COME FARSI LEVARE LA DIREZIONE DI UN GIORNALE (o della giustizia del fu PCI)
Bilenchi era “per il colloquio con i cattolici, per l’unità sindacale, per l’unione delle sinistre, di tutte le sinistre di tutti i partiti”. Non credeva nella dittatura del proletariato: sapeva che avrebbe trascinato alla dittatura della polizia politica. Diresse per nove anni il suo quotidiano improntandosi a questi principi. S’infuriò e abbandonò il PCI – inevitabilmente il giornale, da quel partito ampiamente finanziato, venne chiuso un mese dopo – dopo aver difeso gli insorti di Poznan. Era il 1956.
1972. Lettera a Guarnieri “Ho rifiutato milioni il mese per non vendermi e sono andato a nascondermi – per mangiare purtroppo – in un giornale dove non ho mai corretto un rigo di politica e all’età della pensione ho tagliato la corda (…). Ho continuato a votare per il Pci e a difenderlo ovunque”. Incredibilmente, Bilenchi rivendica ancora la sua fede comunista. E ancora, più avanti, sempre più chiaro: “D’altra parte non potevo dare spiegazioni minuziose e pubbliche. Avrei danneggiato troppo il Pci e di riflesso la classe operaia. Allora ho preferito tacere, ho lasciato scrivere che ero uscito dal partito a causa dell’Ungheria (…)”. Ha sofferto – spiega – per la sua onestà politica.
Morale della favola… il partito di Togliatti non solo pretendeva rigida osservanza al dogma sovietico; decideva, con altrettanto bieco servilismo, vita e morte delle redazioni dei giornali che finanziava nell’ombra. È bene ricordare esempi come questi, perché contribuiscono a illuminare quanto fosse potente la piovra rossa nell’acme del suo potere, e quanto fosse estranea alla giustizia e alla libertà. A dispetto della propaganda, è chiaro. Nella sua orribile cecità frantumava – in un attimo – una delle sue menti più aperte e una delle anime più fedeli, quella di Bilenchi, scrittore dal passato socialista e fascista (ma: di sinistra! Come, qualcuno ripete, da dna originario e da spirito di quell’idea…), comunista che si ritrovò senza più partito, e tuttavia quello spettro omicida continuò a votare; ritrovandosi senza ruolo adeguato alla sua statura intellettuale. Un po’ come accadeva, naturalmente con diverso rigore, quando i comunisti tiranneggiavano nazioni mitteleuropee o europee dell’est; Kundera ha spiegato correttamente certe dinamiche.
Quest’edizione è stata realizzata a cinquant’anni dalla chiusura del “Nuovo Corriere” di Firenze, in ricordo dello scrittore Romano Bilenchi.
È un documento storico e politico di grande interesse; è fondamentale per decifrare con più esattezza certe commistioni odiosette tra partiti, quotidiani e riviste (e case editrici, e così via), gravide di tumori in tempi non sospetti.
Bastava scrivere la verità per non essere più comunisti.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Romano Bilenchi (Colle Val d’Elsa, 1909 – Firenze, 1989), giornalista e scrittore italiano. Esordì pubblicando il romanzo “Vita di Pisto” nel 1931. Di formazione Socialista, fu dapprima fascista; quindi, nel 1940, uscì dal partito. S’iscrisse quindi (1943) al partito comunista, pronunciandosi sempre contro lo stalinismo. A seguito dei fatti d’Ungheria e del brutale trattamento da lui ricevuto dal partito comunista, irritato per la sua critica all’URSS, stracciò la tessera (1956), salvo poi rientrare nel 1972. Approfondite la contrastata biografia dell’autore qui.
Romano Bilenchi, “I fatti di Poznan”, Alet, Padova, 2006. Introduzione di Benedetta Centovalli.
Edizione numerata, fuori commercio, in 500 esemplari (Natale 2006)
In copertina: Alberto Manfredi, Lo scrittore e il gatto. Acquaforte del 1992 tirata a 10 esemplari.
Le due lettere di Bilenchi a Vittorini sono uscite in B. Centovalli, “L’epistolario”, in “Bilenchi per noi”, Firenze, Vallecchi 1992. La prima lettera di Bilenchi a Guarnieri è stata pubblicata a cura di B. Centovalli in Dossier Bilenchi, “Il caffè illustrato”, novembre-dicembre 2003; la seconda è inedita.
Approfondimento in rete: Wikipedia / Antenati.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2007
Commenti
Sorpresa, apro una parentesi importante su Bilenchi.
E grazie di cuore a chi me ne ha fatto dono.
(spiacente, questo è totalmente irreperibile)
Viene fuori anche il Vittorini "cane sciolto" poco noto dal vasto pubblico. Del resto lui s'era già scottato sulla pelle ruvida dello stalinismo togliattiano dai tempi del Politecnico (1947). Quando penso a quel Vittorini, mi risulta davvero misterioso il suo ostrcismo ideologico nei confronti di Fenoglio, ai tempi dei Ventitrè giorni della città di Alba, 1952 o giù di lì.
Scrivine! Raccontaci.
http://www.lankelot.eu/?p=538 antipasto qui
Be', la polemica Vittorini-Togliatti è nota. Il Politecnico voleva essere il periodico di riferimento di una sinistra democratica e progressista, che Vittorini credeva inarnata nel Pci. Si rese conto prestissimo che non era così e non poteva essere così.
Quella di Togliatti, c'è poco da girarci intorno, era una sinistra fondamentalmente stalinista: zero spazio per la libera discussione, politica culturale rigidamente controllata dall'alto.
Gli screzi montarono subito. Vittorini nel corso dello scambio epistolare (ospitato su Rinascita, il mensile del Pci e sullo stesso Politecnico) approdò a una conclusione memorabile scrivendo (cito a memoria): "La linea che separa il progresso dalla reazione in politica non coincide con quella che li separa nel campo della cultura". Togliatti in quanto a frasi rivelatrici non fu da meno: Vittorini, disse, «era venuto con noi ? perché credeva fossimo liberali: invece eravamo comunisti. Ma perché non farselo spiegare prima?"
Al Politecnico (come poi al Corriere di Bilenchi) furono prosciugati i finanziamenti e fu lasciato spegnersi così.
Insomma, Vittorini nei primi anni Cinquanta era già abbondantemente vaccinato per quanto riguarda i rapporti tra cultura e politica e sulle derive di una cultura politicizzata. Eppure stroncò, proprio su un piano rozzamente ideologico, la Resistenza restituita da Fenoglio, con argomenti non dissimili da quelli utilizzati appena qualche giorno fa da Giorgio Bocca ("Fenoglio è come Pansa").
Scrisse in sostanza che Fenoglio doveva andarci piano con l'estro trattando una materia tanto delicata come la Resistenza. Fenoglio per lui indugiava troppo sugli aspetti meno retorici di quell'esperienza, come sappiamo la ritraeva senza alcun riguardo verso la mitizzazione che già ne era stata fatta altrove. Cioè, possiamo dire noi, la descriveva per quello che era stata, in modo umano e sincero. Basti pensare che "I ventitrè giorni della città di Alba" lui voleva intitolarli "Racconti della guerra civile", proposta naturalmente cassata da Einaudi.
Aggiungiamo che Fenoglio nel 1946 aveva votato per la monarchia e non per la Repubblica. Era uno scrittore di razza, uno dei pochi del secondo Novecento italiano (e non solo di Resistenza: i suoi racconti sul dopoguerra sono autentiche perle), ma per tutte queste ragioni (e altre legate al suo carattere, sobrio e schivo) non è mai stato pienamente riconosciuto come tale da un certo establishment culturale.
Ripeto: quel Vittorini rimane un mistero.
Il bello è che la stroncatura vittoriniana di Fenoglio apparve come bandella dello stesso libro (Vittorini dirigeva i "Gettoni", la collana i cui uscirono i Ventitrè giorni). Non solo uno sfregio pubblico, ma anche un gesto intimidatorio e umiliante.
Chiuso l'ot. Torniamo a Bilenchi, va.
Vittorini mi interessa. Riapri l'OT nel forum?
Bilenchi l'ho spesso sentito nominare, l'ho trovato in antologia, non ricordavo più questa vicenda, ma l'ho trovata segnalata nei miei vecchi testi. Probabilmente è un altro autore da indagare, comunque bene per aver riportato l'attenzione a questa vicenda.
"Morale della favola? il partito di Togliatti non solo pretendeva rigida osservanza al dogma sovietico; decideva, con altrettanto bieco servilismo, vita e morte delle redazioni dei giornali che finanziava nell?ombra. È bene ricordare esempi come questi, perché contribuiscono a illuminare quanto fosse potente la piovra rossa nell?acme del suo potere, e quanto fosse estranea alla giustizia e alla libertà. A dispetto della propaganda, è chiaro".
Ciò non fa una piega, e dovrebbe essere cosa assai nota a tutti, oggi. Eppure c'è ancora chi pensa (faziosamente o meno) che quello di Togliatti, il PCI, fosse un partito di libertà e per la libertà. Se ciò non fosse in sè tragico, come ai miei occhi appare, avrebbe certamente del ridicolo: e mi domando, chi può credere ancora a questa triste fiaba, apparte Diliberto e compagnia cantante?
Brutta razza i politici, di oggi e di ieri.
Leggo e non mi stupisco dei nodi scorsoi che legano certi partiti alla carta stampata nel senso più ampio del termine.
"comunista che si ritrovò senza più partito, e tuttavia quello spettro omicida continuò a votare".
Questo, invece, mi lascia perplessa. Perchè continuare a votare quel partito, pur conoscendo tutto quel marcio?
buona domanda, Angela... probabilmente perché sin da bambino aveva respirato socialismo e soltanto nel socialismo credeva; e altro partito non riusciva a figurarsi se non quello sbagliato.
buona domanda anche la tua, Federico. 8 percento dei nostri connazionali forse sa e tuttavia fa finta di niente. Personalmente basisco:)
Rallegriamoci con Alet per la scelta: estetica, etica, politica.
Gran bel lavoro.
11. e 12. Senz'altro è come dice Franco. E c'è un ulteriore dato in più, che non va mai dimenticato e dal quale anzi bisogna sempre partire quando si cerca di riflettere sugli orientamenti politici di molti intellettuali nel secondo dopoguerra: e sono appunto le guerre mondiali, le cause, gli esiti, l'impatto che le accompagnate. A molti sembrava che la civiltà europea-occidentale avesse subito una drammatica battuta d'arresto, e che urgesse un ripensamento radicale delle strutture sociali e politiche che l'avevano innervata sino allora. Le democrazie in fondo avevano guardato con occhio indulgente all'emergere e al consolidarsi dei fascismi in Europa, fascismi che poi avevano scatenato la guerra e portato alla crisi della civiltà europea, all'inabissamento del ruolo storico e del peso politico dell'Europa sulla scena mondiale e alla sua svalutazione morale (Auschwitz). Insomma, le democrazie apparivano in un certo senso complici della tragedia, incapaci di prevederla e di evitarla. Tutta la civiltà europea pertanto, da questo punto di vista, andava rimessa in discussione.
Il comunismo appariva un ipotesi di riscatto collettivo, un possibile sbocco della storia europea e insieme la sua nemesi, il mezzo di una complessiva rigenerazione. Come sappiamo si sarebbe trattato, per usare l'espressione di F. Furet, di una "grande illusione". Ma allora furono in pochi coloro che avevano la lucidità necessaria a non lasciarsene sedurre.
Grazie per aver risposto così esaurientemente alla mia domanda, Patrick.
Figurati, Angela è un piacere dialogare con te come con tutti gli altri. Approfitto a questo proposito per rivolgermi a Thomas, che chiedeva la riapertura del topic su Vittorini nel forum. Lo farei, caro Thomas, se non avessi esaurito tutte le mie conoscenze in merito. Se invece hai tu qualche informazione o qualche riflessione da proporre, ti seguirò volentieri.
Ahimè, di Vittorini so solo che ha scritto alcune opere e strocato l'edizione del "Gattopardo".
E che suo figlio insegnava inglese nel mio Liceo, purtroppo.
"La Russia è un Paese totalitario dominato da una burocrazia: la disposizione mentale dei suoi dirigenti, passati attraverso il più terribile sommovimento della storia, è cinica e opportunista e la struttura dello Stato è dogmatica e autoritaria." (GERALD BRENAN)
COME FARSI LEVARE LA DIREZIONE DI UN GIORNALE (o della giustizia del fu PCI)
Bilenchi era ?per il colloquio con i cattolici, per l?unità sindacale, per l?unione delle sinistre, di tutte le sinistre di tutti i partiti?. Non credeva nella dittatura del proletariato: sapeva che avrebbe trascinato alla dittatura della polizia politica. Diresse per nove anni il suo quotidiano improntandosi a questi principi. S?infuriò e abbandonò il PCI ? inevitabilmente il giornale, da quel partito ampiamente finanziato, venne chiuso un mese dopo ? dopo aver difeso gli insorti di Poznan. Era il 1956.
[Bilenchi] oggi è morto un
[Bilenchi] oggi è morto un altro "comunista ribelle" post fatti del 1956. Antonio Giolitti. Ecco cosa ne scrive REPUBBLICA
ROMA - E' morto Antonio Giolitti. Era uno dei padri costituenti e nipote dello statista liberale Giovanni Giolitti. Aveva 95 anni ed era stato senatore fino al 1992. Una vita, la sua, che ha attraversato la lotta di Liberazione, il Pci e il Psi. Passando per i fatti dell'ungheria del 1956 fino ad arrivare ai contrasti con Bettino Craxi.
Antonio, nel 1940 si iscrive al Pci. Un anno dopo viene arrestato per attività eversiva, ma viene rilasciato dal tribunale speciale per insufficienza di prove. Il suo impegno politico diventa sempre più forte e insieme a Giancarlo Pajetta, fonda le Brigate Garibaldi, combattendo contro nazismo e fascismo in Piemonte. Ferito in battaglia si fa curare in Francia e torna in Italia nel 1945 per combattere tra le file dei partigiani.
Dopo la Liberazione diventa sottosegretario agli esteri nel governo di Ferruccio Parri. Fino al 1957 milita nel Pci che abbandona dopo i fatti di Ungheria del 1956. Giolitti aderisci al Psi, con cui è rieletto deputato dal 1958 al 1976. Ministro del bilancio dal 1963 al 1964, dal 1969 al 1972 e dal 1973 al 1974 nei governi di centrosinistra organico guidati da Moro, Rumor e Colombo, Giolitti è uno dei principali ispiratori della programmazione economica. Dal 1977 al 1985 è commissario presso la comunità economica europea.
Nel 1985 i contrasti con Bettino Craxi lo portano a lasciare il partito e nel 1987 è eletto senatore come indipendente del Pci. Al termine della legislatura nel 1992 si ritira dalla politica attiva.
Le reazioni. 'Antonio Giolitti ha lasciato l'impronta di una personalita' di eccezionale levatura culturale e morale nella vita politica - sottolinea il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - la sua coerenza e la sua dirittura, sempre accompagnate da rara sobrieta' e discrezione, sono state per me personalmente fonte di ispirazione'. "Giolitti è stato un protagonista eccezionale della nostra storia - dice il segretario Pierluigi Bersani - fu un uomo di sinistra capace di vedere tra i primi errori e tragedie del socialismo reale mantenendo un rigore morale e una onestà intellettuale che ci mancheranno".
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/08/news/morto-giolitti-2224467/