Jack McCall ha 29 anni e con Anna, la sua ragazza, ha in custodia le preziose quanto isolate villette di montagna per facoltosi personaggi in cerca di discrezione.
Poco tempo prima avevano letto un annuncio ed erano partiti per il Monte Bianco, entusiasti di poter raggranellare qualche soldo con pochi sforzi. Le abitazioni sarebbero state occupate principalmente nei weekend da gente che non aveva voglia e tempo di socializzare o di venir disturbata. Il lavoro non era complesso o faticoso; avrebbero potuto godersi quell’inaspettato soggiorno, visitando di tanto in tanto quelle lussuose abitazione, ricche di ogni comfort, sovraccariche di silenzi e segreti.
Anna avrebbe voluto investire su una casa; lui, invece, non ha grandi idee per la testa. Gli piaceva vivere alla giornata, senza troppi problemi e quel posto rappresentava una meta qualsiasi, isolata dal resto del mondo.
L’infanzia di Anna era stata molto dolorosa: abbandonata alla nascita, aveva vissuto il trauma tre volte, con tre famiglie diverse. Lei non aveva un posto dove tornare. La sua attuale insicurezza, il suo desiderio di un nido caldo veniva tutta da lì, da quell’infanzia di privazioni affettive.
Eppure Jack, soprannominato l’“aggiustatutto”, sopravvive facendosi trascinare dalla corrente, senza sforzi e senza un perché almeno fino a quando, in quel posto innevato, non conosce Therese.
Lei è la ragazzina dalle ciocche colorate che accompagna uno di quei distinti signori che occupano di tanto in tanto le villette. Therese ha un passato di fragilità e di abbandono che stravolge il presente e annienta il futuro, il suo e quello di chi la incrocia.
Jack è un ragazzo che si finisce per detestare con tutte le forze, già ad un terzo del romanzo, quando abbandona su un treno Anna e parte per un’avventura senza meta. È la classica fuga, senza una parola né un addio da vigliacco qual egli, in fondo è. E per una lettrice è insopportabile, terribilmente incresciosa la lettura che ne segue. Da quel momento in poi non si riesce a smettere di pensare a quella ragazza, sola su un treno che attende l’uomo che ama, scivolato via con una scusa, almeno fino a quando le porte dei vagoni non si richiudono, inesorabili. Lui non c’è. Insegue Therese, la ragazzina che lascia dietro di sé tracce di distruzione e morte, cresciuta troppo in fretta, sbandata e disorientata per uno strano gioco che il destino le ha riservato o meglio, che ha inseguito per vendetta. Una bambina, a cui Anna aveva dato, per un breve istante, l’affetto che le era mancato. Eppure…
È un romanzo dalle sensazioni riflesse, annebbiate da quell’oscuro torpore che avvolge i personaggi, tutti con un passato da dimenticare o da superare ma che nessuno di loro ha la forza di affrontare. Jack era un prodigio nel piano, da piccino. Almeno così credeva lui e così lo volevano i genitori: una piccola famiglia felice fino a quando un consulente non spegne la luce sul suo dono. Dopo la morte del padre, Jack, sollevato, molla tutto. Ormai non deve dimostrare niente a nessuno. Da quel momento sarà libero, di appartenere a se stesso o di abbandonarsi ad una placida ricerca del senso di appartenenza.
La prosa di Butlin è la vera forza del libro, capace di scavare in profondità negli animi dei suoi personaggi continuando, tuttavia, a lasciarli nel piatto grigiore dei loro tormenti. Assimila gli elementi circostanti (la natura, l’amore, la libertà, l’indipendenza, la storia) per esaltarli con equilibrio sapiente; è una bella scrittura la sua che si adorna di suspense nei toni giusti, ma che non riesce a dosarne gli effetti sui tempi. Un incipit evanescente che si consuma sulla candida neve rivela un tragico passato ed un presente tutto da costruire, ma è la storia che poi si affloscia a più riprese, ridondante di personaggi privi di spessore o poco comunicativi e condita a sprazzi dalla contemporaneità bellica, che arriva come un fruscio, un rumore di fondo, molesto ed insignificante.
Ma Anna, la fanciulla abbandonata sul treno, avrà la sua rivincita. Parola di lettrice.
“Eccola lì, tutta la mia vita: avevo messo un piede davanti all’altro, come se non ci fosse mai un motivo giusto per fermarmi, ma solamente una strada immaginaria che diventata una terra sicura, stabile, quando incrociava il cammino di qualcun altro, soprattutto quello di una donna. Ogni passo era sembrato l’unico possibile, il prossimo. Così facile, e così inevitabile…era così che i dannati si riconoscevano l’uno con l’altro? Da quel qualcosa che li trascinava spietatamente avanti, sempre avanti? O dallka tranquillità con cui riuscivano a giustificare qualunque cosa, perfino di fronte a se stessi? Dalle maledizioni che ripetevano senza tregua, come se fossero parole di incoraggiamento, parole di perdono? Desiderio e sfinimento. Al di là di questo, c’è soltanto dolore, E per chi è intrappolato all’Inferno, anche il dolore è una specie di sollievo” (pag. 249).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Ron Butlin (Lockerbie, Scozia 1949), poeta e scrittore scozzese. Ha studiato Filosofia e Pedagogia all’Università di Edimburgo.
Ron Butlin “L’appartenenza”, 2009, Castelvecchi, Roma. Traduzione di Silvia Montis. Copertina di Maurizio Ceccato.
Prima edizione: “Belonging”, 2006.
Butlin in Lankelot
Commenti
"Jack è un ragazzo che si finisce per detestare con tutte le forze, già ad un terzo del romanzo, quando abbandona su un treno Anna e parte per un?avventura senza meta. È la classica fuga, senza una parola né un addio da vigliacco qual egli, in fondo è. E per una lettrice è insopportabile, terribilmente incresciosa la lettura che ne segue"
il romanzo, per me è finito a questo punto. Quanto l'ho odiato...non c'era verso di dimenticare questa scena, improvvisa ed implacabile.
Credo che questo romanzo potrà conquistarsi nuovo pubblico se e quando diventerà un film. La scrittura di Butlin è e rimane di buona qualità, ma rimaniamo comunque distanti dal suo capolavoro, "Il suono della mia voce". Un giorno, tra qualche anno, condivideremo la scheda che avevo preparato a suo tempo:).
Intanto, qui qualche approfondimento biografico:
Ron Butlin (Edinburgo, 1949), narratore e poeta scozzese, laureato presso l'Università di Edinburgo. Ha pubblicato tre romanzi: The Sound of My Voice (1987, 2002); Night Visits (1997: a suo tempo ha venduto 87 copie. Non scherzo: fonte, BBC) e Belonging (2006); una raccolta di racconti, The Tilting Room (1983) e una raccolta di storie di compositori, Vivaldi and the Number 3 (2004); in poesia, Ragtime in Unfamiliar Bars (1985) e Without a Backward.
Giornalista del Sunday Herald, è reputato - in patria, e non solo - un autore laterale. Riscoperto da Welsh nel 1987: di The Sound Of My Voice scrisse ?one of the greatest pieces of fiction to come out of Britain in the 80s?. A quel libro ha pensato Socrates, qualche anno fa: www.booksblog.it/post/2024/ron-butlin-il-suono-della-mia-voce
NOTE: www.bbc.co.uk/dna/collective/A1152064
a fermarmi ad una prima lettura l'avrei massacrato. Ho voluto approfondire meglio, prima di scriverne.
La scrittura è di buonissima qualità e probabilmente necessita di una visione cinematografica, come giustamente sottolinei.
Credo sia necessaria comunque una lettura maschile del libro...il personaggio m'è risultato subito indigesto...quindi ho affrontato la sua storia con poco equilibrio e scarsa obiettività. Non c'era verso.
A suo tempo, diedi parere negativo alla pubblicazione; mi ha stupito molto che Serino abbia scritto certe cose di un romanzo come questo. Intendiamoci: è ben scritto. Ma manca - parola chiave - di sangue. Non ha sangue, non ha rabbia, non ha eternità. E' un'opera minore di un buon autore che ha dato il massimo altrove. Ma è dignitosa, non ci piove:)
4. mi conforti...:)
;)
Prossima fiera andiamo a studiarci il catalogo Socrates, e ti omaggio di copia del must di Butlin;)
7.ma daiiii...comunque ha due titoli che m'interessano...autori giappo:D