Bufalino Gesualdo

Diceria dell'untore

Autore: 
Bufalino Gesualdo

Diceria dell’untore”, del 1981, è il libro d’esordio con cui Gesualdo Bufalino si è affacciato sulla letteratura italiana. Ed è stata davvero una fortuna immensa per la cultura italiana: con il suo libro e con la sua produzione, infatti, l’autore ha creato un universo colto e raffinato, con la sua instancabile ricerca della parola perfetta, evocativa, emozionante, secondo la teoria per la quale, secondo le parole dello stesso autore, “interessano più i colpi di scena delle parole che non i colpi di scena dei fatti”.

Fin dalle prime parole il lettore si ritrova catapultato in una realtà angosciante. Un tuffo improvviso in una situazione malsana, opprimente, sin dall’incipit del romanzo, un’inquietudine improvvisa capace di pervadere ogni parola, di creare un’atmosfera altamente simbolica, ma allo stesso tempo un universo compiuto racchiuso all’interno delle mura del Sanatorio della Rocca, vicino Palermo.
Un sogno di morte, per un uomo in bilico tra quest’ultima e la vita, ammalato di tisi, con un polmone a pezzi, chiuso in un sanatorio nella speranza di guarire. Lo stile è aulico e solenne, ma allo stesso tempo avvolgente come fumo denso.

L’io narrante è lo stesso autore, Gesualdo Bufalino, creatore di questa “fantamemoria che è, in realtà, la trasposizione allegorica della propria degenza effettivamente trascorsa alla Rocca, nel periodo tra il maggio del 1946 ed il febbraio del 1947.
In una realtà spoglia e disadorna, ricca di delusioni postbelliche e speranze destinate a fallire, i pazienti del sanatorio si incrociano nei corridoi, vivono insieme, stringono rapporti raccontandosi vite vissute o inventate, per trascorrere il tempo e augurarsi il superamento della malattia.
Piccole e gracili ombre in attesa di un verdetto, di vita o di morte, in una casa di cura cotta al sole siciliano, dove i pazienti formano diffidenti “sette di sbandati”, con i quali l’autore condividerà l’esperienza della malattia. E dai quali si distaccherà, eletto tra i tanti, scelto a caso dalla Sorte, per il fatto di restare aggrappato alla vita, messaggero incaricato di rendere testimonianza dell’orribile odore della rovina e del decadimento fisico, del rosso acceso di sangue vomitato nei fazzoletti, della lugubre scia di morti che la malattia aveva lasciato dietro di sé, in quell’estate del 1946.

Un teatro composto da attori primari e secondari dall’aspetto inquietante, quello della Rocca: partendo da De Felice e Sciumè, fumatori di nascosto nella camera dell’autore, passando per Luigi, “il pensieroso”, ricordando il bambino Adelmo, “il nostro giocattolo”, ancora Angelo, Sebastiano, morto suicida, Giovanni, Padre Vittorio, compagno di letture e nemico-amico durante mille riflessioni filosofico-teologiche, per concludere con l’affascinante ballerina Marta, divorata dal morbo.
Un teatro della disperazione, un microcosmo di miseria e desolazione diretto dal mefistofelico dottor Mariano Grifeo Cardona di Canicarao, fiero del suo nome lungo che incute timore, “che prolungava il primo nel secondo cognome e così si firmava”, conosciuto però da tutti come “il Magro”, longilinea figura rinsecchita perennemente appoggiata al suo bastone.

Nel corso della degenza, durante una rappresentazione teatrale messa in scena dal Magro, ecco scattare qualcosa, nei confronti di Marta, anche lei malata. Con il piccolo Adelmo come corriere, una storia fatta di baci rubati, carezze abbozzate, sospiri che si alternano a colpi di tosse testimoni del progressivo deterioramento del corpo.
E ancora il primo appuntamento, in giro per la città: la visita al porto, il tacco che salta, il volere a tutti i costi seguire uno sconosciuto per le vie di Palermo, per poi fermarsi quando manca il fiato, dopo non molti passi, ed il sangue torna a farsi vivo, risalendo su per la gola.

Loro due, insieme, nella città, ma allo stesso tempo soli con la malattia: loro, contrabbandieri di morte, untori di una peste viscida e sfiancante, amanti di poche ore e dai passati sconosciuti.
Poi la malattia, dura, brutale, violenta, che cresce in Marta per scomparire dall’autore, ormai più vispo, rifiorito, in preda ad un vitale “conato d’igiene”, con il Magro, forse geloso, anche lui tirato giù nella spirale della morte, complice una cirrosi.

E di nuovo l’amore, la passione, forse semplicemente la voglia di fuggire, lontano, a bordo di una cabriolet rossa, in giro per le città, a riposare in un albergo sul mare. Con la morte di Marta, sempre più vicina, culminante nella ferocia terribile dell’ultimo attacco di tosse violenta. E, infine, il nuovo ritorno alla casa di cura, solo per terminare il ricovero, ultima formalità per un paziente ormai salvo, in un regno di uomini moribondi o già morti.
La peste, che aveva attanagliato il sanatorio, in quella torrida estate del 1946, se ne va finalmente via, spazzata da una pioggia purificatrice che lascia un uomo solo in vita, scelto forse dal caso, o da quel Dio sempre rifiutato, per portare in tutto il mondo il messaggio, orribile e pestilenziale, quell’antica leggenda, la “diceria dell’untore”.

Un’opera perfetta, “Diceria dell’untore”, scritta e riscritta nel corso degli anni, che nasce dal profondo, meditata e portata a compimento solo quando, perfettamente matura, è riuscita a esprimere a pieno il senso di morte, malattia, di eros malsano vissuto durante il lungo incubo trascorso al sanatorio.
Ma questa è un’opera ambigua, che lascia un finale aperto e ancora più angosciante, con un uomo ormai guarito ma testimone perenne dell’orrore, reintegrato nella realtà sociale ma assuefatto al dolore, vittima di una malattia eterna, da portare sempre dentro di sé.

Completano questo libro un’utile prefazione di Francesca Caputo, una interessante intervista a Leonardo Sciascia, la cronologia e la bibliografia dell’autore. Una serie di materiali inediti che arricchiscono l’opera, mostrando l’intenso e interminabile lavoro di costruzione che ha permesso la creazione del romanzo: le Poesie, che l’autore aveva in un primo momento inserito alla fine di ogni capitolo, dedicate ai vari personaggi; le epigrafi cancellate, all’inizio di ogni capitolo, con riferimenti a Dante, Leibniz, Shakespeare, Pascal, Omero, Rimbaud; le lapidi ricopiate, dedicate ai compagni morti; la descrizione della partita a scacchi tra l’autore ed il Magro, con tanto di schema e spiegazione delle mosse; un libricino, dapprima separato rispetto all’opera, di “Istruzioni per l’uso”, con utili riferimenti per inoltrarsi nell’universo del testo e utili spiegazioni, dello stesso autore, per comprendere meglio lo stile di scrittura.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gesualdo Bufalino (Comiso, 1920 – Comiso, 1996), professore e scrittore italiano.
Gesualdo Bufalino, “Diceria dell’untore”, Bompiani, Milano, 1998.

In Lankelot:

 

Antonio Benforte, 23 dicembre 2004.
Pubblicata originariamente su www.ciao.com.

ISBN/EAN: 
8845219313

Commenti

rispolverò un po' di vecchi scritti a cui sono particolarmente legato. Partiamo da Bufalino.
Ma come era diverso il mio modo di scrivere. Fin troppo prolisso!

Un libro importantissimo nella mia crescita personale. Consigliatissimo.

(ottimo recupero, Anto'!)

"Un sogno di morte, per un uomo in bilico tra quest?ultima e la vita, ammalato di tisi, con un polmone a pezzi, chiuso in un sanatorio nella speranza di guarire. Lo stile è aulico e solenne, ma allo stesso tempo avvolgente come fumo denso."

> ... perché non andiamo in cerca di tutti gli altri libri di Bufalino, amice?

"La peste, che aveva attanagliato il sanatorio, in quella torrida estate del 1946, se ne va finalmente via, spazzata da una pioggia purificatrice che lascia un uomo solo in vita, scelto forse dal caso, o da quel Dio sempre rifiutato, per portare in tutto il mondo il messaggio, orribile e pestilenziale, quell?antica leggenda, la ?diceria dell?untore?"

> Qui ci stava di lusso una digressione sulla peste nel Novecento Letterario Europeo...;)

"intervista a Leonardo Sciascia"

> Cosa diceva, di fondamentale, a proposito del libro e dell'autore? Hai un attimo per riprenderla?
(non sapevo di questa edizione completa di tutto, la mia era decisamente più elementare, se non ricordo male)

ho trovato il libro, vedo di riportare qualcosa stasera.

"Parto da un punto fermo: che vi siano scritture morali che è un debito rendere pubbliche... Non è il mio caso, temo; e dunque perché esibirmi? In quello che scrivo sospetto sempre 1?abbandono a un?operazione di bassa lussuria, una sorta di interminabile, falsificato pettegolezzo su di me, da destinare dunque a un uso strettamente privato. E? una presunzione, lo ammetto: e forse messa avanti per non confessare una rara vigliaccheria: quella di patire la pubblicità come fosse un redde rationem, una gogna, un sentirsi nudi e umiliati come di fronte a una vestita commissione medica di leva.

grosso!

Questo le varrà l?accusa, da parte di qualche critico, di aver fatto, con la "Diceria dell?untore"", un libro molto francese. Certo, molto italiano non è. Ciò non toglie che sia ? almeno io cosi lo sento ? molto siciliana.

"Con la Sicilia i miei rapporti sono di qualità schizofrenica. E tuttavia, più mi sforzo di sbucciarmi di dosso la pelle indigena e di promuovermi "totus europeus", più tendo a raccogliermi e ricucirmi dentro la mia terra e la mia civiltà. Mi ricordo che un giorno, a Colonia, nel ?64, durante un viaggio in macchina con un amico, fui colto da un così straziante crepacuore di fronte a un cielo che parlava una lingua lontana che rifuggii verso il Sud a precipizio, sentendo ad ogni pietra miliare che mi ci avvicinava una vampata di felicità ".

l'intervista merita...;)

Molto. E che lingua, la sua...

PERDERE MI È SEMPRE PIACIUTO

"Chiamo questa mia sindrome col nome di Wakefield, quel personaggio di Hawthorne, un vicario, che lascio la propria casa per andare ad abitare in quella di fronte: per spiare, invisibile e suppongo felice, la vita della propria. "Sindrome di Wakefield". Cui è da aggiungere un totale rifiuto del sentimento di agonismo. Perdere mi è sempre piaciuto. Perfino a scacchi (ero assai bravo da ragazzo) preferivo giocare un tipo d?impegno che si chiama automatto, e consiste nel costringere l?avversario a vincere suo malgrado... Ma a questo punto mi chiedo: sto dicendo la verità? In un mio copialettere ce ne sono una diecina dirette ad editori, a critici."
(GB)

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