“Ci sono libri che estendono il loro dominio, si direbbe la loro volontà di potenza, oltre la linea d’ombra che la mente di un lettore può tracciare. Libri assoluti e improvvisi che sembrano arrivati dal nulla. Qualcuno scrive, ma vi è indotto da che cosa? Può darsi che lo scrivere sia una fuga dal nulla. Un’oscurità che si squarcia retrospettivamente”
(“Il cubismo di Stato”, postfazione a “Blocchi”, di Antonio Gnoli e Franco Volpi, p. 91).
Uno stato dove tutto è ordine, simmetria, sterili forme quadrate e rettangolari: un mondo fatto di blocchi, questo è quello che Ferdinand Bordewijk racconta e descrive, con visionaria capacità narrativa, nel suo breve racconto “Blocchi” (“Blokken”), del 1931.
Un anno prima del Mondo Nuovo di Huxley, anticipando di un decennio il Grande Fratello di Orwell, questo avvocato olandese tratteggia, in poche ma incisive pagine, i caratteri principali del più atroce dei regimi totalitari: nella sua descrizione, infatti, Bordewijk descrive una società annientata da una dittatura crudele e senza scrupoli, che distrugge psicologicamente gli individui rendendoli massa amorfa, sullo sfondo di una città che non ammette curve e rotondità architettoniche, simboli di irrazionalità e anticonformismo, ma solo linee rette, geometrie squadrate, grandi blocchi di cemento fatti d’angoli e di spigoli.
In questa società il passato è stato eliminato, cancellato con un colpo di spugna totalizzante, sostituito da un presente grigio e privo di pensiero critico. Non esistono auto, né treni: gli uomini e le donne, sempre e soltanto in gruppi ordinati, passeggiano senza meta per le dritte vie della metropoli, mentre i bambini possono giocare nei “grandi e tiepidi giardini interni”. Solo in guerra viene ancora utilizzata l’auto.
Nei cieli il traffico è intenso, è tutto un volteggiare di enormi dirigibili, aeroplani ed elicotteri. Sulla terra “la città era ampia e proporzionalmente estesa, le strade erano dritte, quelle del centro più larghe di quelle laterali. L’asfalto si stendeva in diversi colori, bianco, marrone, grigio, nero. […] Le case si ergevano con muri dai colori analoghi: nei quadrati abitativi erano alte quattro, cinque file di finestre, in quelli di lavoro invece erano più basse. Le strade non erano mai lunghe, e al loto termine erano immancabilmente sbarrate da blocchi di costruzioni. Nel gioco tra spazi aperti e chiusi prevalevano quest’ultimi”.
Blocchi, blocchi e ancora blocchi. Lo stato è chiuso, autarchico, composto da tante città indipendenti. Fuori esiste un mondo, ma è come se non ci fosse. Ciò non è accaduto molto tempo fa, ma già sembra passato un tempo interminabile (“La macchina dello stato esisteva nella forma attuale da quarantacinque anni”). Ovunque si creano cortei pallidi ed anonimi, di maschi e femmine che si distinguono soltanto per le diverse uniformi (“da tempo la moda si era estinta […] le chiome, per lo più abbondanti, erano uniformemente accorciate”).
All’apparenza, tutto sembra normale, o comunque accettato di buon grado dalla popolazione (“Si udiva il sommesso cantare dei cori. Tutti i volti mostravano forza e allegria”). Si pratica ogni forma di sport in luoghi appositamente delegati; “l’atletica si era tornati a praticarla nudi”, senza problemi di sesso e promiscuità, anche perché la donna è diventata la copia dell’uomo.
La musica esiste ancora, ma solo sottoforma di inni e canti vigorosi: quasi tutti gli strumenti sono stati aboliti, solo l’organo continua ad avere una certa considerazione. Spesso si tengono concerti, ai quali la gente assiste in piedi, in blocchi ordinati e immobili. Non esiste commercio, con l’estero, solo scambi di film e opere demagogiche.
Non esiste più arte, non c’è più cultura. Una parte del passato malvagio è conservata nel Museo al centro della città quasi come monito degli errori di un’epoca lontana. “Il quartiere del cattivo esempio”, infatti, così è chiamato. Non esistono pareri contrari, dibattiti o opinioni divergenti: “Lo Stato non tollerava alcuna critica, perché la critica è scissione”.
Il nuovo Stato esercita questo potere omologante e totalizzante attraverso una semplice forma di governo: si tratta di un Consiglio, o collegio dei dieci, “cinque uomini, cinque donne” che governano lo Stato ma sono vittima delle sue stesse leggi, del suo rigore e dei suoi angoli retti, e spesso esplodono, si suicidano, sono i primi a non reggerne le regole assurde. Ma lo Stato, in ogni caso, non rende mai visibili simili segnali di cedimento. Lo Stato deve sempre sembrare vivo, potente e autosufficiente.
I pareri in favore della Sfera, come quelli che il vecchio “gettato trent’anni prima in prigione” propone durante la Conferenza a lui concessa, non hanno alcun effetto sulla massa acritica, anzi servono a rafforzare le idee dello Stato, la positività dei blocchi, mentre il vecchio, emblema del passato da cancellare può “tornare in prigione dove se la passava bene”, sicuramente più libero che nella città – può portare barba e capelli lunghi, infatti.
“Lo Stato negava tutti i valori individuali, in primo luogo il valore dell’individuo. L’individuo interessava lo Stato per una cosa soltanto: la sua pericolosità per lo Stato. Allora lo Stato vedeva in lui un uomo. […] L’ufficio del popolo stava ora elaborando un sistema per togliere all’uomo la sua ultima traccia di personalità, nome e cognome,da sostituirsi con tre lettere e un numero. […] tutto ciò di cui la popolazione aveva bisogno era uguale per tutti, alloggio, illuminazione, riscaldamento, vestiario, alimenti, istruzione. Tutti gli adulti, uomini e donne, erano al servizio dello Stato […] non esisteva la proprietà […] c’erano porte, ma non serrature […] tutto ciò che veniva prodotto era proprietà dello Stato […] nello stato no c’era chiesa alcuna, non c’era religione”.
Questo il quadro generale di questo Stato: uno stato rigido, intransigente, crudele, ma nel quale, a poco a poco, si insinua il verme della concessione e dell’autodistruzione.
Lo stesso Consiglio è diventato “per i suoi stessi membri un supremo terrore”. Iniziano a sorgere movimenti contrari, ribellioni di minoranze che, a poco a poco, repressione dopo repressione, coinvolgono un numero sempre maggiore di persone. L’ansia dello Stato è rivolta verso i nemici esterni, sempre da tenere sott’occhio, ma soprattutto verso gli interni.
Uno di questi, il Gruppo A, organizzato e coraggioso, è brutalmente “estirpato”, come un dente cariato. I capi sono catturati, condannati e giustiziati in modo orribile. Ma il germe del cambiamento, della svolta, è ormai impiantato, mentre lo Stato progressivamente perde la capacità di controllare la struttura sociale e politica come in passato. Il peccato, sotto le forme più svariate, prolifera inarrestabile, e le attrazioni offerte – il razzo, il meteorite, il miraggio – iniziano a non servire più per distrarre la popolazione.
Proprio il giorno della parata militare, della grandiosa esibizione di rigore e ordine dell’esercito, tra navi enormi, truppe organizzate, stormi di elicotteri e aeronavi, i primi segni di squilibrio diventano evidenti: “…ciò che sembrava ordinato lasciava qua e là intravedere i germi del disordine. I quadrati e i rettangoli osservati dall’alto non erano tutti perfetti come un tempo. Anche le squadre aeree sopra di essi mostravano irregolarità […] era ancora poca cosa, ma innegabile”. Il giorno della parata, appena finito, mostra per la prima volta, invece della grandezza inarrestabile dello Stato, il tramonto irreversibile di quella forma di governo spaventosa.
***



Il breve racconto visionario di Bordewijk, ormai risalente a più di settant’anni fa, è di un profetismo e di una forza visiva terrificante. Le parole sono tutte pesanti come macigni, ed estremamente funzionali al risultato finale, come tanti piccoli tasselli di un mosaico agghiacciante.
La sua è la descrizione perfetta della società totalitaria, di un governo che cerca di riportare ogni cosa sotto l’ordine rassicurante dei blocchi, senza lasciare alcuna libertà all’individuo.
Addomesticamento, disciplina, rigore quotidiano e sudditanza ad uno stato che tutto osserva e tutto governa, questo è ciò che Bordewijk ritrae all’interno delle sue inquietanti pagine: il profetico annullamento dell’individuo all’interno di quei regimi totalizzanti e autarchici che si sono sviluppati lungo l’arco del secolo scorso in varie zone del mondo, dalla Germania all’Italia, dalla Russia a Cuba. La simmetria geometrica, insomma, è metafora perfetta dei totalitarismi politici che hanno orribilmente segnato il XX secolo.
Le caratteristiche di questi regimi sono ampiamente descritte da Bordewijk, che pone l’accento soprattutto sull’estremo militarismo, l’ordine, la disciplina portata all’eccesso, la spersonalizzazione dell’individuo e l’uso della tecnologia per distrarre e rabbonire le masse.
La narrazione dell’avvocato olandese è secca, precisa, chirurgica, essenziale. Pochi aggettivi, periodi brevissimi, più che un racconto sembra quasi di leggere la sceneggiatura delirante di un film dal ritmo intenso.
È incredibile la capacità dell’autore di creare, con le parole, immagini di grande forza ed efficacia, pur trattandosi di uno stile – il suo – indubbiamente asettico e asciutto. Ed è questo che ancora più colpisce e impressiona del testo: i suoi toni neutri ed impersonali che descrivono, con straordinaria precisione, gli spaventosi meccanismi di questo Stato, così spersonalizzante ed in grado di annullare l’essere umano, da potersi considerare un incubo irrealizzabile.
Ma purtroppo, e la storia lo conferma, anche il più orribile degli incubi, quando l’uomo ne è il protagonista, può diventare realtà.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Ferdinand Bordewijk (Amsterdam, 1884 – L’Aia, 1965), avvocato, scrittore, poeta e romanziere olandese.
Ferdinand Bordewijk, “Blocchi”, Bompiani, Milano 2002.
Prima edizione: “Blokken”, 1931.
Approfondimento in rete: Intervista ad Antonio Gnoli; Bruno Gravagnuolo su l’Unità.
Antonio Benforte.
Già apparso su lankelot.com
Commenti
(questo dovrò leggerlo. Te lo scrissi anche allora. A pelle, mi sembra eccezionalmente interessante. Grazie)
Ho aggiunto il tag "distopia". Abbiamo nove titoli già dedicati al tema;) (idem, aggiunta in Bradbury)
febbraio 2008, il questo dovrò leggerlo del 2006, eco di anni prima, ancora pesa:). Eppure vorrei. Cazzo di montagna di arretrati. Malefica.