Bianciardi Luciano

Non leggete i libri, fateveli raccontare

Autore: 
Bianciardi Luciano

Quando si legge Bianciardi è difficile, quasi impossibile non sentirsi chiamati in causa, se non addirittura scoperti, smascherati, insomma coinvolti così da vicino che i suoi libri si amano e si temono allo stesso tempo. Questo succede per tutte le sue opere, ma nei saggi forse un po’ di più. Non che nei racconti o ne La vita agra l’intreccio abbia mai costituito un freno per l’autore, semplicemente c’è meno filtro.

 
Se il titolo del volume, Non leggete i libri, fateveli raccontare, è una chiara provocazione, il sottotitolo non è da meno: “Sei lezioni per diventare un intellettuale dedicate in particolare ai giovani privi di talento”. Abituati come siamo a manuali di autoformazione di ogni tipo, oggi un prontuario con queste intenzioni non susciterebbe poi tanto stupore. Quello che sconvolge è pensare che è stato concepito e pubblicato nel 1967. L’originaria destinazione era il settimanale “ABC”, dove le sei lezioni che compongono il libro comparvero rispettivamente su sei numeri diversi.
Durante la lettura affiorano qua e là accenni alla società di quegli anni (i prezzi in lire, una classe politica che annoverava nomi come Moro e Fanfani...), per il resto, come giustamente sottolinea Ettore Bianciardi nella postfazione, il libro sembra scritto oggi. Il che, se da una parte è sintomo di una modernità stupefacente da parte dell’autore, dall’altra è indice di una letargia preoccupante da parte degli italiani, che – ahimé – sembrano drammaticamente rimasti in tutto uguali a se stessi.
 
Il vero bersaglio verso cui il mirino di Bianciardi punta è palesemente altro ed oltre, ad ogni modo il pretesto che lo ha portato a scrivere le sei lezioni è dispensare consigli a chi non è dotato di talenti particolari e che, lasciato solo o mal consigliato, “rischierebbe” di diventare impiegato di banca, controllore delle ferrovie o geometra del catasto.
In breve, Bianciardi, con le sue lezioni, intraprende una missione coraggiosa che ha come fine “salvare i giovani mediocri da un’esistenza mediocre, avviarli alla scalata dell’Elicona” (p. 4).
Un giovane medio, di ceto medio, confuso, con poca voglia di studiare e tanta, invece, di sfondare, non sbaglierà se deciderà di diventare un intellettuale. La condizione dell’intellettuale è vaga, piena di nebbia, confusa come lui e quindi perfetta. “La nebbia può essere dannosa, ma non sempre; a volte quando non c’è la si inventa, come nelle battaglie navali, per coprire i nostri movimenti al nemico. Lo stesso faremo noi; dopo tutto, quel fumo non lo abbiamo fatto noi, c’è sempre stato”, p. 10.
 
Bianciardi, oltre che un osservatore di prim’ordine, è stato soprattutto un intellettuale, e dunque i consigli dati al giovane di grandi speranze e poca volontà suonano quanto mai sarcastici.
Riassumendo: dopo il diploma, il Nostro, un provinciale – è notorio che la vera cultura si fa solo in provincia –, dovrà iscriversi a una facoltà moderna e indefinita, tipo Scienze biologiche. Non Lettere, troppo ovvio e vincolante. Frequentare quasi mai, ma bazzicare una cattedra minore a Lettere, per entrare nelle grazie di un giovane professore incaricato, perché in futuro... chissà. Logicamente non dovrà laurearsi, l’importante è fare esperienze, tipo imparare le frasi-cerotto essenziali, quelle che dicono e non dicono (“in qualche misura”, “ammesso e non concesso”...) e poi scrivere. Non certo sul “Corriere della Sera”, troppo difficile entrarci, magari su qualche rivista culturale, grazie agli addentellati del professore incaricato di cui sopra. Scrivere sì, ma ogni tanto, e non certo per diventare giornalista. Giornalista no, troppa responsabilità. Magari curare libri “evitando di scriverli o di tradurli. Due paginette di prefazione, tanto per mettere le mani avanti, mai elogiative, anzi limitatorie [...]. Se il libro andrà bene, suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dare la colpa a chi ha lavorato”, p. 33.
Insomma, quello che verrebbe fuori dalla cura Bianciardi sarebbe una specie di bersaniano scrutatore non votante, uno che "prepara un viaggio ma non parte" e "pulisce casa ma non ospita". Uno che vive a metà, non si schiera, non si sporca le mani, non si accolla nessuna responsabilità. Uno che non vuole problemi, come se agli altri piacesse averne.
Comunque, dal momento che anche per diventare un qualcuno senza saper fare qualcosa ci vuole una certa perizia, il Nostro dovrà imparare a sapersi comportare. Fondamentale è apprendere l’appropriata gesticolazione e la kinesi facciale degli inglesi, che con un frowning esprimono pensieri profondissimi; saper dosare le pause e tenersi al corrente dei vari eventi culturali. Badi, il Nostro, “tenersi al corrente”, non leggere. A questo penseranno gli amici dei circoli culturali di provincia, informatori sicuri e, soprattutto, gratuiti.
 
Il Nostro è ormai in società, non resta che trovare una moglie. Nel capitolo 4, “La giusta tecnica matrimoniale”, entra in gioco la donna, e tutto si complica. Perché dietro una donna c’è una famiglia e una famiglia è soprattutto un suocero. Bianciardi analizza cinque casi tipo di matrimonio, cinque livelli di difficoltà crescente, che vanno dal primo, facilissimo ma dai risvolti deludenti (“matrimonio per amore con ragazza di rango inferiore”) al top del top: “matrimonio con la figlia del padrone”, che può portare o ad agi vita natural durante o alla rovina definitiva.
Il padrone è un bel vecchio vegeto e arzillo, deciso a non morire soprattutto perché conosce i suoi eredi e sa che in mano loro la baracca andrebbe a rotoli. Si è fatto da sé, viene dalla gavetta e ne ricorda il sapore, anche se ha smesso di mangiarci dentro”, p. 68.
 
Ridere? Piangere? Gli opposti si annullano e si finisce la lettura apparentemente imperturbati, ma con un groppo alla gola e qualche sospetto in più. Su tutto.
Non leggete i libri, fateveli raccontare è un volume piccolino, ma pesa cento chili. È così tagliente che ferisce, ma anche così ben scritto che a voler citare i brani più significativi si finirebbe col trascriverlo da capo a fondo.
 
 
EDIZIONE ESAMINATA
L. Bianciardi, Non leggete i libri, fateveli raccontare, Stampa Alternativa, Viterbo 2008, pp. 95.
 
BIOGRAFIA AUTORE
Luciano Bianciardi (Grosseto 1922-Milano 1971). Dopo un’attività di insegnante e bibliotecario nella sua città, unita a una fervida promozione della cultura popolare (bibliobus, cineforum), nel 1954 si trasferisce a Milano, dove inizia a lavorare alla Feltrinelli. Insofferente alla disciplina aziendale, viene licenziato e inizia una vita di stenti, sostenendosi con oltre cento traduzioni dall’inglese (H. Miller, W. Faulkner...). Dopo alcuni romanzi giovanili (Il lavoro culturale, 1957; L’integrazione, 1960), nel ’62 esce La vita agra. Contrario ad accettare compromessi con la cultura del tempo, si chiude in se stesso e imbocca la via dell’alcool, che lo condurrà alla morte nel 1971.
 
 
Paola Biribanti, dicembre 2008
 

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ISBN/EAN: 
9788862220545

Commenti

Oggi come ieri. Ieri come oggi.

Io non mi so comportare.
Per il resto, sono un "giovane mediocre da un'esistenza mediocre".
Bel pezzo Paola.
Prima o poi lo leggerò, questo mio corregionale.
(-:

D'altronde, se lo Stanghellini aveva scritto a suo tempo "introduzione alla vita mediocre" (romanzo), era giusto che sempre un toscano volesse salvare dalla "vita mediocre".
(ovviamente le due "vite mediocri" sono intese in modo diverso. era giusto una coincidenza di termini, tutto qua)

"Il che, se da una parte è sintomo di una modernità stupefacente da parte dell?autore, dall?altra è indice di una letargia preoccupante da parte degli italiani, che ? ahimé ? sembrano drammaticamente rimasti in tutto uguali a se stessi."

(passo al volo, a notte fonda, per salutare e per integrare l'archivio Bianciardi!)

un commento non è stato caricato....
allora dicevo che Bianciardi prima o poi lo recuperò dopo averne tanto sentito parlare qui e che, se nulla è cambiato in tanti anni, è dura!!!!

Ottima segnalazione (grazio Francesco Giubilei, ottima anche la tua segnalazione!), bella pagina (stupendo il riferimento a Bersani). Moderno sì, anche se certamente datato nel consiglio sulla moglie (oggi le cose girano in modo diverso e accanto ai suoceri ci sono molti papà...).
Graffiante. Ma a questo punto seguo il link di Francesco e vado a leggerlo... Grazie.

Grazie a Francesco Giubilei scopro il Comitato Antifondazione Luciano Bianciardi e - soprattutto - i Bianciardini.
Da tenere d'occhio.

Leggo questo incipit...

"Quando si legge Bianciardi è difficile, quasi impossibile non sentirsi chiamati in causa, se non addirittura scoperti, smascherati, insomma coinvolti così da vicino che i suoi libri si amano e si temono allo stesso tempo. Questo succede per tutte le sue opere, ma nei saggi forse un po? di più. Non che nei racconti o ne La vita agra l?intreccio abbia mai costituito un freno per l?autore, semplicemente c?è meno filtro".

> E mi sento a casa.

"Giornalista no, troppa responsabilità. Magari curare libri ?evitando di scriverli o di tradurli. Due paginette di prefazione, tanto per mettere le mani avanti, mai elogiative, anzi limitatorie [?]. Se il libro andrà bene, suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dare la colpa a chi ha lavorato?, p. 33.

> Aggiungere due righe sul concetto di "fare il libro" ed ecco che 40 anni dopo niente è mutato.

Nota sulla bio:

"Contrario ad accettare compromessi con la cultura del tempo, si chiude in se stesso e imbocca la via dell?alcool, che lo condurrà alla morte nel 1971."

> senza commento.
Ottimo contributo. Come sempre.

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