Brancati Vitaliano

Il bell'Antonio

Autore: 
Brancati Vitaliano
L’unico reato imputabile al buon Vitaliano Brancati è quello di esser sfuggito alla memoria collettiva, nonostante la considerevole produzione letteraria. Brancati, siciliano doc, meritava maggior fortuna, al pari di altri talentuosi conterranei che avevano trovato profonda ispirazione nei ritratti dell’umanità. È una delle voci più calorose della letteratura siciliana al pari dei suoi grandi maestri, da Verga a Pirandello, passando per Capuana e Sciascia. Il suo esser indipendente lo rende ancor più simpatico e meritevole di esser riscoperto anche in questi primi anni del terzo millennio. Nell’intraprendere il viaggio alla sua scoperta si può partire certamente da questo romanzo denso di emozioni contrastanti, pietà e dolore per la sensibilità del protagonista, sorrisi per la farsa svelata in una Sicilia alle prese con un’atavica ottusità.
 
Il “Bell’Antonio”, per comune disattenzione, resta alla memoria più che altro per la versione cinematografica che vide tra gli sceneggiatori Pier Paolo Pasolini e tra gli interpreti Marcello Mastroianni/Claudia Cardinale nel pieno della loro carriera. Sebbene il film testimonia una delle pagine migliori della cinematografia italiana e Mastroianni fosse più che perfetto nel ruolo del protagonista, chi si accosta alle pagine del libro riuscirà a dimenticare totalmente le fattezze umane traslate sullo schermo di Antonio Magnano, il più bell’uomo di Catania, capace di far voltare la testa alle donne in chiesa al più lieve colpo di tosse e di indurre in tentazione anche le statue delle sante. Antonio è ammirato ed invidiato, vanto della famiglia intera per quelle conoscenze altolocate e influenti che si diceva avesse nella capitale dov’era andato a studiare. Non c’è possibilità alcuna che il suo fascino possa attraversare una strada di Catania senza che cento, mille occhi di donna si posino, al di là delle persiane socchiuse, sulla sua elegante figura: “nel 1932, egli aveva ventisei anni, e le sue fotografie, esposte in Piazza di Spagna, arrestavano perfino la signora di mezza età, carica di pacchetti e traente, con la stessa mano che l’aveva picchiato, un marmocchio tutto in lacrime. Un’istantanea dolcezza si partiva dal suo volto olivastro, affumicato potentemente dalla barba, ma delicatissimo e quasi unto di lacrime al di sotto degli occhi. Nel primo contorno delle guance su cui le lunghe ciglia trattenevano a volte la loro ombra”, (pag. 8).”, ().
 
Brancati descrive così un uomo stupendo che pare attrarre a sé anche il sospiro delle lettrici. Un uomo che curiosamente non conosce il significato della spavalderia, lasciando insinuare l’ombra del dubbio nello svolgersi della trama. È la sua vita che si narra, intrecciata a quella della gente dei vicoli di Catania, povera o ricca che sia, nobile, borghese o contadina con l’invidia, l’ipocrisia e l’attaccamento morboso alle tradizioni, con l’ansia del riscatto o con il timore degli scandali. È la sua storia che si racconta, intessuta di legami amorosi e politici di più ampio respiro, avendo Brancati inserito le vicende personali di Antonio in quelle dell’Italia del Sud dominata dalle influenze fasciste. Antonio supera l’adolescenza, cresce, matura di pari passo con la dittatura fascista, il cui eco si ode con fragore in una Catania in cui si scrive alla Capitale per chiedere l’intercessione di un qualsivoglia Ministro per rivendicare il possesso di un pezzo di terra o per avocare a sé la carica di podestà; in una città in cui un sacerdote che dovrebbe portare conforto augura, invece, alla madre di Antonio che il Signore se lo porti via presto per quanti pensieri peccaminosi sa destare nelle donne. Antonio con entusiasmo approva il matrimonio combinato dai genitori dopo aver visto la casta e delicata Barbara Pugliesi. Un amore ricambiato ed invidiato dalle donne della Catania barocca che si riversano nei suoi vicoli, superando anfratti e piazze per seguire i passi di quell’uomo destinato ad una soltanto.
 
Un affresco delicato e potente allo stesso tempo in quelle descrizioni accurate, infarcite di discorsi vivaci, tipici e coloriti che destano rimpianto per la loro freschezza, compassione per la loro ingenuità. Personaggi pittoreschi, stereotipati con intelligenza che riescono ad emergere l’uno e l’altro in un’armonica struttura: Antonio, il padre Alfio, il cugino Edoardo, lo zio Ermenegildo, il notaio Pugliesi, la figlia Barbara, la madre Rosaria, don Raffaele, il duca di Bronte. Personaggi fittizi che nascondono miserie e virtù di tutto un popolo legato alle convenzioni sociali, capace di guardare alle cose del cielo e a quelle terrene con lo stesso fervore, mentre si avvicina prepotente l’ombra fascista che reclama a sé la figura dell’uomo virile. Tratteggiature emblematiche, paradossali e realistiche allo stesso tempo in un romanzo avvincente per quei toni che sanno rivestirsi indifferentemente di ironia, comicità e dramma: è il caso della vicina che si straccia “la faccia ed il petto” alla notizia del fidanzamento di Antonio, mentre quest’ultimo continua imperturbabile nelle sue faccende quotidiane, curiosando tra le pagine dei diari che lei getta dal balcone; è il caso di quelle scenette domestiche tra don Alfio e la moglie in pieno delirio per la tragica fine dei loro sogni; è anche l’occasione, semmai ce ne fosse bisogno, di stupirsi di fronte alla coreografica natura siciliana sprizzante vitalità nei suoi vicoli, nelle sue campagne, tra i suoi aranceti.
 
Il bell’Antonio è una storia di facciata, come quella parvenza estetica del suo protagonista che nasconde l’impotentia coeundi che causerà vergogna in una famiglia comune e dolore nell’animo solitario di Antonio il cui matrimonio verrà annullato ancor prima della firma delle carte. La vita va avanti e l’ardente desiderio di accumulare fortuna e parentele nobiliari da parte dei Pugliesi, complice l’insufficienza di Antonio, porranno fine a quella che appariva una felicità vera di due giovani legati da un matrimonio in castità. La giovane e soave Barbara si svela degna figlia del padre, abbandonando alla sua sorte Antonio che non smetterà mai di amarla. Il castello di ipocrisia si sgretola in lui e attorno a lui, come si vedrà con il ripudio della carica di podestà da parte del cugino Edoardo e con esso della politica fascista, dopo un ironico discorso sulla virilità di Hitler e Mussolini in pagine in cui arde il desiderio di libertà. Un ruolo particolare viene assunto dallo zio Ermenegildo, sensibile custode della confessione di Antonio e di un amore intenso e disincantato verso la vita che lentamente si sta consumando. Il suo dolore attutisce la drammaticità degli eventi che hanno colpito Antonio tanto da renderlo personaggio assai gradito più del padre Alfio.
 
La guerra abbatte la maschera delle convenzioni, con le case distrutte e le strade invase dalle macerie all’arrivo delle forze alleate. Tutto è pronto a rinascere sotto il vessillo di una nuova speranza, mentre don Alfio, all’inizio del bombardamento, si lascia morire in una casa di appuntamenti nel tentativo di riscattare l’onore della famiglia, affinché si potesse dire che i Magnano, anche in tarda età, restavano sempre veri uomini. Antonio, invece, è muto di fronte alla vita che si prospetta, non sente il rigurgito del cambiamento, non sente di voler avere alcuna speranza nuova. Alla visita del cugino Edoardo, reduce dalla prigionia e pronto a gridare a gran voce la verità del suo pensiero politico, risponde con apatia, dimostrando segni impercettibili di un riscatto morale quando in lui si ridesta, paradossalmente, l’istinto erotico.
 
Inserita in un contesto decadente, la scrittura di Brancati si dimostra vitale fino alla fine, rivelando angoli nascosti dell’anima di ciascuno dei suoi personaggi e di una realtà storica, sfiorata dai toni sarcastici che esaltano il forte impatto sulla vita umana. Crescita, decadenza e dramma di un uomo qual è Antonio, e con essa di una realtà sociale dura da sradicare: le feste, le tradizioni sociali, i briganti, il legame con la terra, la convinzione di tener salde le radici familiari e con esse l’onore, a qualsiasi prezzo, costasse anche la felicità di un figlio. Queste le radici profonde che legano il bell’Antonio ad una tradizione non del tutto dimenticata, nonostante i tempi. Le maschere sociali riescono comunque a sopravvivere, magari mutano soltanto nell’aspetto.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Vitaliano Brancati (1907-1954), dopo l’esperienza giovanile nel Partito Nazionale Fascista (a cui si iscrive nel 1922), si laurea in Lettere iniziando a collaborare come giornalista a Roma per “Il Tevere” e “Quadrivio”. Le opere di questo periodo, in cui prevale l’ispirazione fascista, verranno in seguito ripudiate. Nel 1936 lavora per il settimanale “Omnibus”, soppresso nel 1939 dal regime. Dopo un periodo in cui insegna in Sicilia si trasferisce nuovamente a Roma ed inizia a pubblicare i suoi primi successi, riuscendo a trovare anche il tempo per conoscere quella che diverrà qualche anno più tardi sua moglie, l’attrice Anna Proclemer. La sua vita artistica, libera da condizionamenti, sarà martoriata dalla falce della censura, prima fascista, poi cattolica. Muore a Torino nel 1954 dopo vicissitudini familiari ed economiche.
Tra le sue opere: “Gli anni perduti” (1938), “I piaceri” (1943), “Il vecchio con gli stivali” (1944), “Don Giovanni in Sicilia” (1941), “Il bell’Antonio” (!949) che vinse il Premio Bagutta nel 1950, “Ritorno alla censura” (1952), “Paolo il caldo” (1955) romanzo incompiuto pubblicato postumo con prefazione di Alberto Moravia, “Diario romano” (1961), “Il borghese e l’immensità” (1973).
Brancati ed il teatro: “Le trombe di Eustachio” (1942), “Don Giovanni involontario” (1943), “Raffaele” (1946), “La governante” (1952).
Brancati ed il cinema: sceneggiatura di “Anni difficili” (1947), “Signori in carrozza” (1951), “L’arte di arrangiarsi” (1955) di Luigi Zampa, “Fabiola” (1949), “Altri tempi” (1952) di Alessandro Blasetti, “Guardie e ladri” (1951) di Mario Monicelli, “Dov’è la liberta” (1954), “Viaggio in Italia” (1954) di Roberto Rossellini.
 
Vitaliano Brancati, “Il bell’Antonio”, Bompiani, Milano, 1977.
 
Prima edizione: 1949.
 
Movida,3 settembre 2005.
 
BRANCATI in LANKELOT:



ISBN/EAN: 
9788804486329

Commenti

movi!

"La guerra abbatte la maschera delle convenzioni, con le case distrutte e le strade invase dalle macerie all?arrivo delle forze alleate. Tutto è pronto a rinascere sotto il vessillo di una nuova speranza,"

> In questo frangente andrebbe forse comparato con le ultime pagine de "Il cielo è rosso" di Berto, che hanno diverso respiro e significato. Il risultato sarebbe affascinante...

"Crescita, decadenza e dramma di un uomo qual è Antonio, e con essa di una realtà sociale dura da sradicare: le feste, le tradizioni sociali, i briganti, il legame con la terra, la convinzione di tener salde le radici familiari e con esse l?onore, a qualsiasi prezzo, costasse anche la felicità di un figlio."

> Mi viene in mente la Corsica raccontata da Merimee (non guardo gli accenti) nei suoi racconti. Altra idea per una comparazione...

Movida ci credi che questo è forse l'unico testo da te recensito (e parlo anche di film) che io abbia affrontato? Ammazza :)
Non ti sorprenderà sapere che da adesso ti utilizzerò come guida per future scelte. Non si scappa!

4. Nel senso che eviterai? Ah ah ah prr :P