Ho mai letto qualcosa del genere?, mi sono domandato, dopo un centinaio di pagine, sgranando gli occhi. La risposta, scontata, è no. Assolutamente, mai. Non in lingua italiana, almeno. Perché? Perché l'opera prima di Angela Bubba, esordiente calabrese classe 1989, poggia su una lingua italiana inesistente: “La casa” è un festival di invenzioni (assolute), regionalismi, dialettismi, libertà di ogni ordine e grado. Al termine del romanzo non ci si stupisce leggendo che la prima destinataria di una dedica è la fantasia: ti credo, più fantastico di un romanzo scritto in una lingua nuova non c'è nulla.
Qualche cenno alla trama: siamo a Petronà, in Calabria, “groppo di pietre tra la Calabria e le nuvole”. Protagonista è una famiglia, la famiglia Manfredi: il padre Anselmo, la madre Lia, le quattro figlie femmine e l'unico maschietto, Benio. Le loro vicende sono quelle di ogni clan: morti, incomprensioni, adorazioni, fraintendimenti, dolcezza. A essere onesto, io sono andato in tilt per la lingua e mi sono perso quasi tutti i nodi fondamentali della trama (c'era una trama?): a un tratto non me n'è più importato niente. Ogni qualche riga sbarellavo e andavo in cerca di senso e di significati. E così m'è sembrato di avere di fronte un favoloso giocattolo, e ho giocato. Già alla sesta riga ho incontrato dei “guizzi al singhiozzo”, e ho pensato: pericoloso giocare con l'allitterazione, ma divertente. Sarà una licenza, speriamo non succeda più. E così quando m'è apparso il verbo “bordellare”, per “fare casino”: mi son detto, divertente. Ma quando ho letto che Pietro, alcolista, “metteva solo broglie” (p. 24), ho pensato: eh? Mi sentivo come “un'amarena sdillattata nell'acqua” (p. 25), troppe stranezze “ci rocambolavano addosso” (p. 25), e intorno due ragazzi abbracciati “passiavano” nella piazza (p. 27): intanto per uscire di casa c'è chi “rocambolò” (p. 17), come un pallone (o una stranezza). Che succede, ho chiesto alla mia compagna che mi guardava con sospetto, adesso “stai incialata?” (p. 56). Ma lei non “aliò” (p. 50) niente. Laddove “aliò” sembrerebbe un incrocio tra “alitò” e il latino “ait”, ma non posso esserne certo.
Una “zacheca” mi pari (p. 53), “uguale uguale” (per la geminazione dell'aggettivo, cfr. più avanti). “Zacheca”? Non capisco e rimango brutto e “spaturnato”. Spaturnato? Altrove, appare “imbrilloccato”: si riferisce a un piatto. Un piatto contro cui “scapicollarsi” (p. 72). E che dire delle bianche mani che “annacano” un incensiere? (p. 273) E di un “verbo” con cui arringa Lia, un verbo “sempre più rimbrencioloso”, cosa dirvi? (p. 287). Lei sta tutta “divacata” nel camino (p. 287). Altrove: le figlie, quelle “discioperate”, gliele avevano pure “scasate” (p. 49). Diciamo che in questo caso con un po' di fantasia e di “s” privativo...
Ma io vado avanti. In questo libro, in cui “donna” e “casa” sono idee (cfr. incipit, pp. 11 e 12), il linguaggio è un'idea. E non importa che non sia condivisa con nessuno: è un'idea dell'autrice avallata da chi l'ha scelta, lasciandola andare a briglie sciolte. Ecco quindi che si sta in un angolo “sguaiati e immusoniti” (p. 74), che si direbbero aggettivi in contrasto; e infatti più avanti appare un “codazzo sguaiato” (p. 100) (delle figlie emigrate) che pare suggerire qualcosa di diverso. Che ne dite di una persona viva che spira? Spira, ma non muore; “spirò quella, due dita sul vetro” (p. 54), sta per “respirò”. Non vi stupirà quindi che un portone, a forza di essere preso a calci e spallate, finisca “quasi” “sdoganato” (p. 25). Andiamo a “mietere frastorni” (p. 83), e ancora l'allitterazione tradisce l'autrice; stiamo vivendo tra “giostre di buone parolerie” (p. 23). Qualcuno va in bagno, intanto, e ne esce coi capelli “sierosi di brillantina” (p. 22). Poteva andargli peggio: potevano essere “spadronati” (p. 17). Sarà colpa della “schiuma per barba”: è il momento di “divacare” un bacile (p. 17). Qualcuno, intanta, s'affaccia da un muro e “spulica timido” (p. 18). Spulica? Spulica. “Avrebbe perito” (p. 18): avrebbe. È il caso di dire che “la testa funambola per ogni banda” (p. 29), “sfrigolando le parole” (p. 89). E poi, alternati a questi strani suoni e a queste ancor più strane parole, sospetto spesso del tutto inedite nel mondo, ecco la geminazione degli aggettivi più semplici: “pallido pallido” (p. 15, p. 145); “scontroso scontroso” (p. 16); “sudato sudato” (p. 27); “uguali uguali” (p. 85), “immense, immense” (p. 84), “torno torno” (p. 107: “glielo avrebbero sbatacchiato torno torno le vitelle”); e via dicendo. Alternativa: la virgola in mezzo. Ecco “bella, bella” o “allora, allora” e così via. Perché? Non so.
Ogni tanto il gerundio sembra abbandonato a sé stesso. Faccio un esempio: “La Lia abbozzò sui labbri una mossa stomacata, come quelle che certe volte si cuciono addosso i mici, specie se non li si carezza, e standosene così sguaiati e immusoniti” (p. 74). E cioè? Standosene così sguaiati e immusoniti... e allora? Niente, punto. Neo-lingua.
Altre segnalazioni preziose, senza pretesa di esaustività, si intende: il romanzo d'esordio della Bubba poggia su oltre 350 pagine, lo spazio qui è ridotto. Vediamo un po': ecco un esempio di descrizione lirica ma stravagante:
“La Lia le scrutava il labbro grinzoso, quello superiore, che si stringeva in dei solchi, come delle baie di sole bianco e morbido. Stava applicato all'orlo dorato della sua tazzina, quella del servizio da corredo, e s'adoperava con sincerità ad aprirsi” (p. 84). Si parla, immagino, del labbro.
Altrove: “Arrivò a non vedere nulla davvero; e quando, rientrato in cucina, capelli e baffi tutti scarruffati, il corpo sbrigliato d'ogni senso, ebbene quando vi entrò e scrutò sospettoso una zuppiera colma di carne giaciere sul tavolo, ebbene, s'indiavolò come mai” (p. 93).
E non stiamo mica a “sbrindellare un poco il tempo” (p. 99): non mostratemi quel vostro “riserbo stopposo” (p. 101). Bene, io mi fermo qua. Per quanto mi riguarda è un esordio straordinario in senso etimologico: qui la realtà, la logica, la razionalità e la lingua italiana sono sparite nel nulla, divorate da un buco nero che mi ha distrutto. E affascinato, si intende: non mi capitava da quando avevo 14 anni di dover consultare così tanto spesso il dizionario. Diciamo che dopo un po' mi sono arreso, capendo che il funzionario (chiamiamolo così, è più fico) non mi serviva a niente: quelle parole non stroppiavano. Capito? Non c'erano. Niente.
**
Veniamo adesso a una breve intervista a Massimiliano Governi, editor del libro, anima della collana “Heroes” di Elliot. Come hai scoperto il romanzo della Bubba? Cos’è che ti ha convinto a pubblicarlo in “Heroes”?
MG: “Mi è arrivato via ufficio stampa. L'autrice era stata già premiata al Campiello e al Calvino; era una delle varie finaliste, ma tra tutte è stata l’unica che mi ha, onestamente, colpito. A partire da un suo racconto è nato, nei mesi, questo romanzo. Mi ha colpito perché era antimodernista. Il suo è un italiano talmente personale che sembra inventato: una commistione atipica e strana di dialetto, lingua letteraria e italiano regionale. Per questo sento di poterla assimilare – con grande cautela – a Verga; per altri aspetti alla Ginzburg del Lessico famigliare”.
GF: “Nei ringraziamenti l’autrice si rivolge subito alla fantasia...”
MG: “Devo dire che è stato l’editing in cui mi sono proprio morso le dita, prima di intervenire. Di solito sono interventista, ma in questo caso sentivo che l'autrice aveva bisogno di un maggiore rispetto e di una maggiore libertà. Così è stato”.
GF: “Nell'economia della tua collana, cosa significa la pubblicazione del romanzo della Bubba?”
MG: “Questo per me era l’ideale primo libro della collana: soltanto, all’epoca non era pronto. Mi sarebbe piaciuto fosse stato il primo perché c’è un tasso alto di letterarietà, e di rischio. Come se non bastasse, protagonista è un territorio poco popolare in Letteratura come la Calabria... Ma so già che pochi sapranno entrarci dentro e capire il senso profondo del romanzo. Qualche critico ha già detto che succede poco nella storia. Ma i critici, si sa, non hanno tempo. Certi scrittori bisogna solo sedersi e ascoltarli, cancellando ogni fretta.”
Grazie Massimiliano.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Angela Bubba (Catanzaro, 1989), scrittrice italiana. “La casa” è il suo primo romanzo.
Angela Bubba, “La casa”, Elliot, Roma 2009. Copertina di Maurizio Ceccato.
In rete: rassegna stampa.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2009.
Commenti
Ho mai letto qualcosa del genere?, mi sono domandato, dopo un centinaio di pagine, sgranando gli occhi. La risposta, scontata, è no. Assolutamente, mai. Non in lingua italiana, almeno. Perché? Perché l?opera prima di Angela Bubba, esordiente calabrese classe 1989, poggia su una lingua italiana inesistente: ?La casa? è un festival di invenzioni (assolute), regionalismi, dialettismi, libertà di ogni ordine e grado. Al termine del romanzo non ci si stupisce leggendo che la prima destinataria di una dedica è la fantasia: ti credo...
molto interessante davvero. E' una bella casa editrice questa.
ti dico, non so se riuscirò mai a capire "cosa" ho letto, ma "come" e perché, in questo caso, sì;)
dell'89??? Dio come mi fa sentire vecchio.
(viva Eliot!)
;)
"A essere onesto, io sono andato in tilt per la lingua e mi sono perso quasi tutti i nodi fondamentali della trama"
aghahahhahah Franchi sconvolto :)
"Ma quando ho letto che Pietro, alcolista, ?metteva solo broglie? (p. 24), ho pensato: eh?"
ahhahahaah
Occhio che hai scritto "intanta" invece di "intanto". O è fatto di proposito?
no, era involontario, ma credo ci stia...;)
L'autrice ha ventanni, sì? Un esordio coi fiocchi. Quando vuoi ti traduco qualcosa io. Per esempio "annacare" sta per cullare e "passiavano" sta ovviamente per passeggiavano. :)
intanto l'ho preso...;)
serve proprio il vostro contributo, amices.
Forse la Calabria ha trovato una nuova autrice di peso:). Sarete voi a raccontarcela - e a spiegarci tutto:)
Comunque mi hai convinto a leggerlo; quando la scrittura mette in crisi il lettore senza presunzione, allora tocca dargli una guardata :)
Io non ce l'avrei fatta a leggerlo, lo dico candidamente.
Torno torno è un espressione tipicamente dialettale, da noi si usa per attorno. Ji tuorn tuorn sta per andare girando in tondo. Andar girando tutt'intorno.
Interessante, soprattutto per la giovane età dell'autrice. Anche se immagino bisogna esser nella giusta disposizione per calarsi nella lettura, come fa intendere anche l'editor. Ad ogni modo, è sempre bene divulgare opere di giovani di qualità. E la Bubba pare ne abbia, a quanto leggo. Non so se avrò mai la curiosità, ma a scanso di equivoci il titolo lo segno. Brava Elliot, e bravo Franco a presentarcela.
toh. visto in libreria pochi giorni fa. letto anche io che "succede poco". la cosa mi ha intristito. perché vuol dire proprio "poco", il fatto che in un romanzo "succede poco". vabbé. dunque interessante. bene. e brava angela bubba. complimenti.
Certo che se si giudica un romanzo "solo" in base alla quantità di cose che succedono, Il deserto dei Tartari, per dirne uno, è messo malino...
giovanissima e già lanciata, c'è un'intervista ben evidenziata nel Venerdì di Repubblica di questa settimana.
L'avevo adocchiata in effetti, ma ammetto, come Angela, che non so se riuscirei a leggerla. Se ha messo in tilt Gf....
Libro estremamente accattivante e recensione come sempre puntuale e scritta con maturita', competenza e passione... be'... questo e' uno dei filoni che piacciono a me - Gadda, D'Arrigo, il Camilleri de ''La concessione del telefono'', Niffoi...
Bella scoperta: mandatemelo senno' devo andare a comprarmenlo a Trieste e sono un povero ciabattaro!
17. :)
Pensa in un libro del Manganelli...
Lo stile e' gia' un ''succedere'', in Letteratura.
ON LINE anche in
www.scrittinediti.it/blog/2009/09/29/angela-bubba-la-casa/
ahaha! Franchi mi fa sganasciolare, sbatacchiare e rimbenciolare per dirla con Bubba! Io le ho fatto la correzione di bozze...!!!ero spaturnata! ;)
ciao Mari, benvenuta:).