Burnside John

La casa del silenzio

Autore: 
Burnside John

La ricerca dell’essenza: il locus dell’anima. L’indagine sulla coincidenza tra linguaggio e anima: la reminiscenza delle letterarie segregazioni per osservare la rivelazione spontanea del linguaggio divino. La disperazione del silenzio, l’ossessione del senso. Tutto questo sembra essere estraneo al noir: non quando il noir è l’opera prima, in narrativa, d’un poeta, d’un poeta laureato, John Burnside. Questo libro trasfigura e sintetizza la ricerca d’ogni poeta consapevole: quella della natura del linguaggio, quella della coincidenza tra linguaggio e realtà, quella dell’epifania del suono primo. L’intelligenza letteraria di Burnside è stata capace di stabilire tutta una serie di convergenze con stilemi e dettami d’un genere, il noir, pronto a interiorizzare le psicosi e le manie d’un individuo deragliato e dissociato; stupisce e meraviglia, in ogni caso, la stratificazione del palinsesto di questa scrittura. Destinata a soddisfare sia chi vuole inabissarsi nell’anima d’un assassino, sia chi vuole attraversare l’anima d’un poeta: Luke, il protagonista del romanzo, è inevitabilmente (e non credo involontariamente) tutto questo. È un filosofo assassino, è un omicida di creature di carta e di carne: è l’artista d’un fallimento inevitabile, quello della ricerca della verità, e non ha più equilibrio. Uccide figli e compagne come se cancellasse versi d’un poema sbagliato, come fossero nient’altro che congetture o sperimentazioni. Sono omicidi realistici come la collazione di due manoscritti. Il manoscritto più antico è illeggibile proprio nei momenti fondamentali. L’altro si direbbe un apocrifo. Il filologo non sa risolversi: crux desperationis. Questa ricerca è un cimitero, croci su croci interrotte da un canto che non è forse umano, ma non è nemmeno divino: è forse animalesco.

La risposta l’ha cercata invano Psammetico, nelle Storie di Erodoto: nel libro secondo (e qui a p. 34 e ss.), leggiamo di come avesse affidato due bambini neonati a un pastore, perché crescessero all’ombra d’ogni parola umana, nascosti in un gregge. Desiderava sapere quale linguaggio avrebbero adottato. Due anni dopo, pronunciavano una prima parola in frigio: “becos”, pane. Ma è una leggenda, s’affretta a dire il narratore. Come quella di Giacomo IV e del bambino che parlava ebraico. Niente vale la semplice bellezza della storia di Akbar, l’imperatore analfabeta che collezionava manoscritti. Quella era la storia che gli raccontava sua madre, la storia della casa del silenzio. Un palazzo popolato da servitori muti, destinati ad accudire quei neonati che avrebbero testimoniato, imparando (per così dire) dal silenzio, quale fosse la lingua divina, quella che vive in tutte le anime. “Nessuno sa per quanto tempo quella casa sia poi rimasta in piedi, o cosa ne sia stato dei bambini che vi erano imprigionati con i loro muti custodi” – ché anche questa storia è poco più che un aneddoto. Akbar non credeva che il linguaggio fosse equivalente all’anima, diversamente dai suoi saggi. Quella casa restò muta: “Gang Mahal”, la Casa del Silenzio. Una favola nera e diabolica.  

Luke vuole andare oltre la leggenda e oltre l’aneddoto. Sta indagando, come Akbar e come Psammetico, il segreto del silenzio: convinto nasconda l’essenza, riveli l’arcano dell’origine della specie. “Che poi era quello che mi aveva sempre detto la mamma: una creatura senza linguaggio è una creatura senz’anima. Per conoscere l’anima, quindi, dovevo conoscere il linguaggio. Sembrava così ovvio che ero sorpreso di non averci pensato prima. Ora sapevo qual era la mia vera vocazione. Se volevo dissezionare l’anima, dovevo adottare sistemi nuovi, acquistare nuove abilità” (p. 83). Cercando il momento esatto della morte, aveva dissezionato animali – seguendo e perfezionando un antico insegnamento di quel suo materno idolo che voleva spiegargli la morte mostrandogli le carcasse degli animali, nel bosco.

Il linguaggio ha un potere infinito, Luke non riesce a pensare ad altro. Vuole dominare questo potere, scoprendone l’innesco. “Viviamo in un mondo di parole, le cose esistono grazie al linguaggio, e il linguaggio può cambiare le cose o mantenerle fisse dove sono” (p. 47): è un poeta, questo assassino, ha la malattia del poeta; la ricerca del senso, della verità, della parola prima. Magnifico. E totalmente letterario. Restiamo, quindi, solo in parte interdetti di fronte al suo complesso e maniacale rapporto con la madre, cantastorie e idolo del narratore. Certe esasperazioni – nudità esibita in punto di morte, sciagurato pomeriggio d’adolescenza passato per profumi e balocchi materni, freddezza nei confronti della figura paterna, distaccata (“invisibile”) e fragile, accenno a violenza sessuale in tenera età – scivolano via quasi fossero pleonastiche. L’essenza è quella ricerca, il resto sembra essere una forma di rispetto nei confronti d’un pattern. Altrimenti: il freddo furore omicida nasce – se vogliamo stabilirne un’origine – quando il ricercatore s’accorge che il linguaggio può fallire: che quindi l’ordine non esiste e che il caos è una destinazione plausibile.
Impossibile che niente abbia senso e che l’origine non esista: impossibile che questo mio linguaggio non discenda dalla mia anima, e che la mia anima non discenda da un dio, grida il poeta. Senza che nessuno risponda: niente risposta, risposta sola il silenzio. Quel silenzio ammazza.

Il nostro ossesso rifiuta distinzioni tra libero arbitrio e destino, sentiti come “falsi opposti” e “illusioni consolatorie”: “Si sceglie quello che si sceglie e non può essere altrimenti: la scelta è destino (…). Parlare di libertà o di destino è insensato perché sottintende che, oltre a voi, qualcos’altro governi la vostra vita e ne sia l’essenza: identità, manufatto dell’anima” (p. 27).
E anima: manufatto di? Silenzio.

Nel romanzo incontrerete – al di là del racconto dell’infanzia e dell’adolescenza del narratore, caratterizzate da tenace idolatria materna, si sarà inteso – due donne, vittime della sua pazzia. La prima, Karen, è madre di un piccolo che rifiuta di comunicare a parole; ne deriverà una relazione morbosa tra lei e Luke, con inevitabili violenze al piccolo, muto ma non insensibile nei confronti del disastro incombente per l’avvento dell’ossesso nella sua vita.
La seconda, Lillian, muta e già oggetto delle violenze di un compagno brutale, si ritroverà nelle grinfie di Luke – splendido nuovo esemplare per le sue ricerche – e gli donerà due gemelli, che scopriamo assassinati già nelle primissime battute del libro. I due, simbolicamente battezzati come manoscritti, A e B, cresciuti secondo la lezione di Akbar, svilupperanno una sorta di canto che sgomenterà il narratore; l’epilogo di questo suo esperimento è prevedibile, il crescendo della follia meno.
 

Al termine, si rimane discretamente angosciati: come di fronte a una pagina di Wittgenstein sul linguaggio, o come di fronte ai versi d’un mistico sull’origine del suo canto. S’avanza nella ricerca senza fine, ma non senza un fine.
La meta, infine, ti benedice o t’oltraggia col suo silenzio.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

John Burnside (Dunfermline, Fife, Scozia, 1955), poeta e narratore scozzese.  Insegna presso la St Andrews. Questo è il suo primo romanzo. 

John Burnside, “La casa del silenzio”, Meridiano Zero, Padova 2007.
Traduzione di Francesco Francis.

Prima edizione: “The Dumb House”, 1997.   

Approfondimento in rete: Contemporary Writers / The Poetry Archive / Wikipedia / Complete Review / Poetry International Web / NY Times

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2007

ISBN/EAN: 
978888237145

Commenti

La ricerca dell?essenza: il locus dell?anima. L?indagine sulla coincidenza tra linguaggio e anima: la reminiscenza delle letterarie segregazioni per osservare la rivelazione spontanea del linguaggio divino. La disperazione del silenzio, l?ossessione del senso. Tutto questo sembra essere estraneo al noir: non quando il noir è l?opera prima, in narrativa, d?un poeta, d?un poeta laureato, John Burnside.

Impossibile che niente abbia senso e che l?origine non esista: impossibile che questo mio linguaggio non discenda dalla mia anima, e che la mia anima non discenda da un dio, grida il poeta. Senza che nessuno risponda: niente risposta, risposta sola il silenzio. Quel silenzio ammazza.

Sembra un libro meraviglioso. Eh, l'amore per la parola.

C'è qualcosa di borgesiano in questo noir, amice Arpa.

Bah, Borges è sopravvalutato, suvvia...

Borges scaglia fulmini, ed era amico dei criceti. Certo che Carmelo Bene aveva capito tutto sul cinema...

Borges era cieco, non poteva leggere libri. Al limite li annusava... (t'ho fregato, amico)

Borges era Letteratura, e spirito. Gli occhi che dici servono soltanto per le arti di superficie, che si dissipano in qualche immagine frutto di giochetti meccanici di scienziati annoiati. Tu parli di un inganno degli occhi, di occhi che non vedono quel che realmente accade. Altro è vedere col vero linguaggio del pensiero, la parola. Annusare i libri è storia e vissuto. Annusare una pellicola è plastica.

E poi i ciechi possono leggere i libri. Casomai non possono annoiarsi con Fassbinder.

Mi hai fregato l'affetto del 1975, ma per quello mi sono già vendicato. Dietro le quinte.

So che Borges, ormai anziano, recitava a memoria passi interi da "Sfida tra i ghiacci"...

4. Quando riuscirò a riappropriarmi della mia libertà vorrei tanto leggerlo. Ma per riuscirci devo arrancare, per ora e per un bel pezzo...

Borges ha battuto in una gara di fagioli Bud Spencer (incassa questo).

Sì ma solo qualcuno sa fare Babbo Natale che dà cazzotti.

Borges in quel di Palermo sapeva usare non male il coltellaccio. Altro di chi si vergogna della pappagorgia e si fa crescere la barba dai cinque anni d'età.

ahhahahahah

Scusa Franchi per il fuori tema :)

Mi è piaciuto e come sai fremo per inserire l'argomento di cui nessuno parla, ma Arpa sa. I mustacchi.
I mustacchi degli scoiattoli...

lui ne parlava con toni furibondi, a Sassari, un anno fa. Nella notte, nel silenzio delle terre che ci circondavano, ho in mente il suo sguardo e l'aria inferocita, le mani che tagliano l'aria mentre argomenta su questo fondamentale snodo delle nostre esistenze. Io credo che quella notte Arpa fosse posseduto.

Posseduto da Borges? Mmm... ne dubito...

(e gira voce che abbia fatto Babbo Natale dietro l'angolo, subito dopo)

Pagina superba, mi hai veramente impressionato.

"Impossibile che niente abbia senso e che l?origine non esista: impossibile che questo mio linguaggio non discenda dalla mia anima, e che la mia anima non discenda da un dio, grida il poeta. Senza che nessuno risponda: niente risposta, risposta sola il silenzio. Quel silenzio ammazza."

Di enorme interesse queste riflessioni sull'origine del linguaggio, sugli esperimenti terribili per ca(r)pirne l'origine...

"I due, simbolicamente battezzati come manoscritti, A e B, cresciuti secondo la lezione di Akbar, svilupperanno una sorta di canto che sgomenterà il narratore;"

Dice Borges (sto leggendo La biblioteca inglese e lo vedo citato qua sopra) che sembra che l'uomo canti prima di parlare (a proposito della poesia dei bardi anglosassoni, ma mi è venuta in mente la tua recensione, immediatamente).

Potremmo fare moltissime riflessioni, anche letterarie, presumo, su questo tema. Prima forse dovremmo aver letto il libro...

La prima cosa che ho pensato, leggendo il romanzo di Burnside, è stata questa - quanto la poesia incide e decide nella ricerca di ogni artista, e quanto altera l'essenza della sua narrativa: almeno, quanto va a influenzarla. Sarà poi una tara personale, ma in questo libro ho rifiutato tutto quello che non fosse vincolato alla ricerca del poeta: anima, linguaggio, genesi del linguggio. Alle morti violente di questo libro non ho creduto, mi è sembrato tutto apparato. E probabilmente è davvero così, questa è poesia dispiegata in un romanzo noir, ma poesia e meditazione sulla poesia rimane.
E' prepotente il misticismo di Burnside, e si sente tutto il freddo e il dolore e la paura della sua ricerca dell'origine.

"Sarà poi una tara personale, ma in questo libro ho rifiutato tutto quello che non fosse vincolato alla ricerca del poeta: anima, linguaggio, genesi del linguggio"

ben vengano atre del genere, allora! se sono così chiarificatrici di intenti :))

Splendido!

refuso: atre = tare!

Abbraccione e sorriso grande.

Il titolo è già di quelli che inchiodano.
Leggo.

"L?indagine sulla coincidenza tra linguaggio e anima: la reminiscenza delle letterarie segregazioni per osservare la rivelazione spontanea del linguaggio divino. La disperazione del silenzio, l?ossessione del senso".

Però!
In un solo libro?
Griderei al capolavoro solo dopo le tue prime righe.

Noir totalmente letterario. Affascinantissimo.
Continua la tradizione dell'ordine immediato dopo la lettura della tua splendida pagina.
Grazie sempre.

"La ricerca dell?essenza: il locus dell?anima. L?indagine sulla coincidenza tra linguaggio e anima: la reminiscenza delle letterarie segregazioni per osservare la rivelazione spontanea del linguaggio divino. La disperazione del silenzio, l?ossessione del senso."
>Già l'incipit è accattivante.
Allora, il noir qui è un pretesto per parlare d'altro, anche se è presente con i suoi canoni (uccisioni e via dicendo...). originale e atipico, direi, in caso contrario mi sarei stupita del tuo apprezzamento verso un genere che hai sempre detto di non amare.
Il tema del linguaggio è un tema-principe e molto notevole, ponderoso direi. E naturalmente adattissimo a questo luogo! :-)

uhm... qua Franco mi toccherebbe fare un dottorato di ricerca, per dire qualcosa di sensato. L'origine, il linguaggio, la natura della parola e la morfologia e poliformicità dell'arte (della parola). E se invece sbagliamo? se fosse più semplice? quesito d'obbligo e meno scontato di quel che pare

E' una domanda giusta, amico mio.
Che vuoi che ti dica. Io spero di non aver sbagliato a individuare l'ultima frontiera della ricerca nel linguaggio. Se mi fossi sbagliato conto di poter domandare, un domani, quando sarò anima e polvere, ogni cosa al principale. Perché se la risposta è tutta qui, in questo presente, di spiegazioni ne voglio e ne pretendo: tante.
Ti abbraccio