserto di pietra" : Lèon ha già analizzato la tua recensione, perciò mi limiterò a ringraziarti per il puro... piacere della lettura!
Grazie Federico, sono davvero contenta di quello che mi scrivi, in prospettiva pensavo proprio al "Deserto", che leggerò a breve e al quale mi hanno introdotto le rec presenti in questo sito.
Il rapporto con le montagne, così intenso, e il modo in cui le descrive, mi hanno colpito molto, sarà perchè anche a me piacciono parecchio e soprattutto sono le Dolomiti, le cosiddette montagne di casa nostra.
Aspettavo in effetti un tuo pezzo su questo libro.....ma poi ho voluto cimentarmi, visto che mi era piaciuto!
Grazie ancora! :-)
Finalmente l'opera prima di Buzzati!
"Romanzo d?esordio di Buzzati, autore estraneo ai cenacoli letterari del suo tempo, ?Bàrnabo delle montagne? rivela uno stile essenziale, immediato, semplice e nello stesso tempo non banale, ricco di suggestioni, di suggerimenti fantastici e di riflessioni sulla condizione umana."
> così estraneo, davvero? Giornalista professionista che viveva del suo lavoro, amato e apprezzato da più d'una minoranza?:). Magari non era l'idolo della critica, ma tanta estraneità non la vedo, anzi: non vedo proprio estraneità...
Per dire: Tomasi di Lampedusa era estraneo. Morselli era estraneo. Quelli sono esempi di estranei. Ma lui scrivendo viveva, e neanche male:)
guarda, l'impressione che mi sono fatta guardando notizie su di lui è che fosse comunque piuttosto schivo, non particolarmente ammanicato, anche se certo, lavorava al Corriere e il suo bel posto lo aveva.
Poi pensavo appunto alla critica. Indubbiamente quelli che citi sono proprio i casi estremi e totali, assoluti, di estraneità.
Sì sì, ma estraneo ai cenacoli direi proprio no:)
Di Buzzati, mi vergogno a dirlo, non ho letto nulla, eccezion fatta per qualche racconto. Il mio commento, quindi, vale molto poco.
"Luoghi e personaggi, che avrebbero potuto prestarsi a descrizioni di stampo realistico, divengono in Buzzati territori dell?anima".
Meraviglioso, oserei dire! E pensare che si tratta di un'opera prima, rende l'idea dell'enormità della lacuna che ho da colmare.
allora, ho modificato, cercando di usare termini più appropriati: "autore piuttosto schivo e riservato". Rende l'idea di quello che intendevo?
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A proposito, Grazie Ilde e Angela (sapessi quante altre lacune ho io....)
a voja:).
che bello tornare e trovarsi Buzzati! e ti dico subito per una "novizia" rispetto all'autore direi che te la sei cavata più che egregiamente :-). "Barnabo" nei temi che evidenzi, tratteggia già classici topoi buzzatiani che verranno ampiamente esposti nel corso della sua copiosa produzione. Di mio posso dire che secondo me pur trattandosi del primo romanzo è quello che ha lo stile di scrittura più limpido, più misurato. Persino nel "Deserto" c'è qualche barocchismo e qualche ridondanza di troppo, che qui non troviamo. Per chiosare i commenti sopra:
5. Leon ha perfettamente ragione, da appassionato di Buzzati qual'è. La critica letteraria in linea di massima ha spesso approfondito la natura fantastica e metafisica della narrativa buzzatiana, non approfondendo lo spessore esistenziale/ esistenzialista della sua scrittura. Qui vi vorrei dire che tale sua connotazione è il punto di partenza sul documentato "incontro " con Camus, di cui spero un giorno poter fare un'accurata pagina su lanke.
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per tornare a quanto osservava Gianfranco in 8. 9. 11. posso testimoniare che ovviamente Buzzati, seppur pudico e riservato nella sua attività letteraria,grazie al suo lavoro di giornalista divenne ben presto "amico degli amici". Pubblicava per Mondaori già negli anni 40, per esempio. Posso sottolineare che più che estraneo ai cenacoli Buzzati è stato (e credo che in parte lo sia ancora) estraneo alla sensibilità della storiografia letteraria italiana mainstream,per il genere letterario che praticava e forse (credo) anche per la sua posizione politica. Nella mia tesi feci una ricerca su circa 40 manuali di storia letteraria ed è evidente che la posizione di Buzzati nel novecento italiano è costantamente se non sottovalutata perlomeno aggirata ed elusa.
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detto logorroicamente quanto sopra, ringrazio Marina. Io e Leon parliamo da mesi di scrivere su Barnabo e se non lo facevi tu... :)
grazie Paolo, come vedi ho limato quel discorso dell'estraneità ai cenacoli letterari, proprio perché i termini non erano appropriati.
Verissimo che nelle storie letterarie viene trattato molto marginalmente (io non ne ho visti così tanti come te, ma da quei pochi...mi ero fatta la stessa idea).
Su Camus e Buzzati ho letto le tue ottime osservazioni su altre rec.
:-)
a proposito di Buzzati e le Dolomiti, ecco come gli è stato reso omaggio: http://www.vieferrate.it/ferratabuzzati.htm
"È passato troppo tempo, i banditi sono dei miserabili e non i feroci assassini che s?attendeva e dunque non osa sparargli. Tutto ? anche la sua vergogna ? è stato ormai inghiottito nella voragine del passato, trascorreranno altre stagioni l?una dopo l?altra, inesorabili e passerà la vita."
> Forse è sempre così...