Autore:
Buchwald Christoph, Wagenbach Klaus, Sedehi Sara
Cento poesie dalla vecchia Germania socialista: cento poesie per ricordare e testimoniare la parabola di uno Stato, la DDR, che soffrì la brutale repressione di ogni richiesta di democrazia e di libertà, e fu acerbo protagonista d'una rivolta operaia contro il regime, ben prima dei fatti di Budapest e di Praga, soltanto una manciata d'anni dopo la Polonia. Cento poesie per ricordare un regime in cui a una punk di Berlino Est, Annette, bastava scrivere “in questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero” per ritrovarsi ospite delle galere della STASI per qualche mese. Cento poesie per non dimenticare un regime in cui – unico al mondo – il popolo cantava un inno muto, intonando solo la musica. Perchè? Perchè i primi versi del nuovo inno, “Risorti dalle rovine, rivolti verso il futuro, lasciaci servirti, Patria tedesca unita” contenevano le pericolose parole “patria” e “unita”: i bolscevichi conoscevano una sola patria, Mosca, e una sola unità, quella delle nazioni sottomesse alla Madre Russia. Cento poesie per raccontare una nazione in cui anche il caffè veniva razionato. Cento poesie per illustrare quanto, nella DDR, lo Stato abbia allontanato i poeti dal loro territorio, e i poeti in cambio abbiano saputo estrometterlo dai loro versi.
100 poesie dalla DDR (ISBN, pp. 210, euro 19.00) è un'antologia nata, nella nuova Germania unita, democratica e lucida, per rivisitare un “territorio ereditato”. I curatori dell'edizione tedesca, Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, si domandano in quale misura il nostro sguardo sia ancora prevenuto, nei confronti di questa poesia, e quanto abbia imparato a essere imparziale: senza dimenticare, come scrive Andrea Tarquini di «Repubblica» nell'introduzione, che l'ex Germania Est ha una sua caratteristica unica e specifica: “Nessun'altra tra le dittature post-staliniane imposte da Mosca a Est dell'Elba nel dopoguerra aveva da affrontare l'umiliante confronto quotidiano con l'efficienza e l'alto livello della vita democratica in una parte dello stesso paese”. Si direbbe che si stia arrivando non diciamo all'imparzialità, ma al buon compromesso della serenità nel giudizio. Siamo stati aiutati dalla cinematografia: due film popolari e intelligenti come “Goodbye Lenin” di Wolfgang Becker (2003) e il coraggioso “La vita degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck (2006) ci hanno insegnato due cose differenti: il primo cosa fosse la “Ostalgie”, la nostalgia dell'Est, grottesco senso di mancanza per le “facili sicurezze da poveri tutti uguali”, per dirla con Tarquini, e per la sicurezza dell'esistenza in vita d'un'ideologia pure sbagliata, ma forte; il secondo quanto fosse terribile e tragicomico vivere sotto un regime che impiegava nello spionaggio 275mila persone (tra 1950 e 1989), di cui centomila a tempo pieno solo nell'ultimo anno. Nessuno, nemmeno il più irriducibile entusiasta del dogma marxista, può rimpiangere qualità, stile e senso della vita sotto la DDR. Oggi, chi passeggia per la piazza principe della DDR, Alexanderplatz, sa che essa è tornata a essere quella immortalata da Doblin: quella della più grande manifestazione di sempre contro un regime comunista, 500mila persone a chiedere la libertà, 4 novembre 1989. Ossi di seppia del passato socialista, l'orologio mondiale (Weltzeituhr) e la fontana dell'amicizia tra i popoli (Brunner der Völkerfreundschaft); tutto il resto, si sta adattando all'antico splendore. Palazzi mutano senso e funzioni con naturalezza. La riunificazione, almeno a Berlino, è stata un successo; diverso il discorso per l'economia delle regioni ex DDR, ancora ben distanti dai livelli delle gemelle occidentali. La nostalgia dell'Est si vive soltanto, e al limite, in difesa dei ricordi di giovinezza: oggetti popolari, gadget, bevande (Vita-Cola). Non c'è nessuna voglia di rivendicare la miseria, la paura e la povertà sofferte sotto regime; la “ostalgie” sembra il più classico amarcord generazionale, nostalgia dell'infanzia e della giovinezza: delle cose dell'infanzia e della giovinezza. Altrimenti non si spiegherebbero i tour a pagamento su una Trabant. Per dire.
In questo libro incontreremo le parole di chi sognava di tornare a vivere in una nazione democratica, come Christa Reinig: “Parlo come parlano i matti / per me sola e per gli altri ciechi / per tutti quelli che in questa vita / la via di casa non trovano più”. Sono versi datati 1963. L'anno successivo l'artista sarebbe riuscita a espatriare. Non manca l'orgoglio: come nel caso di Jurgen Rennert: “Il mio paese mi ha trascinato / in basso, ma ancora sto in piedi. / E mi ha a volte mentito / Ma ho testa ancora e ragiono”. È il 1990, e Rennert sa che la sua ex DDR è quel che lui è: “un essere esperto del mondo / con una crepa nel mezzo”. Forse perché, come scriveva B.K. Tragelehn su Dresda: “La città in cui sono nato, la vedo / Il vento soffia sugli spazi vuoti / Tra le poche case appena costruite / e quelle, ancor più rare, rimaste in piedi […] osservavo con sollievo / la città in fiamme. A otto anni / per la prima volta mi feci un'idea. Mi piaceva / Perché qualcosa sorga, qualcosa deve sparire”. Ecco, è risorta la Germania, è sparita la menzogna del muro, è sparita la menzogna del regime socialista spia e liberticida, è sparita la paura di parlare coi vicini di casa, è sparita la paura di non avere abbastanza da mangiare, e sono spariti anche i letterati di regime. Non la loro letteratura. Quella ci serve, oggi più che mai, per capire. E per meditare.
BREVI NOTE
Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach (a cura di) “
100 poesie dalla DDR”, ISBN, Milano 2010. Con uno scritto di Edoardo Sanguineti. Introduzione di Andrea Tarquini. Traduzioni di Achille Castaldo (ac), Giovanni Giri (gg), Cristina Vezzaro (cv). Edizione italiana a cura di Sara Sedehi. In appendice, Autori e Fonti.
Prima edizione: “100 Gedichte aus der DDR”, Wagenbach 2009.
Prima pubblicazione cartacea dell'articolo: Il Secolo d'Italia, 7 aprile 2010. © Il Secolo d'Italia.
Commenti
Cento poesie dalla vecchia
Cento poesie dalla vecchia Germania socialista: cento poesie per ricordare e testimoniare la parabola di uno Stato, la DDR, che soffrì la brutale repressione di ogni richiesta di democrazia e di libertà, e fu acerbo protagonista d'una rivolta operaia contro il regime, ben prima dei fatti di Budapest e di Praga, soltanto una manciata d'anni dopo la Polonia. Cento poesie per ricordare un regime in cui a una punk di Berlino Est, Annette, bastava scrivere “in questo Stato solo il lavoro ci affranca dal grigiore del tempo libero” per ritrovarsi ospite delle galere della STASI per qualche mese. Cento poesie per non dimenticare un regime in cui – unico al mondo – il popolo cantava un inno muto, intonando solo la musica. Perchè? Perchè i primi versi del nuovo inno, “Risorti dalle rovine, rivolti verso il futuro, lasciaci servirti, Patria tedesca unita” contenevano le pericolose parole “patria” e “unita”: i bolscevichi conoscevano una sola patria, Mosca, e una sola unità, quella delle nazioni sottomesse alla Madre Russia. Cento poesie per raccontare una nazione in cui anche il caffè veniva razionato. Cento poesie per illustrare quanto, nella DDR, lo Stato abbia allontanato i poeti dal loro territorio, e i poeti in cambio abbiano saputo estrometterlo dai loro versi.
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[Cento poesie della vecchia
[Cento poesie della vecchia DDR] Un libro meritevole che rende onore all'ISBN che si sta davvero sforzando di proporre titoli ostici e riproporre testi dimenticati.
Sulla questione della ostalgie per la DDR, forse è un po' più complessa la vicenda. Pur trattandosi di un altro Paese, la Jugoslavia, ne ho parlato con un'amica serba chiaramente contenta che piano piano la Serbia si allontani dal regime e sono uscite questioni che vanno al di là del semplice turismo propagandato per gli occidentali o della nostalgia bucolica. E' come se scontrandosi con il mondo occidentale, questo mondo occidentale i cui cambiamenti noi li abbiamo introiettati, ne abbiamo vissuto le varie fasi, si scontrassero con un mondo che li garantisce meno su alcune questioni.
La scuola, la sanità, il lavoro, lo sport.
E' un discorso, come diceva lei, da prendere con molta prudenza, ma è una cosa reale. finalmente abbracci la libertà ma c'è qualcosa che perdi e che vorresti tenerti...
[cento poesia della vecchia
[cento poesia della vecchia ddr] giusto. Una questione identitaria si pone proprio considerando il rischio prepotente dell'omologazione e della massificazione, non ci piove. L'Occidente tende a uniformare, da mezzo secolo pieno a questa parte, dimenticando di esaltare le differenze. E' saggio che i serbi si pongano la questione in questi termini. Per i tedeschi non saprei...
[serbia] senza dimenticare
[serbia] senza dimenticare che loro - come ci insegna Bettiza - sono e si sentono guardiani dell'Occidente almeno quanto i greci. Tengono molto, storicamente, al ruolo di difensori della frontiera. E' un ruolo peculiare...
[ddr] oh, anita, il tuo
[ddr] oh, anita, il tuo commento appare così: "-". Ha un significato oppure, come sospetto, è un bug?
No, avevo scritto qualcosa
No, avevo scritto qualcosa che poi volevo eliminare, non volevo che fosse frainteso :)
Questa raccolta di poesie mi piace molto, quando me la sono vista davanti in libreria non ci credevo :) davvero molto coraggiosi.
[ddr] sono d'accordo con te.
[ddr] sono d'accordo con te. Diciamo che è difficile non diventare fan di ISBN, dopo scelte del genere. Sono molto ammirato.
[DDR] La questione orientale
[DDR] La questione orientale e post-comunista mi interessa particolarmente, anche perchè come ormai si sa, almeno credo, da parte paterna discendo da chi ha combattuto per costruire la jugoslavia...pur con tutti i dilemmi successivi. Ho avuto modo di parlare con molti di coloro che vengono da quei luoghi, tedeschi dell'ex ddr, albanesi, polacchi, croati, sloveni, montenegrini e mi sono riempito di storie, dubbi, propositi, odi. Sono stato in Grecia e ho avuto modo lì, non ci crederete ma è vero, di scambiare chiacchiere in posti sperduti di persone che caduto il muro vi ci sono rifugiati. Ad avere le foto mi piacerebbe mostrare un ex combattente in Afghanistan. Giuro. E' un mondo affascinante, magmatico, problematico.
La mia paura, purtroppo ormai realtà, è dell'uniformarsi di ogni cosa. E purtroppo anche della sindrome degli sconfitti e dei cattivi.
La ragazza serba mi ha parlato di questa cosa. E parlare con una coetanea cresciuta in Jugoslavia, che ha affrontato la guerra civile con dei morti, poi gli shock dei bombardamenti della Nato, eccetera, non è una cosa facile da affrontare.
Per questo ritengo questo libro meritevole di interesse.
klaus wagenbach è uno dei
klaus wagenbach è uno dei massimi intellettuali tedeschi viventi. curatore controcorrente da più di quarant'anni, editore coraggioso (e di successo), uomo innamorato dell'italia. negli anni settanta tenne un discorso al funerale di ulrike meinhof. sono convinto che questa antologia sia da non perdere. gran presa della isbn e grande intercettazione franchiota.
[wagenbach] grazie per queste
[wagenbach] grazie per queste splendide integrazioni, amice sim. Che dirti: scrivine molto presto, sono curioserrimo. tu sei il nostro uomo a Berlino.