Bradbury Ray Douglas

Cronache marziane

Autore: 
Bradbury Ray Douglas

Ha ragione chi dice che Bradbury è un autore ‘prestato’ alla fantascienza: non vi è nulla in lui che possa vagamente ricordare il classico scrittore di storie future o addirittura di distopie. Il suo è un mondo poetico fatto di improvvisi abbagli, di intuizioni anche giocose e di un’umanità derelitta: chissà, ma I pascoli del cielo di John Steinbeck, è quanto di più ‘consanguineo’ gli si possa accostare.

Cronache marziane, nel 1950, fu praticamente l’esordio romanzesco dello scrittore: in un clima da guerra fredda, col terrore di un disastro nucleare sempre incombente, Bradbury racconta la storia della colonizzazione di Marte, come sorta di necessità, ci verrebbe da dire quasi fisiologica, degli uomini di riappropriarsi di una verginità di fondo. Il pianeta rosso (che nel libro non lo è mai, anzi, a volte è addirittura grigio) non solo come emblema della conquista dello spazio da parte della collettività evoluta, ma anche la chiave di volta di una nuova rappresentazione del genere umano.
Ma l’occupazione di questo mondo non risolve le questioni di fondo del vivere civile e dell’etica: Bradbury, autore di morale (a volte moralismo) adamantina rifiuta la visione di un antropocentrismo invadente. Di un controllo sistematico di una razza sull’altra. Dunque rifiuta improbabili superiorità genetiche: al contrario spezza una lancia a favore di un rispetto universale per le diversità.
Lo scontro è evidente quando nel dialogo tra due militari che sono scesi su Marte, uno dice all’altro: Non ci pensate. Lasciate piuttosto che vi faccia una domanda. Che cosa fareste se foste marziani e un popolo straniero venisse nella vostra terra e cominciasse a straziarla?
Il problema è a monte: non riguarda soltanto la presunta idea di un’egemonia ‘terrestre’, quanto il modo di vedere il mondo e le sue qualità minate alla base. Il problema del nazismo per esempio non era quello di propugnare una superiorità razziale, quanto l’incapacità ad adeguarsi alle differenze. Alle sue ‘parzialità’. In questo Bradbury è assolutamente convincente nel rappresentarci una cultura limitata: I marziani conoscevano l’arte di mescolare il bello alla vita indissolubilmente. L’arte invece per gli americani è sempre stata una cosa a sé. Una cosa, l’arte, che gli americani tengono di sopra, nella camera del figlio picchiatello. Qualcosa da prendere a dosi domenicali, mescolata con un po’ di religione, magari. (Non vorrei fare del ‘riduzionismo’: ma in questa raffigurazione non ci vedete il padre Berlusconi, che assiste alla cerimonia di laurea della figlia, convinto ipocritamente che è solo la cultura che da prestigio, quando lui stesso ne fa strame?).

In Cronache marziane Bradbury anticipa il tema che sarà essenziale nel suo libro di maggior successo: Farenheit 451. Quello del sapere visto come elemento perturbante. Anche qui si immaginano roghi di libri e di scrittori ‘fastidiosi’: Lui, e Lovecraft e Hawthorne e Ambrose Bierce e tutti i racconti di terrore, fantasia, orrore, sì, i racconti avveniristici sono stati bruciati a furor di popolo, Bigelow. Spietatamente. Era stata approvata una certa legge. Oh, l’inizio era stato quasi inavvertito. Tra il 1950 e il 1960, poco più di un granello di sabbia. Si cominciò col passare sotto censura i libri di vignette umoristiche, poi i romanzi gialli e, naturalmente, i films, questa o quella tendenza, questo o quel gruppo, ideologie politiche, pregiudizi di carattere religioso, pressioni sindacali; c’era già una minoranza, che aveva paura di qualche cosa, e una maggioranza che aveva paura del buio, paura del passato, paura del futuro, paura del presente, paura di sé e della propria ombra per giunta.
Cronache marziane è ambientato in un periodo che va dal gennaio 1999 (L’estate del razzo) fino all’Ottobre 2026 (La gita di un milione di anni) E quest’ultimo ‘frammento’ racconta la struggente sopravvivenza dell’ultima famiglia ‘terrestre’ rimasta su Marte (nel frattempo tutta la popolazione che era arrivata sul pianeta è ripartita per la Terra, richiamata dalla scoppio di una guerra atomica) che specchiandosi nell’acqua di un canale capisce che ormai gli unici ‘marziani’ sono proprio loro: E i marziani rimasero là, a guardarli dal basso, per molto, molto tempo, in silenzio, a guardarli dall’acqua che si increspava lieve….
Il libro contiene inevitabili ingenuità, vuoi per il trascorrere del tempo, vuoi perché Bradbury essendo ‘solo’ scrittore e non scienziato, come poteva essere all’epoca un Asimov, aveva una visione parziale di probabili sviluppi (ve lo immaginate un uomo che nel 2005 chiama al telefono e si sente rispondere: La signorina Helen Arasumian non è in casa. Vuol lasciare un messaggio sul rocchetto metallico…), ma tutto ciò non toglie nulla ad una storia profondamente toccante e poetica e per certi versi anche profetica. E insegna che il destino degli uomini è segnato non dalla forza, ma dalla capacità di adattamento alle leggi di natura. Al di la di qualsiasi servilismo.

BREVI NOTE

Ray Douglas Bradbury (Waukegan, Illinois, 1920), scrittore americano.
Esordì pubblicando il racconto “Pendulum”, scritto in collaborazione con Henry Hasse, su “Super Science Stories” nel 1941.

Ray Bradbury, "Cronache marziane", Mondadori Milano 1968. (traduzione di Giorgio Monicelli).

Approfondimento in rete: Ray Bradbury.com / Ray Bradbury Online / BRADBURY in Lanke

Alfredo Ronci


ISBN/EAN: 
9788804493822

Commenti

[cronache marziane] neo AL!

[cronache marziane] neo AL!

[bradbury] archivio RB in

[bradbury] archivio RB in lanke:http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?B/Bradbury+Ray+Douglas

[Cronache marziane] A

[Cronache marziane] A proposito del tuo incipit:

"Ha ragione chi dice che Bradbury è un autore ‘prestato’ alla fantascienza: non vi è nulla in lui che possa vagamente ricordare il classico scrittore di storie future o addirittura di distopie. Il suo è un mondo poetico fatto di improvvisi abbagli, di intuizioni anche giocose e di un’umanità derelitta: chissà, ma I pascoli del cielo di John Steinbeck, è quanto di più ‘consanguineo’ gli si possa accostare."

capisco sì e no cosa vuoi dire ma alla luce di questo libro, ho qualche perplessità.

[pascoli del cielo] se ne

(Cronache marziane). Per

(Cronache marziane). Per quanto riguarda 'I pascoli del cielo' non c'è nulla che lo accomuni a Cronache marziane' se non la predisposizione al racconto breve e conchiuso e alla poetica di fondo. Poi le strade sono completamente diverse. Ma secondo me la consanguineità esiste.

[Cronache marziane] Io non mi

[Cronache marziane] Io non mi riferivo al libro di steinbeck ma al fatto di un autore prestato alla fantascienza. Questo passaggio:

"Ha ragione chi dice che Bradbury è un autore ‘prestato’ alla fantascienza: non vi è nulla in lui che possa vagamente ricordare il classico scrittore di storie future o addirittura di distopie."

Nel senso, questo libro è un classico della fantascienza, seppure sia qualcosa di più ampio e Bradbury abbia scritto anche altro ma nell'altro ci sono titoli chiaramenti sul "futuro". Ma qui ci sono i classici argomenti: esplorazione, colonizzazione, Marte, con chiari riferimenti alle fasi storiche di quel periodo. Non sarà il genere fantascienza avventurosa ma è fantascienza questa.

 

[bradbury] Nessuno dice che

[bradbury] Nessuno dice che Bradbury non sia scrittore di fantascienza. E' che lo stile e l'impatto richiama più il mainstream che il 'genere' in sé. Poi ci sono tutti gli argomenti perché 'Cronache Marziane' sia un classicissimo SF.

[bradbury] "cronache

[bradbury] "cronache marziane"è un libro di cui ho sentito parlare con infinito amore da tutta una serie di lettori forti, negli anni. Non vedo l'ora di procurarmene una nuova copia per interiorizzarlo a dovere. Proprio felice di trovarlo schedato qua su lanke. Ottimo lavoro, come sempre, amice al. Bradbury ha la classe del narratore puro prestato al genere, è vero.

[Bradbury] Vedi Franco è qui

[Bradbury] Vedi Franco è qui che io ho dei dubbi. Forse sarà questione di gusti ma Bradbury ha dato il meglio di sè proprio quando ha scritto di questi argomenti e di fantastico e allora mi chiedo: non è che è stato un grande scrittore proprio ha perché ha "sposato" questo genere? Talune volte me lo chiedo per altri autori, vedi Dick, Jim Thompson, Lansdale e altri. Anche nel cinema, mi dico: a mio avviso Romero, Carpenter e altri sono dei grandi registi pur se magari hanno scelto generi "minori" e spesso vengono giudicati inferiori rispetto ad altri autori incensati senza motivo.

[bradbury] probabile, chissà.

[bradbury] probabile, chissà. Sicuramente si nota, nel suo caso - come in quello di Lansdale - un passo diverso rispetto ai loro colleghi di rispettivo genere. Dick, invece, tecnicamente sta bene dove sta:). Nel caso di Dick è la sua straordinaria inventiva a stuzzicare il lettore, a stupirlo. Non la scrittura. Lo strapiombo di differenza qualitativa si nota proprio rapportando Bradbury a tutta una serie di suoi contemporanei, apprezzando uno stile ben diverso, una diversa e radicale estraneità a certe ridondanze, una diversa qualità - un altro respiro.

(Bradbury) Caro And non

(Bradbury) Caro And non capisco la contraddizione, semmai ci sia. Bradbury ha 'utilizzato' il genere per raccontare la poesia e la disgrazia della vita e non viceversa. E' questa la differenza... e poi basta. Lui rimane comunque un grande autore di fantascienza e fantastico e gli altri anche. Perché questa smania di sottilizzare.

[Bradbury] Caro Alfredo, non

[Bradbury] Caro Alfredo, non c'era nessuna intenzione di polemizzare con te. Come hai potuto leggere nel mio scambio con franco, il mio commento si inseriva all'interno di una mia personale riflessione che mi porto dietro da tanti anni sul rapporto autori/genere, forse anche alla luce di una certa sottovalutazione di alcuni generi che spesso si è fatta. Tutto qui.  

(Bradbury) Ma quale polemica.

(Bradbury) Ma quale polemica. Solo uno scambio di opinioni.

[Bradbury-fantascienza]

[Bradbury-fantascienza] Inserisco qui il link:

http://www.minimaetmoralia.it/?p=2788 

di un articolo di Jonathan Lethem a proposito della fantascienza. Considerazioni interessanti (in parte anche discutibili) che tracciano comunque un bell'affresco su cosa la fantascienza sia stata o non stata e cosa, forse, potrà diventare.