Questo romanzo, che Bulgakov compose in un periodo che va dal 1928 alla sua morte, fu pubblicato per la prima volta solamente nel 1966-67, sulla rivista Moskva, in un’edizione decurtata di settanta pagine dalla censura.
L’edizione completa apparve in russo a Francoforte nel 1973 e infine, nello stesso anno, a Mosca, in un volume che comprendeva anche La guardia bianca e Memorie di un defunto (romanzo teatrale).
Oltre al primo nucleo di stesura, intitolato Il consulente con gli zoccoli o Il mago nero, risalente appunto al 1928 e perduto, il secondo elemento del nucleo originario può essere individuato nella storia di Ponzio Pilato, (probabilmente influenzata dal “Procuratore di Giudea” di Anatole France, edito in Italia dalla Sellerio), composta nel medesimo anno e pubblicata nel 1967 dalla rivista cèca “Svetovà literatura”[1], considerata erroneamente come un racconto a sé stante.
Le redazioni furono probabilmente otto, di cui la terza, la sesta, la settima e l’ottava (per via della morte dell’autore, al termine della ristesura) complete[2].
Il titolo definitivo appare nella quinta redazione, del 1937, accompagnato dall’altro titolo Il principe delle tenebre.
Il romanzo è composto da due libri, suddivisi a loro volta rispettivamente in diciotto e quattordici capitoli, più un epilogo; l’autore ha titolato ogni capitolo.
Provvediamo adesso a sintetizzare ed analizzare la trama, sottolineando progressivamente le numerose epifanie della menzogna.
La narrazione ha inizio durante una serata di maggio, a Mosca; il maturo presidente dell’associazione letteraria Massolit, Berlioz, ed il giovane poeta Ivan, detto “il senza dimora”, passeggiano per le strade di un parco. Si dirigono in un chiosco, dove una misteriosa cameriera non dispone altro che d’un succo di frutta caldo: i due, bevuta egualmente la bevanda, si siedono su una panchina, iniziando inspiegabilmente a singhiozzare. Berlioz ha una sorta di malore; cessano improvvisamente i singulti mentre gli appare una creatura dalla fisionomia sinistra: alto oltre due metri, d’una magrezza sconcertante.
Berlioz, spaventato, chiude gli occhi; una volta riaperti, il miraggio è scomparso. E così, ritrovata la calma, riprende a parlare con il giovane letterato, affermando d’aver avuto un colpo di sole (ma al tramonto?). Si discute di un poema anti-religioso di Ivan, che ospita un Gesù giudicato ancora troppo vivo da Berlioz: quanto l’amico doveva dimostrare era, invece, l’inesistenza del Cristo. “(…) tutte le storie create su di lui erano pure e semplici invenzioni, il più banale dei miti”.
In questo frangente, sarebbe forse prematuro dichiarare che ci si trova di fronte alla prima delle numerose alterazioni della verità presenti in questo romanzo: principalmente perché Berlioz argomenta questa sua tesi confutando fonti ritenute apocrife, come Tacito, avanzando come prova irrefutabile l’assenza di qualsiasi allusione a Gesù nell’opera storiografica di Giuseppe Flavio e di Filone d’Alessandria. Il romanzo, però, propugna chiaramente la veridicità dell’esistenza del Messia: pertanto, possiamo concludere che si assiste ad una prima menzogna, probabilmente una contraffazione, o una alterazione, proprio nelle primissime battute.
Durante la conversazione, appare un uomo (uomo che il narratore annuncerà affermando che, nei futuri e tardivi rapporti della polizia, verrà descritto contraddittoriamente) che subito i due giudicano straniero: alto, elegante, ha un occhio nero e un occhio verde. Berlioz prosegue a discutere degli “pseudo-figli di Dio” apparsi nel passato, Adone, Attis e Mitra: desidera che, proprio a partire da questa consapevolezza, Ivan sottolinei la falsità delle credenze del popolo. Lo straniero si avvicina ai due, dicendosi affascinato dai loro discorsi: si siede tra i due, domanda se credano in Gesù e in Dio. Si dichiarano atei: ritengono che Gesù non sia mai esistito, a Dio non credono affatto.
Lo straniero li ringrazia, felice: e propone come argomento la validità delle cinque prove dell’esistenza di Dio, alludendo poi alla sesta prova proposta da Kant. Ricordava, aggiunge, di avergliene parlato dal vivo tempo addietro, sebbene adesso Kant soggiornasse altrove, da oltre cento anni. Questo straniero, come ci apprestiamo a scoprire, è Satana in persona, qui ribattezzato Woland (nome germanico che significa “tentatore”): in questo caso sembra servirsi dell’ironia, tuttavia, nonostante l’espediente, non dice nulla che non corrisponda alla verità propugnata dal testo. Poco a poco, scopriamo che tra i suoi talenti c’è sia la preveggenza, sia la possibilità di leggere nei pensieri dei suoi interlocutori. Assicura a Berlioz che morirà decapitato da una donna, che non presenzierà alla riunione serale della Massolit, chiama Ivan per nome: come prova della sua (falsa) buona fede, mostra un quotidiano del giorno precedente che ritrae la sua immagine.
In questa circostanza, Woland nasconde la verità: non si rivela come demonio, giocando ancora la carta della credibilità dell’autenticità delle sue informazioni. Procede, come vediamo, con un’alternanza di informazioni che sembrano false, o quantomeno non credibili, e di informazioni che sembrano credibili e vere. Dissimula la propria identità, alterando in un certo senso la realtà: senza, tuttavia, deformarla. Sinistra strategia comunicativa davvero. Berlioz e Ivan confabulano a parte: secondo Ivan è una spia, ed è opportuno chiedergli i documenti. Woland li anticipa: non appena tornano alla panchina, mostra loro un passaporto e un invito a Mosca per un “consulto”: è un professore, poliglotta, specialista in “magia nera”. Woland nasconde la propria identità, allora, presentando documenti falsi e alterando il proprio aspetto fisico: e ciononostante, anche in questa circostanza, lascia un indizio veritiero – ossia, pur ironicamente, allude alla sua specializzazione in “magia nera”. In questo frangente, assistiamo ancora una volta ad una alterazione della verità, e – per quanto concerne l’ironica allusione alla magia nera – ad una deformazione della verità, poiché, in fin dei conti, Woland non enfatizza la natura dei suoi poteri, minimizzando.
Asserisce, per giunta, di dover esaminare dei manoscritti del X secolo (fabulazione, invenzione pura), opera di un negromante (ennesima auto-ironia). I due concludono che sia uno storico: Woland conferma (ed è fabulazione pura). Garantisce loro che Gesù è esistito: Berlioz domanda prove.
Allora Woland, perdendo l’accento straniero, inizia a narrare una storia ambientata a Gerusalemme, il quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan: di questa storia è stato testimone (ennesima informazione che sembra, ovviamente, falsa e non credibile ai due interlocutori, e che pure corrisponde a verità). Ponzio Pilato siede su uno scranno - racconta Woland - annoiato e afflitto dall’emicrania; sta attendendo un imputato originario della Galilea, già condannato dal Sinedrio: compito del cavaliere romano doveva essere esclusivamente quello di confermare la condanna.
Due legionari conducono al suo cospetto un uomo di circa ventisette anni: dopo aver studiato le pergamene relative al caso, Pilato gli domanda se davvero ha incitato il popolo a distruggere il tempio. Jeshua sostiene di non aver sobillato nessuno.
Si presenta come Jeshua detto Ha-Nozri, lo Straniero: dichiara di non avere memoria dei genitori, di non avere fissa dimora, di non avere famiglia e di essere in grado di leggere e scrivere. Il testo confermerà che le informazioni corrispondono alla verità. Pilato non crede a quanto affermato da Jeshua, a proposito della sobillata distruzione del tempio: come testimonianza, conduce un documento scritto. Jeshua risponde di esser stato male interpretato, per causa di Levi Matteo, un ex pubblicano che da tempo lo accompagnava trascrivendo malamente tutto quel che egli diceva: e, sebbene l’avesse più volte invitato a bruciare le errate pergamene, Levi era sempre sfuggito alle sue richieste. Jeshua, come già Woland, non risulta credibile al suo interlocutore: Pilato non può credere che un pubblicano abbia abbandonato il suo denaro per seguire un profeta. Tuttavia, chiede a Jeshua cosa abbia detto in realtà: ed egli risponde d’aver annunciato che “sorgerà il tempio nuovo della verità”, e d’aver parlato in questi termini per “essere più comprensibile”.
Non è facile interpretare questa “semplificazione”, operata per essere meno oscuro al popolo: se il senso è rimasto prossimo a quanto Jeshua sapeva o pensava, la verità è rimasta intaccata. Altrimenti, può essere intervenuta una alterazione. Passo, questo, troppo complesso per poter essere giudicato: evito di avventurarmi in qualsiasi interpretazione.
Pilato domanda cosa sia la verità, pensando frattanto ad avvelenarsi pur di debellare l’odiosa emicrania. Ancora una volta, Jeshua mostra di possedere un talento analogo a quello manifestato da Woland: può leggere nel pensiero. Così, pur reticente a proposito della Verità, si mostra premurosamente accorto alle piccole verità del suo interlocutore: parla a Pilato dell’emicrania, del suo unico affetto, concentrato sul fedele cane, e annuncia che molto presto il mal di testa passerà: così avviene.
Jeshua continua a rispettare la verità. Il procuratore ordina di slegarlo, sinceramente turbato da quanto ha ascoltato. Domanda al suo imputato se egli sia un medico, e se conosca Dismas, Hestas e Bar-Raban, i tre rivoltosi appena arrestati: rispettando la verità, al solito, Jeshua risponde negativamente ad ognuna di queste domande.
Pilato sembra orientato ad assolvere Jeshua e ad ordinarne il confino in Cesarea Stratonia, dove lui stesso risiede: in quel mentre, il suo segretario gli porge una nuova pergamena. Pilato legge e si fa scuro in volto: chiede all’imputato se conosca Giuda di Kiriat e se abbia mai parlato di Cesare.
Come sempre, Jeshua rimane fedele alla verità propugnata dal testo: racconta d’aver conosciuto Giuda due giorni prima, d’esser stato invitato nella sua abitazione e d’avergli risposto ad una domanda su Cesare affermando che un giorno non sarebbe più esistito alcun potere, neppure il potere di Roma; dopodiché, spiega d’esser stato tratto in arresto da alcune guardie. Jeshua spiega a Pilato che il Regno della Verità è prossimo: e che un solo Dio esiste.
Pilato rifiuta il messaggio del profeta: e, pur soffrendone, ratifica la condanna a morte di un uomo, che gli appare un grande filosofo, per via di quelle che giudica accuse sediziose rivolte contro Roma. In realtà, Pilato dissimula le sue sensazioni: confida di poter convincere Caifa a liberare Jeshua. Caifa è irremovibile: il ribelle da liberare, come da tradizione, in occasione delle festività pasquali deve essere Bar-Raban, e non il vagabondo filosofo. Per tre volte, Pilato si finge stupito, indicando nel rivoltoso Bar-Raban un pericolo: invano. La dissimulazione di Pilato fallisce: s’infuria e maledice Caifa e il suo popolo. Caifa giura di voler difendere il suo popolo da un nuovo falso profeta. La conversazione ha termine: Pilato, colto da orribili allucinazioni, proclama al popolo la liberazione di Bar-Raban. È prossima dunque la crocifissione di Jeshua.
A questo punto, Woland conclude il racconto ricordando che, in quel momento, erano le dieci di mattina. I suoi interlocutori sono perplessi: Ivan crede d’aver dormito e sognato, Berlioz obietta che il racconto presenti eccessive differenze rispetto ai vangeli. Woland si dice garante della veridicità della storia, per avervi assistito personalmente (p. 49). Berlioz, naturalmente, impallidisce.
Woland racconta la verità e non viene creduto: Berlioz crede sia pazzo. Questa verità inverosimile ha bisogno di ulteriori prove per esser accettata. Così, dapprima, annuncia al presidente della Massolit che quella notte avrebbe alloggiato da lui(profezia confermata dal testo): in seguito, per smascherarsi, sempre meno ironicamente, domanda ai due se credano almeno all’esistenza del Diavolo. Ivan grida di no; Berlioz ride, si allarma e si decide ad avvicinarsi ad una cabina telefonica pubblica per segnalare all’ufficio stranieri la presenza di quello che ritiene uno squilibrato.
Ancora una volta, Woland è fedele alla verità del testo: il Diavolo esiste, ed è la settima prova dell’esistenza di Dio. Mentre Berlioz si allontana, lo chiama per nome e gli suggerisce di spedire un telegramma ad un suo zio di Kiev: neppure questa prova di onniscienza convince Berlioz. Così, sarà gioco facile al demone, che per primo era apparso, come un’allucinazione, al principio del romanzo, materializzarsi e indicare a Berlioz i binari: verrà decapitato da un tram guidato da una donna, realizzando le parole di Woland.
Ivan è sconvolto: si precipita in soccorso dell’amico, quindi torna sui suoi passi deciso a farsi giustizia. Woland, adesso, opera un’antegoria, sostenendo di non capire la sua lingua: l’altro demone, che scopriamo “ex maestro di cappella”, si frappone tra i due impedendo a Ivan di raggiungerlo. Ha inizio un lungo inseguimento: nonostante gli sforzi del giovane poeta, la distanza rimane incolmabile. Il “professor” Woland si dissolve; appare un nuovo demone, un grosso gatto nero che cammina sulle zampe posteriori: Ivan, sbigottito, lo vede salire a bordo di un tram e lo osserva mentre cerca invano di pagare il biglietto. Di qui in avanti ha inizio un tratto del romanzo che definire onirico è probabilmente riduttivo: è, piuttosto, delirante. Ivan, scioccato dalla morte del compagno, si getta in un assurdo inseguimento del professore e dei suoi “assistenti”: agisce come se fosse condizionato, entra in un’abitazione perché “si rende conto che il professore doveva assolutamente trovarsi lì”, fruga in casa e ruba due oggetti, senza che ce ne sia ragione: una candela nuziale e una piccola icona di carta. Esce: sempre guidato da una misteriosa sicurezza, si dirige verso la Moscova.
Affida i vestiti ad uno sconosciuto e si getta in acqua: al ritorno dal bagno, non trova più i suoi indumenti e i suoi documenti e, seminudo, torna a vagare per la città, ascoltando le musiche dell’Onegin provenire da ogni stanza. Ivan è probabilmente sotto l’effetto di un maleficio: agisce come se fosse sotto ipnosi: o ancora, in alternativa, come se fosse pilotato, per quanto illogiche e insensate sembrano le sue azioni. La sensazione è che sia divenuto una marionetta. Da non sottovalutare, in questo senso, che il giovane poeta si lamenta per esser stato derubato della tessera della Massolit, tessera dalla quale non si separava mai: la perdita della propria “identità”, o della propria libertà individuale, è confermata dallo smarrimento d’un documento-chiave.
Dapprima, il passaporto (falso) di Woland era valso ad attestare l’autenticità della sua identità: adesso, la tessera perduta da Ivan vale a testimoniare la prigionia della sua volontà. Spesso essenziale, nei testi che osserveremo in questa ricerca, il ruolo giocato dai documenti: rinvio, ad esempio, all’analisi del romanzo “Divertimento 1889” di Guido Morselli per una incisiva comparazione.
Ivan si dirige, ora, alla sede della Massolit: i membri, già informati della morte di Berlioz, se lo trovano di fronte in uno stato evidentemente confusionale (la candela accesa, l’icona fissata sul petto con una spilla, indosso dei mutandoni e una camiciola sdrucita). Vaneggia, ai loro occhi: eppure, al solito, rimane fedele alla verità del testo. Narra d’un incontro col Demonio, avvisandoli del comune pericolo: per tutta risposta viene aggredito dagli amici letterati, legato e trascinato al manicomio. Curioso come, fino a questo momento, nel romanzo la verità non sia mai creduta da chi l’abbia ascoltata pronunciare: sempre per via della sua inverosimiglianza e della sua scarsissima credibilità.
Al dottore, in clinica, Ivan racconterà la storia: racconterà dell’ “omicidio” di Berlioz, della narrata vicenda di Pilato, della avvenuta incarnazione del demonio: come del resto prevedibile, quanto narra non viene creduto, ed il giovane poeta viene internato.
Nel frattempo, il coinquilino di Berlioz, Stepa, direttore del teatro del Variété, si risveglia, scoprendo uno sconosciuto in camera. Questi sostiene di trovarsi lì per un appuntamento concertato il giorno prima (fabulazione pura, come vedremo): convince Stepa, reduce da una forte sbornia e stordito dal brusco risveglio, vittima di una certa amnesia a proposito degli eventi avvenuti il giorno prima, a bere della vodka. L’estraneo si presenta: è il “professor” Woland. Assicura Stepa che il giorno prima si sono accordati per una serie di sette esibizioni teatrali (fabulazione pura): presenta il contratto, firmato da entrambi. Stepa riconosce la propria firma: e scopre d’aver già elargito diecimila rubli. A questo punto, alla fabulazione rappresentata dall’invenzione totale dei fatti del giorno prima, si aggiunge una alterazione della realtà: Woland ha falsificato perfettamente la firma di Stepa, convincendolo della bontà della “propria” verità.
Dovremmo confrontare questo episodio con quanto, all’opposto, avviene nel già nominato “Divertimento 1889” di Guido Morselli: se lì è proprio una grezza perizia calligrafica a consentire lo smascheramento di un’alterazione d’una identità (ripetendo, probabilmente, l’espediente stevensoniano descritto ne “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”), qui la scrittura non ha nessuna funzione di sostegno: all’opposto, una sua perfetta contraffazione realizza compiutamente un inganno. Vedremo qualche paragrafo più avanti come, però, si riveli duplice la funzione della grafia in questo romanzo.
Stepa s’accorge della sparizione di Berlioz; confusamente, la imputa alla censura derivata da una pubblicazione di un articolo, tempo addietro. Verifica, allora, telefonicamente, la veridicità di quanto appena ascoltato dal “negromante”: tutti confermano la presenza dei contratti e la ratifica degli accordi. A questo punto, Stepa decide di “occultare con ogni mezzo la sua incredibile smemoratezza”: dissimula, quindi, per cercare di interrogare astutamente lo strano sconosciuto. Proprio mentre si appresta ad iniziare, si materializzano tre demoni: il già noto ex maestro di cappella, l’educato gatto e Azazello, che fuoriesce da uno specchio.
Stepa sviene, batte il capo e si risveglia a Jalta, vittima dell’ennesimo maleficio.
Torniamo nella clinica. Ivan si ridesta. Inizialmente, opta per il silenzio per evitare di non essere creduto (dissimulazione evidente); tuttavia, di fronte al medico, prova a raccontare daccapo la storia. Resosi conto dell’assurdità del suo racconto, accetta il consiglio del primario e medita di scrivere, dettagliatamente ed organicamente, la storia dell’accaduto.
Ivan è, nel romanzo, il primo personaggio ad aver consapevolezza che in questo testo la verità non possa essere creduta perché eccessivamente inverosimile: ciononostante, non perde ancora fede nella veridicità dell’avvenuto.
Nuovi inganni dei demoni: Nikanor, presidente dell’Associazione Inquilini dello stabile di Berlioz, va a visitare l’appartamento. Lo riceve l’ex maestro di cappella, che si presenta fornendo false generalità(fabulazione: il nome sembra inventato casualmente) e, senza difficoltà, lo corrompe per ottenere il suo silenzio a proposito dei nuovi, provvisori inquilini. Con uno stratagemma magico, avverte poco dopo la polizia del luogo in cui Nikanor nasconde il denaro: così, costui viene arrestato. Nikanor è vittima di un inganno, inganno nato in malafede, con intenti chiaramente aggressivi: e tuttavia è al contempo protagonista di una alterazione della verità, poiché accetta di essere corrotto per nascondere la permanenza dei nuovi inquilini nell’appartamento di Berlioz e Stepa. Dolus malus.
Stepa contatta da Jalta i suoi collaboratori: i primi telegrammi non vengono creduti (ormai è prassi: la verità inverosimile non viene mai accettata), l’ultimo viene scritto a penna e uno dei collaboratori riconosce la grafia dell’amico. In questo caso, la funzione della grafia di un individuo si rivela risolutiva per stabilire la verità: i colleghi spediscono all’amico lontano del denaro per poter tornare a Mosca.
Nel frattempo, fervono i preparativi per lo spettacolo di Woland. Spettacolo destinato a destare scandalo: sul pubblico piovono rubli, il presentatore, presentando l’episodio come frutto dell’ipnosi, viene decapitato e quindi miracolosamente restituito alla condizione originaria, come se nulla mai gli fosse accaduto; le donne ricevono abiti, calzature eleganti e profumi raffinati in omaggio. I demoni giurano che sia una menzogna asserire che le banconote siano false: ennesima falsità, una antegoria in questo caso, dacché in seguito le banconote svaniranno, e così gli abiti e le calzature, costringendo alla semi nudità i circa duemila spettatori, una volta in strada. Non basta: uno dei dirigenti del teatro appare al direttore finanziario del teatro, nell’ufficio, come una sorta di demone: sta per aggredirlo, quando tre canti del gallo determinano la sua sparizione. Il direttore fuggirà, subito dopo, in un'altra città. La polizia non trova contratti, né documenti scritti che attestino l’esistenza di Woland: tra le congetture degli investigatori, oltre alla follia collettiva, ne appare una interessante legata ad una ipnosi di massa.
Al Teatro Variété, intanto, succedono ancora singolari episodi: uomini invisibili, gatti parlanti, denaro metamorfico e improvvise esplosioni di bel canto rendono l’atmosfera insopportabile.
Ivan, ricoverato nella clinica psichiatrica, prova a scrivere la storia: non riesce, teme di impazzire. Monologa, prova a convincersi della poca importanza di quanto avvenuto, infine, nell’acme del delirio ossessivo, riceve una visita inattesa. Chi visita Ivan è un malato: dopo essersi fatto promettere da Ivan che avrebbe abbandonato l’attività letteraria, ascolta la sua storia. Assicura di credergli: avviene per la prima volta che si presti fede ad una verità apparentemente non credibile, e non solo. Il malato giura ad Ivan che chi egli ha incontrato fosse Satana in persona. Non è forse un caso che l’ancora misterioso malato inviti Ivan a “guardare la verità negli occhi”: ne sono entrambi testimoni, per una ragione analoga: l’uno per aver parlato di Pilato con Satana, l’altro per aver scritto un romanzo su Pilato, un anno prima.
L’ospite si presenta come un ex storico, poliglotta; invita a chiamarlo “Maestro”, giacché egli non ha più un nome. “Vi ho rinunciato, come in genere ho rinunciato a tutto nella vita. Dimentichiamocene”.
Notevole, a proposito del nome, osservare come in questa circostanza un personaggio abbia deciso di rinunciarvi: spersonalizzato, totalmente, ridotto ad un simbolo vivente, disumanizzato, allora, in un certo senso. L’aver rinunciato alla propria identità significa aver rinunciato alla propria vita.
Il Maestro ha un berrettino nero con sopra ricamata in seta gialla la lettera “M”, che scopriremo opera della sua amata, Margherita. Svela la sua storia. Due anni prima, aveva vinto alla lotteria centomila rubli: aveva così cambiato casa e abbandonato il lavoro, ritirandosi in uno scantinato e dedicandosi alla stesura di un romanzo su Ponzio Pilato. Dopo un anno sereno, dedito ad una febbrile attività letteraria, l’opera si approssima alla conclusione. Un giorno, durante una passeggiata, il Maestro incontra “lei”. Come ipnotizzato (quanto frequente, nel romanzo, questo verbo: l’ipotesi che gli individui siano ipnotizzati o condizionati è reiterata e insinuata con una certa insistenza) dal giallo dei fiori che tiene in grembo, si trova a pedinarla; guardandola, s’accorge d’averla sempre amata (l’avverbio sempre non echeggia forse quanto avvenuto ad Ivan, allorché sentiva “assolutamente” di dover entrare in una casa sconosciuta per rubare due oggetti? Predestinazione, allora, condizionamento, ipnosi, possessione demoniaca o cos’altro? Il furto della volontà sembra la congettura più credibile).
I due iniziano a conversare; si innamorano, divengono amanti: lei è sposata, e fugge regolarmente, in segreto, dal marito. La donna si appassiona al romanzo di Pilato; prende a chiamare il suo compagno Maestro, ed è allora che cuce il berretto. Una volta terminato il romanzo, il Maestro affronta gravi problemi con gli editori: la stampa dell’opera è molto infelice. La critica si adopera a infangare il suo romanzo, giudicato, sprezzantemente, un’apologia di Cristo. Entra in crisi psicologica: affida il denaro rimasto alla sua amata, brucia le copie del romanzo, e, giunto ad un livello di sofferenza inaccettabile, si ricovera nella clinica psichiatrica, senza neppure avvisare Margherita.
Ivan, ormai soggiogato dalla figura di Ponzio Pilato, quella notte sogna.
Sogna l’episodio del Monte Calvo, la crocifissione; Levi che si dispera per la sorte del Cristo, e si persuade addirittura di tentare di ucciderlo per evitargli la tortura: fallisce nel suo intento, arrivando troppo tardi sul luogo del martirio. Maledice Dio, che dopo quattro ore non lascia ancora morire Jeshua: finalmente, giungono soldati romani a spezzare le ultime sofferenze dei tre “rivoltosi” crocifissi. Giustiziati quegli uomini, i soldati lasciano i cadaveri abbandonati ai piedi delle croci. Levi Matteo si precipita a liberare i corpi dai legacci, e si trascina sulle spalle quello di Jeshua.
Il libro primo si conclude con un capitolo dedicato a nuove malefatte e nuove profezie di Woland: annuncia ad un barman del teatro data e causa della sua morte (profezia veridica, confermata dal testo), riceve la visita del famigerato zio ucraino di Berlioz, nominato nelle prime battute del testo, e provvede a spaventarlo e a scacciarlo in men che non si dica da Mosca, non prima d’avergli fornito, al solito, documenti falsi che decretano e determinano il suo ritorno in Kiev. La burocrazia risolve davvero una gran quantità di episodi.
Nel secondo libro, approfondiamo la conoscenza dell’amante del Maestro. Margherita vive un’esistenza d’inganno e menzogna: sposata, benestante, vive da tempo nel dolore per la sparizione del suo segreto, illecito amore.
Sente di appartenere solo a lui, ma, come Levi Matteo nel romanzo del Maestro (evento corrispondente al sogno di Ivan!), è giunta troppo tardi per impedirgli di fuggire. Il tradimento operato da Margherita nei confronti del marito è della natura della dissimulazione: tuttavia, trattandosi di una dissimulazione che le garantisce un vantaggio personale, è pacifico tinteggiarla negativamente.
Sogna il maestro; egli la sta chiamando. La sua domestica le racconta degli eventi del Variété: ovviamente, Margherita non crede a quelle che sembrano favole e pettegolezzi. S’avvia nel parco, incappando accidentalmente nel funerale di un uomo. Un demone, Azazello, approfittando dell’onniscienza le dirà che sta assistendo al funerale di Berlioz, la chiamerà per nome e infine le indicherà, nella processione, uno dei critici che avevano più oltraggiato il suo compagno perduto. Azazello non mentisce: spiega d’esser lì per condurla al cospetto d’uno straniero illustre; assicura che il Maestro è vivo; giura che lo straniero le parlerà di lui. Da questo momento, Margherita accetta ogni condizione che le viene proposta: questa parte del romanzo, tuttavia, non ha attinenza con il tema di questa ricerca. Sta di fatto che Margherita diventa una strega, scendendo a patti con Satana pur di ritrovare il suo amore; Fagotto, il demone ex maestro di cappella, le racconta che ogni anno si celebra, in un luogo differente, il “ballo dei cento re”; la “padrona di casa” deve chiamarsi Margherita e la scelta stavolta è caduta su di lei.
Da registrare che Fagotto le garantisce: “Noi, nemici d’ogni reticenza e d’ogni mistero”. I demoni non rifuggono dalla verità: almeno ironicamente, nel testo, sembrano incapaci di non pronunciarla o, almeno, di non evocarla. Sottile gioco sarcastico, forse; ma non promessa di menzogna, come forse ci saremmo attesi, giacché quanto promesso alla nuova regina del sabba viene mantenuto.
Una volta partecipato al gran ballo, infatti, Woland le permette di ritrovare il Maestro; lo rianima, risvegliandolo dal torpore della sua alienazione, provvede a far sparire la sua cartella dagli archivi della clinica (ancora una volta una alterazione dei documenti consente una variazione di status o di ruolo), mostra copia del manoscritto che i due credevano bruciato, vaticina una buona sorte per quell’opera rinfrancando l’ancora avvilito Maestro.
Nei rimanenti capitoli dell’opera, assistiamo alla vendetta di Pilato, consumata nei confronti di Giuda e di Caifa; al tentativo di ritorno alla “normalità” del Maestro e Margherita, eccessivamente provati dalla distanza sofferta per via della malattia dello scrittore; alle inconcludenti indagini della polizia sui fatti legati al misterioso Woland e alla sua compagnia, e alle successive sparatorie, egualmente senza costrutto; all’apparizione di Levi Matteo a Woland, per intercedere, su richiesta di Jeshua, per il futuro del Maestro e di Margherita: che Woland li conduca nella pace, dacché la luce non è per loro, domanda il figlio di Dio.
E così, poeticamente, Azazello avvelena i tristi innamorati, e tutti assieme, Woland, i demoni e i protagonisti eponimi del romanzo abbandonano Mosca. L’assunzione “nella pace” del Maestro consente la liberazione di Pilato, costretto in un limbo crepuscolare da quasi due millenni: scioglimento della vicenda è la liberazione dei demoni dai loro nuovi corpi, e la loro restituzione alla forma originaria.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Michail Bulgakov, scrittore di estrazione borghese, votato in vita ad una coraggiosa e dolorosa opposizione al regime rivoluzionario sovietico, opposizione che pagò subendo la ferrea censura stalinista e un soffocante ostracismo, nacque a Kiev il tre maggio del 1891, figlio di un professore della locale Accademia di Teologia. Terminato il liceo nel 1909, felicemente descritto poi nel romanzo La guardia bianca, si laureò in medicina nel 1916 e operò come medico tra il 1916 e il 1917 in una località del governatorato di Smolensk. Tornato a Kiev, nel 1919 abbandonò la medicina per dedicarsi al giornalismo, al teatro e alla letteratura, pur senza mai appartenere ad un gruppo letterario. Ritenne Gogol il suo maestro. L’attività giornalistica gli consentì di viaggiare a lungo per la Russia, tra il Caucaso e l’Ucraina. Al 1921 risale il trasferimento a Mosca. Tra il 1923 e il 1925 scrisse La guardia bianca (unico romanzo pubblicato in vita), Cuore di cane, Le memorie di un giovane medico, Uova fatali.
Il primo nucleo, sugli otto totali, del suo capolavoro incompiuto, Il maestro e Margherita, risale al 1928 e si intitola Il consulente con gli zoccoli(oppure, a prestar fede a Vulis e Bazzarelli, Il Mago Nero[3]), ed è stato bruciato dall’autore.
Nel decennio successivo operò principalmente in ambito teatrale: varrà la pena ricordare una commedia in quattro atti e nove quadri, scritta nel 1938 e liberamente tratta dal Cervantes, intitolata appunto Don Chisciotte, e La cabala dei bigotti, dedicata a Molière, cui Bulgakov[4] dedicò sei anni di lavoro, dal 1930 al 1936. Gravemente ammalato di sclerosi a placche, morì, cieco, il 10 marzo del 1940 a Mosca.
La sua fortuna letteraria è integralmente postuma.
Michail Bulgakov, “Romanzi e racconti”, Mondadori, Milano, 2000.
Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”, Mondadori, Milano, 1991.
Approfondimento:
Bazzarelli, Eridano, “Invito alla lettura di Bulgakov”, Mursia, Milano, 1976.
A titolo di curiosità, riporto quanto scrive Bazzarelli nel libro a proposito dell’etimo del cognome dell’artista: può esser fatto risalire alla parola antico russa “bulgak” che significa “turbamento”, o “inquietudine”, vocabolo forse di origine turca, col significato originario di “orgoglio” o “superbia”.
In rete:
Un saggio di Vittorio Strada.
Un articolo di Cesare G. De Michelis.
Multimedia annotations, by Kevin Moss.
The True Content. A cura di Alfred Barkov.
NOTE SULLE ALTRE OPERE DI BULGAKOV.
LA GUARDIA BIANCA. Questo romanzo, scritto tra il 1923 ed il 1924, fu pubblicato parzialmente dalla casa editrice Rossija nel 1925. La terza parte venne edita, senza l’autorizzazione dell’autore, da una casa editrice di emigrati, a Riga in Lettonia nel 1927. Opera composta di venti capitoli e suddivisa in tre parti: narra la vicenda di una famiglia nell’epoca delle dolorose divisioni dettate dalle guerre civili in Ucraina, successive alla rivoluzione del febbraio del 1917. Nell’arco dei due anni che vedranno dapprima la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina e quindi la conquista dei bolscevichi di Kiev, si svolgono gli eventi: assistiamo alla sconfitta, alla ritirata e allo scioglimento delle truppe fedeli alla caduta dinastia regnante, all’avvento al potere di gruppi sociali descritti dal narratore come barbari distruttori dell’armonia e della civiltà della cultura russa, al tradimento degli alleati germanici e a numerosi, drammatici scontri che rappresentano con efficacia quello che è stato il dramma di una guerra civile e della dissoluzione di un poderoso sistema politico.
CUORE DI CANE. Romanzo breve, composto nel 1925, d’argomento fantascientifico e tono satirico. Il protagonista è il cane meticcio Sarik, adottato e ospitato da un dottore nel suo ambulatorio. Il cane è singolarmente intelligente: in grado di leggere, osserva la presenza di sempre nuovi pazienti e rimane perplesso di fronte ad alcuni discorsi del suo benefattore, legati a strani trapianti. Tuttavia, riconoscente per essere stato nutrito e curato, non se ne preoccupa. Il dottore, fautore della dolcezza e dell’arte della persuasione con gli uomini e con gli animali, addormenta e opera a tradimento il fedele quadrupede, trapiantandogli l’ipofisi e i testicoli di un suo paziente morto di recente. Il trapianto combinato è un esperimento che va oltre ogni più rosea aspettativa: il cane si riprende dall’intervento, cresce di peso, cambia voce e perde il mantello: non si ringiovanisce, come riteneva il dottore, ma si umanizza. Inizia a pronunciare parole, quindi frasi. Si veste, fuma, domanda d’avere documenti per poter trovare un’occupazione. Mantiene una spiccata idiosincrasia per i felini, che gli consentirà d’essere assunto come guardia municipale destinata ai randagi. Il suo temperamento si mostra sempre più irrequieto e prevaricatorio, esasperando il medico che poco tempo dopo decide di operarlo nuovamente e di restituirlo alla condizione primitiva.
UOVA FATALI. Breve romanzo grottesco, composto tra il 1924 e il 1925, d’argomento fantascientifico, piuttosto vicino a Il nutrimento degli dei di H.G.Wells, del 1904. Persikov, professore di zoologia di cinquantotto anni, compie esperimenti di vario tipo in laboratorio. Un giorno, al microscopio, osserva per la prima volta qualcosa di eccezionale: un raggio vivido in una spirale, che sembra rianimare le amebe. Persikov cattura il raggio rosso e lo sperimenta sulle uova di rana: in pochi giorni, esse nascono, crescono e si riproducono a grande velocità, costringendolo ad avvelenarle tutte. La notizia circola rapidamente per Mosca: il clamore destato dalle inchieste giornalistiche attira l’interesse dello Stato, recentemente in difficoltà per via di una singolare moria di galline e desideroso di verificare come il raggio potesse arginare la pestilenza e rafforzare la specie. Persikov, sebbene riluttante e scettico, deve concedere il raggio. Per un tragico errore, un’ordinazione di uova di serpente e struzzo viene consegnata ai sovchoz prescelti per sperimentare il raggio, mentre al dottore finiscono in sorte delle uova di gallina. Terribili scontri tra esercito e mostri di varia natura; la cittadinanza di Mosca, impaurita, sfoga lo sgomento massacrando Persikov. Il gelo uccide le creature prima che assedino Mosca; nessuno più, tuttavia, è in grado di ritrovare il segreto del raggio scoperto dal dottore.
MEMORIE D’UN DEFUNTO. Romanzo incompiuto, composto tra 1936 e 1937, diviso in due parti, iniziato dopo la crisi che allontanò Bulgakov dal teatro dell’Arte. L’incipit è scritto da un curatore delle memorie pubblicate, che Bulgakov postula come opera di un giornalista e romanziere inedito morto suicida. Sergej riceve una proposta da un regista d’un teatro indipendente: questi ha visionato il suo romanzo e, a differenza di altri critici, crede nella bontà del lavoro. Propone di impegnarsi perché sia pubblicato, e successivamente tradotto in un dramma teatrale. Sergej, recentemente rifiutato da numerose riviste letterarie, allontana i propositi suicidi e accetta. Inizia a frequentare l’ambiente letterario moscovita, senza riuscire a integrarsi. Va a teatro e prende accordi per adattare il manoscritto ad una rappresentazione teatrale: tuttavia, sempre nuovi problemi, causati prima della gelosia degli altri letterati e in seguito dall’ostilità degli anziani attori della compagnia, ostacolano la realizzazione del progetto. L’opera probabilmente è destinata a saltare. A questo punto, la narrazione si interrompe.
Lankelot, G.Franchi, 2002. Pagine revisionate nel novembre del 2003.
L’articolo è parte integrante della tesi di laurea “La menzogna nella letteratura del Novecento”. Altra pubb: Lankelot.com
[1] E.Bazzarelli, Invito alla lettura di Bulgakov, p.127
[2] E.Bazzarelli, Invito alla lettura di Bulgakov, p.128
[3] E.Bazzarelli, Invito alla lettura di Bulgakov, p.127
[4] A titolo di curiosità, riporto quanto scrive Bazzarelli ne Invito alla lettura di Bulgakov a proposito dell’etimo del cognome dell’artista: può esser fatto risalire alla parola antico russa “bulgak” che significa “turbamento”, o “inquietudine”, vocabolo forse di origine turca, col significato originario di “orgoglio” o “superbia”.
Commenti
Perfetto essere zarista. Fondamentale essere anti-sovietico. E anti-comunista. Essere zarista e artista è ragione di libidine.
Bulgakov riesce a mettere tra le righe il disagio di quell'umanità piegata dallo stalinismo, mortificata dalla censura, ossessionata dalle verità imposte, frustrata dalla mancanza di libertà. E il tema del Bene e del Male, della ragione e della passione, della fuga e dell'ossessione, della carne e dello spirito e ancora altro, sono universi che si schiudono - passo dopo passo ? nel suo folgorante e immaginifico romanzo.
Grazie, Gianfranco, di averlo riproposto.
Raffaella
Non ho letto questo romanzo, pur famoso. Più in generale, non conosco l'opera di Bulgakov. In questa sede mi limito a dar supporto positivo al commento a margine sulla Russia zarista. Perlomeno per ciò che riguarda l'arte e la letteratura, fu il periodo più fiorente che la Russia conobbe. Il livello d'alfabetizzazione che il paese aveva allora era di gran lungo il più alto d'Europa. Qualcosa avrà, evidentemente, pur voluto dire visto ciò che si riuscì a produrre all'epoca.
Sarò breve, ma solo per questioni di tempo. La mia nota a margine è la sorprendente anticipazione di alcuni temi prettamente postmoderni (rapporto metalettarario fra realtà e finzione, riuso saggio di testi e testualità acquisite per fini narrativi ovvero filosofici). Un medico fallito russo d'inizio novecento precursore di una filosofia contemporanea. La letteratura a volte è sorprendente. La tua tesi mi piacerebbe leggerla.
Oh, sempre sognato di leggerla anche io, la tesi del Franchi. :)
Su Bulgakov, che dire: l'autore che ha cambiato il mio rapporto con la letteratura, questo libro il mio preferito in assoluto.
Una scrittura visionaria e inquietante, il capitolo su Ponzio Pilato tra le cose più belle che abbia mai letto. Troverò mai il tempo per scriverne come si deve?
(OT > tesi: amices, scrivetemi in privato ai soliti indirizzi (che so: lankelot@fastwebnet.it ) e vedrò di inviarvela. Naturalmente non dimenticate che fu il lavoro di un giovanissimo studente giudicato "bizzarro e stravagante"; più letteraria che scientifica, in ogni caso. Ma la bibliografia è parecchio ricca.
MB: > rapace, ma certo che ne scriverai. Assolutamente.
se leggete la tesi di Gf preparatevi a una lettura impegnativa, io per ora ho letto la prima metà, per la seconda aspetto nuova ispirazione. Era giovanissimo, ma già scriveva alla grande, fa il modesto, ma è già un lavorone quella tesi! Io me la scordavo quella maturità di scrittura alla sua età.
ehm...su 5-6-7 dico che l'argomento è interessante. Poi Bulgakov è geniale. Specie per uno che legge la Nothomb e Pavese. Poi va bene, scriverò pure io e allora si sbroglia la matassa. Non mi faccio desiderare, eh, questione di mettere le note a piè di pagina e ci siamo. E poi nel senso di percorsi comuni vari ed eventuali
aspettiamo, Baol! - torna presto.
Woland vivo!
Credo di aver letto pochi libri belli, intensi e geniali come "Il Maestro e Margherita". Una tra le letture che consiglio a tutti. Anche se molti hanno rinunciato dopo poche pagine.
articolo splendido. da parte mia confesso di non aver apprezzato il libro a una prima lettura, forse per una certa delusione formale. la prima parte mi è sempre stata chiara e potente, per la seconda c'ho messo anni.
sì, l'ho regalato quest'estate e non è stato apprezzato, infatti :).
Splendida riflessione sull'opera di uno dei più grandi scrittori russi di sempre.
"Non è facile interpretare questa ?semplificazione?, operata per essere meno oscuro al popolo: se il senso è rimasto prossimo a quanto Jeshua sapeva o pensava, la verità è rimasta intaccata. Altrimenti, può essere intervenuta una alterazione. Passo, questo, troppo complesso per poter essere giudicato: evito di avventurarmi in qualsiasi interpretazione.". Non capisco qui. Ti chiedevi se le parole metaforiche di Jeshua parlassero per conto del vero Woland (che come giustamente noti ha perso l'accento)?
che satana possa svelarsi mano a mano, e lo faccia attraverso un racconto su cristo
Lessi almeno dieci anni fa ''Il maestro e Margherita'' e ancora lo considero un capolavoro della Letteratura mondiale. Sono certo che questo approfondimento filologico di Gianfranco aiutera' chi ha ancora dei dubbi in proposito ad apprezzare in genere almeno l'opera di Bulgakov.
Saluti Cari a tutti
Sozi
Un piccolo, seppur confuso, ricordo:
da qualche parte lessi, molti anni or sono, di un carteggio Stalin-Bulgakov, in un'epistola del quale lo scrittore pregava ''Acciaio'' di permettergli almeno di trovare un posto qualsiasi in ambito teatrale, fosse anche di maschera. Pensate com'era ridotto, povero Bulgakov, sotto a Peppino Stalin!
Sergio
Precisazione utile: Bulgakov era disposto a far da ''maschera'' nel senso di addetto all'assegnazione dei posti in platea, non pensava certo di far la parte di Pulcinella, troppa grazia, sarebbe stata!
11. Sottoscrivo, in toto.
12. E' una seconda parte assolutamente visionaria, in più di un frangente: la satira è tutta trasfigurata. Impressionante.
13. Grazie caro. Avevo cercato tutto l'edito in IT, saggi inclusi, pur non essendo uno slavista. L'amore per la scrittura e la varietas di Bulgakov - in questo, protomorselliano - mi è rimasto. Probabilmente sto continuando a cercare certe cose proprio perché ho letto questo suo romanzo.
14, 15. Eh. La chiave è nell'allusione a quegli appunti che il pubblicano malamente prende...
16. Speriamo, Sergio. Bazzarelli è stato basilare... ricordo con vera gratitudine i suoi studi su Bulgakov.
17. Vero. Dovrebbe essercene traccia nei vecchi apparati critici delle Edizioni Studio Tesi. Assieme a tutta una serie di note sul suo malessere per le malevole e ingiuste critiche ai suoi spettacoli teatrali.
copertina;)
copertina;)
[Bulgakov] Un grande romanzo
[Bulgakov] Un grande romanzo davvero, il volo di Margherita da strega è fantastico e pure il gattone nero, che ne combina di tutti i colori.
La trama è molto complessa, anche perchè i personaggi vengono ripresi a molte pagine di distanza. La gran quantità di personaggi che ruotano attorno alla gestione del teatro mi è sembrata un'allusione alla burocrazia di regime e alla sua assurdità talvolta, c'é una marea di gente!
Il diavolo sa far leva sui punti deboli degli uomini per sedurli (la vanità, l'avidità), sa essere molto accattivante e conosce bene la natura umana, del resto non può essere che così, se deve far da contraltare al bene.
Il romanzo è un grande classico, visionario, complesso, fantasioso, un bel libro, che merita di passare alla storia.
[bulgakov, maestro, marina]
[bulgakov, maestro, marina] Probabile davvero che quella sia un'allusione alla burocrazia di regime [al delirio della burocrazia di regime]: Bulgakov la soffriva parecchio [come criticarlo?]. Il tuo giudizio sull'opera è bellissimo, e condivisibile. Ho ancora vivo in me il ricordo delle emozioni della prima lettura, tanti anni fa. Incancellabile. Intensissima.