Borges Jorge Luis

Poesie

Autore: 
Borges Jorge Luis


“Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere. La triste mitologia del nostro tempo parla della subcoscienza ovvero, ciò che è anche meno piacevole, del subconscio; i greci invocavano la musa, gli ebrei lo Spirito Santo; il senso è lo stesso”.
 
Jorge Luis Borges, sovrano artefice di illusioni e paradossi, così scriveva nel prologo alla silloge di poesie edita in Italia con il titolo Carme presunto (contenente testi composti tra il 1923 e il 1958, tradotti, nell’edizione indicata in bibliografia, da Umberto Cianciolo).
Dunque, lo scrittore ammette che possa esistere un fatto estetico, un thrill, che possa intervenire a differenziare la comprensione di uno stesso testo in più lettori; e che lo stesso autore possa addirittura non essere consapevole di quanto e cosa possa arrivare a contenere la sua opera, al punto tale che il ruolo del lettore andrebbe profondamente ridiscusso.
La lettura è considerata, sostanzialmente, un’operazione ermeneutica che può tramutarsi in una riscrittura delle composizioni appena visionate: i confini tra emittente e ricevente, in questo ambito della comunicazione, divengono estremamente sottili.
Nella poesia Amorosa anticipacion (Amoroso auspicio), è scritto:
 
desbaratada la ficcion del Tempo
 
 (annullata la finzione del tempo).
 
Il poeta veglia il sonno della sua amata e descrive i suoi sentimenti e le sue sensazioni, annunciando il suo desiderio di poterla contemplare “in quella sponda della tua vita che tu stessa non possiedi”, e ancora, più avanti, “come Iddio deve ravvisarti”. Trovo rilevante che questa dimensione sia descritta mirabilmente dall’assenza del tempo.
 
Tempo però contraddistinto dall’essere propriamente finzione: dunque, il puro amore può essere, per il poeta, la contemplazione della sua amata, così come è sempre stata ed è: il tempo è forse, allora, una forma di menzogna, perché altera la bellezza e i sentimenti?Limitiamoci a registrare l’ultimo verso, particolarmente straziante, perché quasi costretto ad una affermazione di solitudine individuale irrimediabile: sin el amor, sin mi.Senza l’amore, senza di me. La divinità sola gode dell’esclusiva visione dell’anima perfetta della donna amata: in una dimensione priva di sentimenti, di tempo, di alterità. Può essere lecito dunque ritenere finzione, al pari del tempo, l’amore e l’alterità? Questo è interrogativo lacerante; difficile proporre una soluzione. Senza esitazione, dovremmo accettare che l’esito ultimo di questo testo sia che la verità è l’unità.
Nella poesia Un soldado de Urbina (Un gregario di Urbina). Il nostro soldato, “sospettandosi indegno di altro arringo pari a quello sul mare”, va ramingo per la Spagna. Ma ecco che:
 
Para borrar o mitigar la sa?a
De lo real, buscaba lo soñado
Y le dieron un magico pasado
Los ciclos de Rolando y de Bretaña
 
 (Per debellare od attenuare il morso
della realtà, miraggi va tentando
e i cicli di Bretagna e di Rolando
gli appresentano un magico trascorso)
 
I versi procederanno sino al compimento che già pervade l’aria di questa strofa: ossia ad una identificazione di questo soldato con Don Chisciotte. Mi è sembrato però emblematico questo passo, proprio per la velleità di “attenuare il morso della realtà” inseguendo miraggi. È possibile dunque che un’anima inquieta si consoli sovrapponendo all’idea di se stessa quella di una fantasia letteraria? Sembrerebbe, stando ai dettami di Torquato Accetto, che la dissimulazione del proprio malessere a se stessi sia addirittura necessaria per mitigare la sofferenza. Ciononostante, mi sembra di intuire che il rischio sia quello di una scissione di personalità, di una dicotomia che corre il rischio di divenire insolubile, tra la fantasia, il sogno, per così dire, e la realtà.
 
Forse può rivelarsi opportuno ricordare la clausola del breve racconto Parabola di Cervantes e di Don Chisciotte, (presente nell’Artefice)sin dal titolo affine a questa poesia:
 “Al principio della letteratura c’è il mito, e così avviene alla fine”: ed è questa ricerca di verità altra, più perfetta, di mito ad attrarre l’uomo nel giardino della letteratura.
Procediamo ancora; in una delle poesie più amate dallo stesso Borges, il Golem, composta nel 1958, appaiono due versi che possono suggestionare il ricercatore:
 
 Los artificios y el candor del hombre / no tienen fin. (…)
 (Gli artifizi dell’uomo e il suo candore/ non conoscono fine).
      
È infinitamente affascinante il dilemma legato all’innocenza e all’esperienza degli uomini; inestricabilmente congiunte, fuse, rappresentano un segreto accesso ad una utopica pietra filosofale. La menzogna e la verità degli uomini non conoscono fine: sembrerebbe pure però, che se avessero conosciuto un’origine, questa sia stato dimenticata. Paradossalmente sarebbe sufficiente riconoscere la sorgente di questa divaricazione insanabile. Potremmo suggerire che il momento della nascita del linguaggio verbale sia la fonte primaria del disordine: ma una organica disamina legata a questa intuizione richiede un talento divinatorio sovrumano: accenno soltanto che questa sia una soluzione.
Nel 1960 Borges dà alle stampe, per via delle pressioni del suo editore, desideroso di poter pubblicare nuove sue opere, uno zibaldone “raccogliticcio e disordinato”: El hacedor, nono volume delle Obras Completas, ospita ventiquattro brani in prosa composti tra il 1934 e il 1959 e da ventinove poesie, per lo più contemporanee alla prima edizione. Si tratta di frammenti apparsi su riviste letterarie o rimasti nei cassetti dello scrittore argentino; e non paia, questo fatto, limitativo o depauperante, dacché lo stesso Borges sottolineò l’importanza del libro scrivendo nell’epilogo, che si trattava della sua opera “più personale”, ricca di riflessi e interpolazioni, e che in assoluto poteva considerarsi a suo gusto la migliore. L’edizione italiana, datata 1999, è curata da Tommaso Scarano, la cui traduzione citiamo, ed è intitolata, come già ricordato, L’artefice.
 
La prima poesia pertinente alla nostra ricerca è Los espejos, Gli specchi. Ecco l’ultima strofa:
 
Dios ha creado las noches que se arman / de sueños y las formas del espejo / para que el hombre sienta que es reflejo / y vanidad. Por eso nos alarman. 
 
(Dio ha creato le notti popolate / di sogni e le parvenze dello specchio / affinché l’uomo senta che è riflesso/ e vanità. Per questo ci spaventano).
 
L’uomo allora può incappare nell’errore di smarrire la consapevolezza di essere riflesso e vanità: lo specchio è lo strumento perfetto per evitare che ciò avvenga. Cosa vediamo, esattamente, riflesso negli specchi? Il nostro volto, il nostro aspetto, segnati entrambi dalle esperienze, dagli stati d’animo, dalle malattie: in una parola, dal divenire. Vediamo un’immagine che si rivela veritiera, e per questo in potenza spaventosa: ma non è questo lo stesso meccanismo che si innesca allorché si ha di fronte a sé un’opera letteraria? Non è a volte la sensazione di vedere esplicitati i più reconditi nostri sogni, le più celate paure, i più smisurati desideri a permettere l’identificazione nel testo e a stabilire la formula della lettura empatica, presupposto ideale della lettura? Il problema sembra crearsi allorché le idee che l’individuo si è costruito di se stesso, della propria realtà estetica o etica, entrino in conflitto con lo specchio o con il testo letterario: e se davvero le loro funzioni si limitassero ad ammonirci come l’Ecclesiaste al vanitas vanitatum le soluzioni sarebbero sinceramente più pacifiche. Potremmo concludere questa breve parentesi riconoscendo le caratteristiche del dono esclusivo della maturità nell’accettazione del confronto con uno specchio o, ad un livello diverso, più spirituale per così dire, con un testo letterario: la conferma giunge dai bellissimi versi del capolavoro immortale del nostro, Arte poetica:
 
 el arte debe ser como ese espejo / que nos revela nuestra propia cara
(l’arte dev’esser come quello specchio / che ci rivela il nostro stesso volto).
 
La letteratura, tuttavia, corre un rischio, a sentire quanto scrive, in parte ironicamente, Borges nella lirica nominata La luna. Un uomo, nel tempo antico, ha concepito l’idea di cifrare l’universo in un libro, ma ha dimenticato di parlare della luna.   
 
La  historia que he narrado aunque fingida / bien puede figurar el maleficio / de cuantos ejercemos el oficio / de cambiar en palabras nuestra vida. /Siempre se pierde lo esencial.
 
(La storia che ho narrato non è vera, / ma illustra molto bene il maleficio / che pesa su chi esercita il mestiere /di rendere in parole questa vita. /Si perde sempre l’essenziale).
 
L’io narrante della poesia pensava infatti che il poeta fosse l’uomo che impone ad ogni cosa il suo “preciso e vero e ancora sconosciuto nome”: tuttavia, Borges scova un rimedio alle manchevolezze della poesia.
Esiste, ed è, teoricamente purtroppo, semplicissima, la possibilità di usare le parole con umiltà, per definire, in conclusione, la luna con il suo vero nome, senza macchiarla di metafore o di “figure vane”: essa è “quotidiana ed indecifrabile”.
Sembra di assistere ad una dichiarazione di resa: il linguaggio non è assolutamente in grado di comprendere e nominare tutto ciò che ci circonda. Questa dichiarazione di resa deve  rappresentare un punto di partenza: pur accettando che esistano difficoltà nella comprensione e nella comunicazione, l’uomo deve raffinare le sue armi intellettuali per superare i precedenti limiti. La mia persuasione incrollabile è che l’ambito più corretto per sperimentare questa agguerrita lotta contro i limiti fisiologici sia quello della speculazione, della artefatta espressione, della consapevolezza della menzogna delle dimensioni create: l’ambito letterario.
Dovrà pur esistere una chiave perfetta per dissolvere gli angusti limiti del linguaggio: ma gettarsi alla loro ricerca asserendo di rimanere nel campo del vero può creare un conflitto insanabile, schizoide. Si può infatti restare coscienti di avventurarsi nel campo della menzogna, eppure propugnarla come verità: è l’opposto a dover avvenire, per evitare drammatici conflitti etici. Attraverso la menzogna cercare la verità, perché una verità si può intuire, sebbene perduta, smarrita, logorata dagli inganni del linguaggio e dalle astuzie dei mascheramenti: è pur sempre la verità della letteratura, e il cammino per intuirla sarà ancora lungo, ma se l’uomo non trascinerà alla luce le origini e la nascita della volontà di creare l’espressione letteraria non potrà neppure intuire l’esistenza di una verità assoluta.
Se la letteratura è un linguaggio, noi dobbiamo capire quanto sia affine questo linguaggio al linguaggio per antonomasia: la parola prima, il Verbo.
Le parole sono arcani: risolverli potrà avvicinarci all’intuizione definitiva delle nostre origini. Le divinità che abbiamo creato, o che sosteniamo esistano, vivono  nel nostro linguaggio: questa consapevolezza deve guidare il puro ricercatore del nostro tempo.
 
Come scrive Sebastiano Vassalli ne La notte del lupo: “La parola è Dio, o per lo meno è il suo principio, ed è anche l’unico vero indizio dell’esistenza della divinità. Tutto ciò che accade nel mondo, accade nelle parole: perciò, ascoltami!”.
 
Accostarsi alla verità attraverso la via della menzogna significa poter giungere all’esito più paradossale e tragico ipotizzabile: quanto scrivevo nell’introduzione, ossia che la verità assoluta non esista. Ma è necessario non perdersi d’animo alle prime avvisaglie di solitudine o di gelo: la ricerca non avrà forse fine, ma ha un fine.
Torniamo a Borges, salutando allora, con l’umiltà impostaci dal geniale artista argentino, la luna con il suo nome; e passiamo ad analizzare una strofa che sembra assai affine alle suggestioni che poc’anzi andavo descrivendo.
La poesia Iniziando lo studio della grammatica anglosassone si conclude con questi versi:
 
Alabada sea la infinita
urdimbre de los efectos y de las causas
que antes de mostrarme el espejo
en que no veré a nadie o veré a otro
me concede esta pura contemplacion
de un lenguaje del alba.
 
(Lodato sia quell’infinito
intrico degli effetti e delle cause
che prima di mostrarmi lo specchio
nel quale non vedrò nessuno o vedrò un altro
mi concede questa contemplazione pura
di un linguaggio dell’alba).
 
Trascuriamo necessariamente la nuova attestazione dello specchio, topos borgesiano; soffermiamoci sugli ultimi due versi. Borges loda l’infinito intrico degli effetti e delle cause che gli concede la contemplazione pura di un linguaggio dell’alba: mi sembra straordinariamente importante che qui non venga, nella maniera più assoluta, indicata quale sia la natura di quest’alba: non sappiamo se è l’alba della coscienza, o della cultura occidentale, o dell’espressione artistica. Potremmo essere portati a concludere che si tratti dell’alba per antonomasia: proprio quell’alba del linguaggio che potrebbe rivelare la verità perduta.
Mi appello a questi due versi per rafforzare le povere riflessioni scritte in precedenza: ben consapevole, chiaramente, che la contemplazione pura possa essere l’amore gnostico, la perfezione assoluta.
 
In fondo, “Ulisse, è fama, stanco di prodigi,/pianse d’amore quando scorse Itaca/umile e verde. L’arte è questa Itaca/di verde eternità, non di prodigi”.
Questa strofa dell’Arte Poetica rappresenta il vessillo della ricerca della verità letteraria: la nostalgia delle origini pretende la fine dell’artificiosità e dei meravigliosi inganni. L’arte è la verde eternità: a questa verde eternità noi tendiamo, auspicando che non sia una discesa orfica negli inferi.
 
L’analisi dell’opera poetica di Borges prosegue con un volume stampato nel 1972, L’oro delle Tigri, tradotto nell’edizione italiana del 1974 da J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock. Possiamo vedervi assemblate poesie e brevi folgoranti prose.
Stavolta possiamo scorgere, nella prefazione dell’autore, un elemento di particolare rilievo nell’ambito del sovracitato discorso sulle influenze reciproche e sulla natura dei ruoli degli autori e dei lettori: nonostante gli iniziali omaggi a Whitman e a Lugones, che lasciavano intravedere la possibilità di scoprire un canonico ordinato elenco di illustri antecedenti o di brillanti contemporanei, Borges scrive:
“Quanto alle influenze che si possono scorgere in questo volume…In primo luogo, gli scrittori che preferisco, tra cui ho già nominato Robert Browning; poi, quelli che ho letto e ripeto; poi, quelli che non ho mai letto ma che sono in me. Una lingua è una tradizione, un modo di sentire la realtà, non un arbitrario repertorio di simboli”.
 
Non è difficile percepire la componente che deve avere giocato una sorta di voluptas provocatoria, in queste frasi dello scrittore argentino; ma la sua franchezza nel riconoscere l’infinito meccanismo di influenze alla base di qualsiasi opera letteraria ha poche corrispondenze e sporadici epigoni, tra gli autori contemporanei. Segna decisamente una cesura con la passata fittizia concezione dell’opera letteraria come puro atto creativo di un genio. Oppure, almeno, sembrano vacillare e la concezione di autore tenuta salda per secoli e l’idea di testo nutrita dalla cultura occidentale: e vacillano penosamente sotto i colpi della demistificante opera di ricerca dei sociologi, dei semiologi e degli studiosi del linguaggio; un autore che manifesta una consapevolezza analoga squarcia l’ipocrita velo creativo che obnubila l’esatta essenza degli artisti. Come Borges scrive nella poesia Il passato, avviene che “Whitman(…) prende e non dice a nessuno l’infinita/ decisione di essere tutti gli uomini/ e di scrivere un libro che sia tutti”.  Nella meravigliosa poesia Tamerlan (Tamerlano), che inaugura questo volume, si possono individuare vari versi di ragguardevole importanza nell’economia di questo studio.
 
Ordenaré que mis arqueros lancen
Flechas de hierro contra el cielo adverso
Y embanderen de negro el firmamento
Para que no haya un hombre que no sepa
Que los dioses han muerto. Soy los dioses.
Que otros acudan a la astrologìa
Judiciaria, al compas y al astrolabio,
Para saber qué son. Yo soy los astros.
 
(Ordinerò che i miei arcieri lancino
Frecce di ferro contro il cielo avverso
E imbandierino di nero il firmamento
Perché non ci sia un uomo che non sappia
Che gli dei sono morti. Io sono gli dei.
Che altri ricorrano all’astrologia
Giudiziaria, al compasso e all’astrolabio,
per sapere che sono. Io sono gli astri).
 
Tamerlano dunque rappresenta la sfida dell’uomo alle divinità. Il suo potere è così immenso da consentirgli quello che può apparire un delirio di onnipotenza; se non fosse però, che, in questi versi, può essere immediata la trasposizione Tamerlano – Uomo. Non è forse stato sempre il protagonismo e l’egotismo degli uomini a sgretolare le antiche credenze spirituali e fideistiche? A cosa potevano servire gli Dei, quando un uomo governava senza timore su altri uomini? E non siamo forse noi uomini ad avere resuscitato e reincarnato Prometeo, ad avere rubato a quella che un tempo abbiamo ritenuto una divinità il segreto della procreazione?
 
Ciò che più conta, al di là di queste riflessioni, è che l’idea del poeta è quella di stabilire nuovi significati ai concetti di dio e astro. Si staglia dunque la figura di colui che può smembrare e disossare il cadavere della verità, e rigenerarlo sotto nuove forme. L’intelligenza umana crea il linguaggio; il linguaggio è la creazione più plasmabile e viva dell’uomo. Nella letteratura, scompaiono le verità: qualunque menzogna trionfa, perché di menzogne la letteratura è costituita. Ma la vita, come ci ricorda Wilde, si specchia nell’arte: non è allora eccessivo sostenere che lo stesso meccanismo di mutazione semantica dei vocaboli e dei concetti investa quotidianamente la nostra vita. Progressivamente, ma ineluttabilmente, creiamo e sostituiamo totem, tabù, ideali, prospettive: sappiamo renderle serpenti e colombe, e le doniamo ai nostri simili, che come serpenti e colombe le accettano, come serpenti e colombe vi si rapportano. Infatti, “Non c’è altro tempo che l’adesso, questo apice/ del sarà e del fu, di quell’istante/in cui la goccia cade nella clessidra./L’ieri illusorio è un ambito chiuso/di figure immobili di cera/o di reminiscenze letterarie/che il tempo perderà nei suoi specchi”, come Borges scrive nella poesia  Il passato.
Risuona nella memoria una reminiscenza di C.S. Lewis, nelle Lettere di Berlicche:  “Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità”. Suggestione questa che corrisponde armoniosamente: ma torniamo ad esaminare i versi del poeta argentino.
Nella poesia El gaucho una strofa mi pare meritoria di attenzioni:
 
Hoy es polvo de tiempo y de planeta;
Nombres no quedan, pero el nombre dura.
Fue tanto otros y hoy es una quieta
Pieza que mueve la literatura.
 
(Oggi è polvere di tempo e di pianeta;
Nomi non restano, ma il nome è rimasto.
Tanti altri è stato, e oggi è una tranquilla
Pedina mossa dalla letteratura).
 
Al solito, la memoria degli uomini confonde nomi ed eventi: la letteratura è la madre gentile che rispetta e reclama ciò che è stato perduto. Un uomo diviene un simbolo, un emblema, una categoria addirittura: e questa miracolosa evasione dalle acque del fiume Lete ha solo una mecenate.
Direi che è logico sottolineare come - evidentemente ci accostiamo ad un topos del Borges- l’individuo assurto a “tranquilla pedina” sia stato “tanti altri”: i nomi e le identità sembrano maschere di sabbia.
 
“Nessuno dei due inganna l’altro, ma tutti e due mentiamo”. Questo verso prosaico appare nella malinconica poesia La sentinella, tessuta attorno all’idea di un dialogo tra il poeta e un suo probabile alter ego, che non esiterei a definire daimon o guida dell’artista. Le parole di Borges sembrano tradire una sfiducia immensa nella verità, e nelle possibilità di una comunicazione perfetta: e non sorprenda che un verso tanto pregnante sia stato astutamente inserito dall’autore in una cornice del genere. Persuaso com’è dell’unicità dell’uomo, della perfetta fusione di tutte le esistenze umane in un’unità eterna, Borges manifesta in questo verso la sua consapevolezza del potere della menzogna. La menzogna è allora il linguaggio stesso? Se non esiste la volontà di ingannare, ma si continua a mentire, l’unica speranza è che gli interlocutori siano due dissimulatori onesti; altrimenti, assistiamo alla caduta dell’uomo nel precipizio dell’incomunicabilità, o al trionfo della sensatezza della menzogna. Si esulta nell’arte, ma ci si approssima al patibolo nell’esistenza reale.
 
Ogni comunicazione è viziata dalla menzogna…tuttavia, “Perché concludere la storia che è stata raccontata per sempre?”, ci incalza Borges, nella Tentazione.
Potremmo tentare di offrire una risposta con altri versi del nostro:
“So che le parole che detto sono forse precise,/ ma che sottilmente saranno false,/ perché la realtà è inafferrabile/ e perché il linguaggio è un ordine di segni rigidi”.
Questo frammento, tratto da East Lansing, davvero non necessita di commenti, nella fase della ricerca cui siamo approdati.
 
Nel 1981, appare la penultima raccolta di poesie dell’ex avanguardista ultraista, intitolata La Cifra.  Nell’edizione esaminata, la traduzione dei testi è stata curata da Domenico Porzio. Gli ormai consueti e piacevolmente familiari topoi dell’opera borgesiana, dagli specchi all’estensione del dominio del sogno, sino alla natura della percezione di se stessi e della realtà, popolano versi ingentiliti da una sublime erudizione e da sempre più incisive testimonianze dell’umanità e della spiritualità dell’artista argentino. Nel prologo, ancora una volta è possibile rinvenire riferimenti alle affinità elettive di Borges: da Browning a Frost, fino a Valéry.
Esplorando le liriche non è difficile evidenziare frammenti di eccellente attinenza alla ricerca. Nella poesia dedicata al gatto Beppo,l’artista trae spunto dall’inconsapevole contemplazione di se stesso del felino nella lucida lastra d’uno specchio. Nessuno potrà svelargli che “l’altro che l’osserva/è solamente un sogno dello specchio”. Borges sostiene che entrambi i gatti, “quello di vetro e quello a sangue caldo,/ sono fantasmi che regala al tempo/ un archetipo eterno”. Ed ecco, finalmente, la trasposizione della riflessione ad un livello non più ferino, ma umano.
 
Di che Adamo anteriore al paradiso,
di che divinità indecifrabile
siamo noi uomini uno specchio infranto?
 
Mi sembrano emblematici almeno due momenti. Nel primo, ancora una volta la presenza ossessiva dello specchio, o di una superficie riflettente, stabilisce uno dei punti focali dell’analisi della realtà e della sua percezione da parte dell’individuo.
Come nel racconto Le rovine circolari, risulta quasi asfissiante il dubbio su chi sia a sognare chi: in questa circostanza, il poeta sembra non voler assumere altra posizione ermeneutica che non sia quella di ritenere entrambe le immagini, quella del gatto di vetro e del gatto “a sangue caldo”, fantasmi d’un archetipo. Proiezioni, in un certo senso: spettrali, e tuttavia consistenti, ed esistenti.
Ma ecco finalmente la discussione trasposta sul piano dell’umanità, come nel racconto appena nominato, risalente ai primissimi anni dell’attività letteraria del nostro. Borges registra tra i versi la consapevolezza che ogni essere umano sia uno specchio infranto d’una divinità antica. Procedendo per minuta analisi logica dei versi, il poeta sembra voler riconoscere che gli uomini, intanto, siano, ossia che esistano, salvo poi ammettere che siano uno specchio infranto d’un “Adamo anteriore al paradiso”, un’origine prima misteriosa e indecifrabile. Non siamo allora menzogna, ma alterazione. Non siamo autentici, siamo un riverbero d’una realtà segreta. Essenziale, tuttavia, mi sembra la coscienza di essere discesi da uno “stampo”, da un principio a tutti comune. Siamo la corruzione d’un’immagine prima. Uno specchio infranto.
 
Nella poesia nominata La felicità credo esista più di un verso di immediata affinità con la nostra ricerca. Inizierei l’analisi, dapprima, da un verso naturalmente affratellato agli ultimi esaminati.
 
Nello specchio c’è un altro che spia.
 
La reiterata presenza degli specchi conclude, in questo passo, una riflessione che attraversa l’intera produzione artistica del maestro della letteratura fantastica. Un epilogo tra gli infiniti plausibili, se non tra gli infiniti possibili, naturalmente, d’un cammino di riflessione e di indagine durato per tutta una vita. L’epilogo suggerisce una scissione schizoide dell’identità ormai irrimediabile: una lacerazione oramai divenuta frattura, e frattura insanabile. L’ego non riconosce il suo stesso riflesso nello specchio: e discutendo in termini borgesiani, in un certo senso la creatura che vive nello specchio non può riconoscere chi abbia di fronte a sé. La natura della realtà è l’indagine prima della verità: in questo verso si annuncia una sconfitta, e una sconfitta insolubile, per giunta. Non si ha più certezza d’esser reali, né si può asserire di riconoscersi perfettamente nella propria immagine riflessa in uno specchio.
Avanziamo ancora, soffermandoci brevemente  sull’ennesimo verso notevole: “Chi dorme è tutti gli uomini”. Potrebbe essere opportuno soffermarsi sulla natura neoplatonica di larga parte dello spirito della produzione borgesiana, in questo trionfo di epifanie di idee originarie, di apparizioni di archetipi a volte impronunciabili, di adesione alle teorie di quei letterati, come Valéry, che hanno sostenuto di essere, per così dire, spersonalizzati e di scrivere assecondando quel demone che da sempre e per sempre governerà e deciderà le sorti dell’arte letteraria: egualmente, potrebbe essere importante considerare come e quanto la speranza che esistessero sottili legami tra ogni individuo della nostra specie splendesse nelle opere borgesiane, quasi fosse l’intuizione di un comune patrimonio genetico e d’una comune memoria della specie.  
Mi limito a ribadire come più d’una volta sia possibile percepire il respiro d’una crisi d’identità nella poesia borgesiana: l’unità è la perfetta convergenza delle anime, delle memorie, delle speranze e dei sogni di ogni individuo. Io sono ogni individuo: tutto in me è già avvenuto, tutto in me avverrà. “Tutto accade per la prima volta”, scrive infatti il nostro nel secondo verso di questa poesia. Nel sogno, nella piccola morte d’ogni notte, torniamo a ricordare d’essere uno. Infatti,
 
Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.
 
Questo pregevole distico si conclude in maniera impeccabile: l’affermazione che ogni lettura sia un’interpretazione, e dunque una rinascita, spesso svincolata dalla direzione e dal senso originario che intendeva affidare alle proprie parole l’artista è in questa sede non solo scavalcata, ma in un certo senso oltraggiata dal superamento della posizione primitiva. Inventiamo, dunque, non solo il senso e la direzione e il significato delle parole del maestro: letteralmente, inventiamo le stesse parole. Quale prova più magnifica ed eloquente di questa, allora? Nell’incantato regno della letteratura, menzogna pura e sublime, il lettore inventa ciò che è stato scritto. Nulla più può avere un senso, perché in ogni frangente e  in ogni circostanza acquista un senso nuovo. Ed è forse un iper-senso, o uno pseudo-senso, ma mai una pretesa verità. Se l’uomo è lo specchio infranto del dio perduto, se nello specchio c’è un altro che ci spia, allora a nulla vale avere pretese di verità e di controllo della realtà.
Chi legge le mie parole sta inventandole.
Concludo questa breve digressione con gli stessi versi del poeta, tratti da Yesterdays.
 
Sono ogni istante del mio lungo tempo,
ogni notte di insonnia scrupolosa,
ogni parola e ogni veglia.
Son la memoria erronea di una stampa
appesa nella stanza e che i miei occhi,
ora spenti, videro chiaramente:
il Cavaliere, la Morte e il Demonio.
Sono quell’altro che guardò il deserto
e continua a guardarlo eternamente.
Sono uno specchio, un’eco. L’epitaffio.
 
Abbandoniamo la ricerca poetica del maestro argentino con brevi frammenti selezionati dalla lirica Il complice, consapevoli che in questi ultimi excerpta risieda una chiave di lettura fascinosa e irrinunciabile dell’intera opera di Borges.
 
Mi ingannano ed io devo essere la menzogna.
(…) Sono il poeta.
 
 


 
EDIZIONI ESAMINATE:
Borges, Jorge Luis, “Carme presunto-poesie 1923-1958”, Einaudi, Torino,1969.
Borges, Jorge Luis, “L’artefice”, Adelphi, Milano, 1999.
Borges, Jorge Luis, “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971.
Borges, Jorge Luis, “L’oro delle tigri”, Rizzoli, Milano, 1974.
Borges, Jorge Luis, “Il libro di sabbia”, Rizzoli, Milano, 1977.
Borges, Jorge Luis, “La cifra”, Mondadori, Milano, 1996. 
 
 
 


Lankelot, G.F. 2002. Originariamente parte della tesi di Laurea in Sociologia della Letteratura "La Menzogna nella Letteratura del Novecento". Pubblicato con variazioni su Lankelot.com nel 2003.
 

ISBN/EAN: 
9788817002134

Commenti

Wordpress è un programma di MERDA.

FUCK WORDPRESS

Vi venga un male bastardo.

Ehi, ehi, dottore... Aspetti, che ci penso io.

Aspetti, per Dio.

Prova tu. Io sto esaurendo le madonne.

non mi muovo, Signore.

Nel frattempo lodo Bill Gates. Branco di seghe e di webnerds, prima di sconfiggere il nemico imparate a superare la sua tecnologia. Non spacciatela come superiore. idioti.

Dio ti fulmini inventore del wordpress. Sei una sega.

Questo programma è infestato da bug immondi. Che cazzo.

Va meglio?

Charlie, se fossi donna mi dovresti dare un figlio o due.

Mi dici come hai fatto? Insegnami, ti prego.

ti do mia sorella. Vieni a migliorare la razza.

Vecchio metodo. Lo copio e correggo con Word, poi Ctrl+V nel pulsante col simbolo di Word di Worldpress.

Rimane qualche grassetto da aggiungere, mi sa. La tua razza va bene, non c'è bisogno di intaccarla con i Charlie Brown. Nascerebbero figli dalle password innominabili.

Ma ti dico, l'ho fatto anch'io word poi control v (dopo aver tentato di passare da html). Ma mi dava una valanga di buchi. Non capisco. Hai la magia nel tuo browser e nel tuo office, compadre.
Quanto alla razza, intacchiamo, intacchiamo. Quelle password saranno formidabili.

Se Borges sapesse quante difficoltà sono arrivate con le nuove stupende tecnologie. Se solo sapesse quante gliene dobbiamo, di giornate nella gehenna, dopo certe impaginazioni. Eh.

Penso che a Borges l'intertestualità avrebbe provocato orgasmo e tripudio, chissà cosa ne avrebbe tolto fuori in spunti per trame delle sue.

(Questo tuo pezzo l'ho letto e riletto negli anni una decina di volte. Per me è stato fondante, in quelle letture).

e per me saperlo, credimi, è ragione di orgoglio immensa;)

Sono ogni istante del mio lungo tempo,
ogni notte di insonnia scrupolosa,
ogni parola e ogni veglia...

Quando scrive in poesia Borges è abbastanza sincero, mentre in prosa è il magnifico re dell?artificio, il giocoliere dalle mille maschere. Il suo esempio ? ineguagliabile ? e il suo magistero riguardano la concezione del tempo: la capacità di esprimere l?eternità nell?istante. In questo è davvero discepolo di Macedonio Fernández, il quale asseriva che «ogni situazione percepita, per quanto insignificante rispetto alla durata o all?intensità, rappresenta la totalità dell?interrogazione metafisica». Con parole più semplici, Oscar Wilde costatava che in ogni momento della nostra vita, ciascuno di noi è tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà.

Grazie Gianfranco, adoro Borges.

Raffaella

copertina (simbolica) +

copertina (simbolica) + archivio JLB integrati