LA MORBIDA BOLLA DI LUCE GOCCIÒ E SI RUPPE SULLA PAGINA APERTA
“Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle. Et dietro poteranno seguire fanterie assai illese.
Ma tu, moro, mi starai a sentire?” (p. 30)
Questo romanzo è opportuno non sia dimenticato mai; e che venga adottato come monumento della narrazione in prima persona, nel nostro Novecento, e rammentato come lucida e amarissima riflessione sul senso dell’esistenza d’un letterato anarcoide, estraneo ai dogmatismi e al servilismo quale era il Bianciardi, incapace di genuflettersi e di corrompersi nel nome del dogma comunista, padrone allora dell’editoria “alta”, e come rappresentazione unica e scintillante del rifiuto del sedicente “miracolo” economico longobardo-italiota.
Bianciardi è stato un artista scomodo: pretendeva di tutelare la sua diversità intellettuale ed estetica, e la sua atipicità, esistendo e scrivendo. È morto troppo giovane, abbandonato a se stesso, vittima delle giostre della vita, del sistema e della negazione delle convenzioni e delle consuetudini di certe oligarchie – altri direbbero: sovrastrutture – della nostra società. Questo “La vita agra” è un romanzo che non ha precedenti, e non ha avuto ancora adeguati epigoni: non solo nello splendido e trascinante sentimento d’anti-milanesità, nella virile e rabbiosa demolizione dell’icona immonda del culto della grana; ma nella franca e splendida adozione d’una narrazione autobiografica d’un microcosmo che altrimenti e altrove è stato idolatrato – quello vincolato alla nicchia artistoide di Brera, feltrinellide e marxistella, misera e marchettara e dogmatica.
Narratore e autore coincidono. Undici capitoli di riflessioni, digressioni e campionature d’una realtà – quella dell’Italia “miracolata” dal consumismo e dalle nefaste evoluzioni americanoidi della Weltanschauung e della prassi delle aziende – vissuti in quella Milano, odiosa e spocchiosa capitale dell’industria italiana, che il toscanissimo Bianciardi non tollerava e non digeriva affatto; e che sembra aver scelto come tomba, come luogo eletto all’autodistruzione del suo talento, della sua intelligenza e della sua scrittura.
Parte per l’orrenda, nebbiosa e inquinata ex colonia romana, come fosse incaricato d’una missione – quella di rivendicare la memoria e l’onore di quarantatre morti, operai caduti nell’esplosione “pilotata” d’una fabbrica nei dintorni di Montemassi: cinquantamila anime ai funerali, subitaneo e prevedibile infine il silenzio-stampa. Parte, e si ritrova nella cittadella freak e dissoluta e caotica di Brera – omaggiata con un improbabile excursus etimologico proprio nelle prime battute (il peggior incipit della narrativa italiana del Novecento: un eroico e deliziosamente presuntuoso disboscamento dei lettori d’occasione, degli amatori e degli estranei alla Letteratura): parla d’una biblioteca, già prepositura degli Umiliati e casa insegnante dei compagni di Gesù, in cui gli addetti sono quasi tutti mutilati alle mani; e del suo compagno di camera, Carlone, fotografo di provincia ed ex campione di rugby, e della nostalgica (ma dell’antico impero di Franz Josef) padrona di casa, signora De Sio; delle serate in osteria, e dell’amena umanità breriana. Exemplum, il triestino Franz: “Ogni tanto la sera io uscivo con Franz il triestino, a passeggiare per le strade dopo cena, a bere qualcosa in una tampa piena di fumo e di uomini con gli occhi rossi e il viso duro, bluastro, a cantare. Io cerco sempre la compagnia dei triestini, perché sono uomini franchi e ventilati, aperti e disponibili a influenze composite, slave, absburgiche, dalmate e veneziane” (p. 22).
Questo è lo stile delle intelligenti, personalissime e geniali descrizioni di Bianciardi: capace di sintetizzare, in poche battute, lo spirito (universale) d’una città mediante le tratteggiate caratteristiche d’un suo eccellente e stravagante esponente. Picchia duro quando ironizza sulle degradanti questioni di quello che, negli anni Sessanta, era e restava il “Partito”, per gli intellettuali. Come in questo caso, con classe e garbo: in un dialogo tra un’indottrinata redattrice e uno scrittore libero e intelligente: «“Visconti, no? Tu ricordi, no?, ricordi le parole del tenente Mahler. Che cosa mi importa se oggi i nostri hanno vinto in un posto chiamato Custoza, eccetera. Mahler è consapevole della fine degli Absburgo, come Visconti è consapevole della fine della società borghese”.
Io volevo obbiettargli che allora (nel 1866), il tenente Mahler non poteva essere consapevole della fine degli Absburgo (fu nel 1918, più di mezzo secolo dopo); e che la battaglia di Custoza fu chiamata così attorno al 1868, da uno storico militare di cui mi sfugge il nome (ma in quel momento lo sapevo); perciò Mahler, la sera della battaglia, e standosene a Verona, e ubriaco per giunta, e a letto con una donna, come faceva a sapere che c’era stata la battaglia di Custoza? Ma non ebbi tempo di dirglielo perché lui doveva scappare a casa, e poi a una conferenza sul realismo» (p. 51).
Inevitabilmente, nella Milano delle riviste, dei quotidiani e delle case editrici – nucleo vivo della cultura italiana post-bellica – la vita di Bianciardi va a rifrangersi sugli scogli parolai di queste creature robotiche e indottrinate. Più avanti, discutendo di strategie politiche : «“Come opportunistico? C’è da lasciarci la pelle”, “E che vuol dire la pelle? Opportunista è chiunque abbandona la linea del partito per sostituirvi il proprio tornaconto individuale”» (p. 56). Senza considerare che questo “tornaconto” fosse tutt’altro che individuale, e che le insipide battute dell’evangelizzata interlocutrice fossero ben rivolte a rafforzare il concetto di “lotta comune, lotta delle masse”, passiamo oltre: ancora a registrare l’efficace lavaggio del cervello dei quadri intellettuali del Partito, questo scambio di battute a proposito d’una sezione composta da ceti medi. Inutile partecipare, pensa ovviamente l’amico degli operai: ed ecco cosa gli viene replicato: “No, non è inutile, perché la sezione ti dà sempre la concretezza della lotta politica, e la lotta politica è una sola, nostra e degli operai” (pp. 60-61). Amen: e amen a quel partito, e a chi lo vota quaranta anni dopo, oggi: cieco e incosciente.
Bianciardi narra della sua Brera comunistella e intellettualoide, della precarietà della sua esistenza e delle sporadiche e grottesche opportunità di lavoro, della facilità di licenziamento e della neo-umanità lombardo-aziendale, e d’un amore nuovo – amore di amanti – che gli ruba quiete e armonia; incontra Anna, cominciano a convivere e cambiano due volte casa, incontrando sempre nuove noie burocratiche ed economiche. L’artista ha moglie e figlia in Toscana, e deve versare denari per il loro sostentamento: frattanto, i gelidi funzionari longobardi pretendono schei, a nastro. Si narra del trasferimento di lei nella sezione del Partito locale: della quotidiana battaglia della coppia per la sopravvivenza, dell’impatto col mestiere di traduttore – e con i satrapi della traduzione nella Grande Casa Editrice dei Compagni – e della dolcezza d’una passione irrinunciabile e tracimante. Fino a raggiungere un equilibrio come questo, nella collaborazione con la sua amata: “Riuscivamo a fare anche quindici, venti cartelle al giorno. (…) E senza bisogno di prendere il tram, senza bisogno di tenere rapporti col prossimo, tranne che alla fine del mese per la consegna del lavoro. Potevamo starcene tranquilli in casa nostra, lavorare vicini dalla mattina alla sera, in buona armonia, senza timore di licenziamenti, né di segretarie attiviste, né di dirigenti in ascesa.
Così mi ripeteva Anna, che tante volte m’aveva visto rincasare abbuiato e stanco. Certo, le rispondevo io, ma il pericolo adesso era un altro: di trovare gente come la vedova, che ti controlla gli apostrofi e le rime, ti rimprovera le locuzioni dialettali. Allora i casi sono due: o ti impunti, e fai la figura del piantagrane, o lasci perdere e stai zitto, e fai la figura del cretino. Nell’uno e nell’altro caso non ti danno più lavoro” (p. 144).
Il romanzo della vita agra del grande Bianciardi avanza così, per torrenziali digressioni e irrefrenabili e metodiche registrazioni di dialoghi domestici o lavorativi; scolpendo l’immagine d’un individuo che orgogliosamente rifiutava l’Italia nuova, e s’era efficacemente anestetizzato all’inesistente Italia sognata dal partito rivoluzionario per antonomasia; e che tuttavia nell’area di quel Partito, e nella città di quel “miracolo” s’era trovato a vivere, per più facilmente votarsi alla cancellazione di sé.
“Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano” (p. 174).
“Archeologia del presente”, per adottare una categoria vassalliana, nel 1963: che dovrebbe concludersi con quelle immortali quattro pagine di pura descrizione d’una società utopica (cap. X: da 178 a 182), che andrebbero iniettate ai dogmatici e ai fedeli d’ogni ideologia come antidoto alle menzogne delle quali si sono nutriti, e nel culto delle quali sono stati allevati.
Non ne trascriverò nemmeno una riga, perché pretendo d’aver convinto il lettore a tornare in cerca di questo romanzo.
Bianciardi è dotato d’un immenso talento scrittorio, e ha uno stile impressionante: erudito e tuttavia leggero, intenso e profondissimo, sarcastico e incisivo. Qualcuno preferiva finisse dimenticato: non accadrà.
Destinato a essere spada e scudo della prima generazione che s’opporrà alla milanesizzazione dell’esistenza, e alla vuotezza degli ordini e degli anatemi delle vecchie ideologie: ribadisco, monumento della narrazione in prima persona nel nostro Novecento narrativo.
Da avere: non solo da leggere.
Un bicchiere alla tua salute, vecchio artista.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971), giornalista e scrittore italiano. Si laureò in Filosofia presso l’Università di Pisa. Esordì pubblicando il romanzo “Il lavoro culturale” e il libro-inchiesta “I minatori della Maremma” (in collaborazione con Carlo Cassola) nel 1956.
Luciano Bianciardi, “La vita agra”, Rizzoli, Milano 1962.
Bianciardi Luciano - Da Quarto a Torino - franchi
Bianciardi Luciano - Il fuorigioco mi sta antipatico - Emanuele Lacopo
Bianciardi Luciano - Il lavoro culturale - AngelaMigliore
Bianciardi Luciano - L'integrazione - franchi
Bianciardi Luciano - La mamma maestra - franchi
Bianciardi Luciano - La solita zuppa e altre storie - Emanuele Lacopo
Bianciardi Luciano - La tradotta per Mosca - franchi
Bianciardi Luciano - La vita agra - franchi
Bianciardi Luciano - La vita agra - Gordiano
Bianciardi Luciano - Non leggete i libri, fateveli raccontare - Paola Biribanti
Bianciardi Luciano - Non leggete i libri, fateveli raccontare - franchi
Bianciardi Luciano - Un occhio a Cracovia - franchi
Bianciardi Luciano, Cassola Carlo - I minatori della Maremma - franchi
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2005.
Commenti
?Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera ? bianchi e neri ? della sensibilità contemporanea. Vi canterò l?indifferenza, la disubbidienza, l?amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle. Et dietro poteranno seguire fanterie assai illese.
Ma tu, moro, mi starai a sentire?? (p. 30)
?Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un?ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano?
Convinta.
Voglio leggere quelle quattro pagine e tutte le altre prima e dopo.
Non lo conoscevo - se non di nome.
L'articolo è uno dei più appassionati che abbia mai letto.
Andrò a comprarlo domani.
Danke
(grazie a voi. Vedrete che sarà un buon viatico per quel che stanno organizzando qui:
http://www.lankelot.eu/forum/viewtopic.php?t=723
- a proposito, Angela grazie per il contributo di Eco, non lo conoscevo proprio! -
Figurati. (Potere di Google)
Ho girato un po' per vari siti internet e mi è capitato di leggere dei tre processi subiti da Bianciardi. Riporto testualmente: "uno intentato dall?ex minatore Otello Tacconi, per l?atteggiamento ribellistico assegnatogli nella Vita agra e da questi giudicato eccessivo; uno da un artigiano che si sente offeso dalla parodia che sempre nella Vita agra si compie della sua parlata settentrionale; e uno provocato da un lettore perché scandalizzato dall?esplicitezza di un racconto come La solita zuppa. Il primo processo termina per decesso del querelante, il secondo lo perde e l?editore e è costretto a ritirare le copie in commercio e stampare un?altra edizione emendata del breve episodio, nel terzo è invece assolto, con sentenza del tribunale di Varese presieduto da Vincenzo Rovello, processo nel quale tra gli altri era stato chiamato a produrre un?expertise Umberto Eco".
Fonte: http://www.webalice.it/claudiusdubitatius/Trivium/Bianciar_Approfond/Fon...
"Più avanti, discutendo di strategie politiche : «?Come opportunistico? C?è da lasciarci la pelle?, ?E che vuol dire la pelle? Opportunista è chiunque abbandona la linea del partito per sostituirvi il proprio tornaconto individuale?» (p. 56)."
Ave Bianciardi.
When you sleep
do you see an angel
in dying light
Or can you see someone standing outside
trying to set you alight
Or maybe you've seen someone somewhere
before
that I might have loved
if i'd never loved you
but you only see me
in bad dreams
*
The God Machine. In Bad Dreams.
La lettura dell?inedito bianciardiano Il fuorigioco mi sta antipatico, edito dalla coraggiosa e controcorrente Stampa Alternativa, mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano un vecchio libro sicuramente da rileggere: La vita agra (Rizzoli, 1962). La mia edizione del capolavoro di Bianciardi è un ingiallito librettino della BUR, l?economica Rizzoli lanciata per contrastare gli Oscar Mondadori, datato 1980 e uscito in quarta edizione. Credo che ci abbia preparato gli esami di maturità mio fratello, portava La vita agra e Il podere di Tozzi, due classici maremmani imprescindibili per chi è nato dalle parti di Grosseto. Bianciardi è un grande della letteratura italiana e basta leggere le sue risposte calcistiche per rendersene conto. La sua prosa genuina e sincera rende tutto letterario, persino una chiacchierata da Bar Sport su chi sia più forte tra Mazzola e Rivera. Credo che soltanto Bianciardi, Arpino (ricordate Azzurro tenebra?) e Brera (Il corpo della ragassa è un piccolo capolavoro ed è ottimo anche l?omonimo film di Pasquale Festa Campanile, interpretato da Enrico Maria Salerno e Lilli Carati) abbiano saputo parlare di sport sfoggiando tanta cultura senza darlo a vedere. Altri tempi. Adesso non vedo in circolazione scrittori italiani con tale grandezza di pensiero e simile versatilità. Adesso tutti scrivono noir e gialli con commissari ciccioni che vivono in provincia, scoprono delitti e mangiano fettuccine. Quando va bene, perché prospera anche la narrativa del niente allo stato puro, fatta di esercizi di stile fini a se stessi, che poi uno finisce il libro e si domanda cosa ha letto e soprattutto perché ha perso tempo con roba simile. Gli esempi sarebbero infiniti, ma li lascio alla vostra fantasia. Dicevamo di Bianciardi, ché quando mi infervoro perdo il filo, mi pare che l?argomento fosse l?importanza dello scrittore maremmano ai giorni nostri e la rilettura de La vita agra. Non solo, badate bene, anche Il lavoro culturale (1952) varrebbe la pena, ché racconta le contraddizioni della vita in provincia tra lavoratori e borghesi, e l?importanza di un uomo di cultura capace di calarsi nei panni dei poveri. Il capolavoro di Bianciardi resta La vita agra, ambientato in una Milano nebbiosa e grigia, cronaca di fallimenti ripetuti, di vita indifferente e inutile, di incomprensioni tra le strade di una metropoli in continuo sviluppo. A Milano, Bianciardi finisce per rimpiangere Grosseto, la sua Kansas City, una città aperta al vento e a i forestieri abbandonata nottetempo senza domandare il permesso,che in ogni caso lo aveva deluso. Rimpiange una vita a misura d?uomo dove si prende un treno e il controllore si ferma a fare due chiacchiere con te, nemmeno ti chiede il biglietto perché ormai ti conosce, ma s?informa perché manca un passeggero che vede ogni giorno. A Milano si va a lavoro in tram e nessuno scambia due parole, si pensa soltanto al proprio interesse, al tempo che corre, se un uomo cade a terra perché ha avuto un malore nessuno lo aiuta. Il protagonista del libro vive la sua avventura milanese rimpiangendo la provincia, fa traduzioni con la sua compagna e cerca di avere pochi contatti con un mondo che non comprende. Il romanzo è frutto di una solenne incazzatura (parole di Bianciardi) contro una realtà consumistica che l?autore non accetta e invita il lettore a non farsi convincere e a contrastare i meccanismi del mercato. Battaglia perduta, purtroppo. Non è servito neppure portare al cinema questo capolavoro e far vestire a Ugo Tognazzi i panni di Bianciardi. L?Italia di oggi è figlia di tutte le sue paure e adesso ogni piccola realtà della penisola è come la Milano che spaventò così tanto quel maremmano trapiantato in città.
?Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia, perché c?è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim?ordine. I fenomeni sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali? (da Il lavoro culturale). La provincia però sconfigge Bianciardi, non lo accetta e non lo gratifica, così come la Milano congestionata e cinica, che riduce l?uomo a macchina. Bianciardi dissacra il mito del benessere dell?Italia del boom economico e critica la vita impersonale della città, dove si viaggia in tram in compagnia di estranei che non si parlano, anzi di nemici che si odiano.
Stampa Alternativa pubblica adesso Il fuorigioco mi sta antipatico (Eretica ? Pag. 380 ? Euro 16,50), un volume antologico che raccoglie le risposte date da Bianciardi ai lettori del Guerin Sportivo nel periodo 1970 - 1971. Un libro fondamentale per conoscere da vicino l?autore de La vita agra che in questo colloquio franco e aperto da maledetto toscano si mette a nudo di fronte a una vasta platea di lettori.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
www.quasiquasifaccio.splinder.com
Troppo bella! Pubblichiamola come articolo!
Effettivamente meritava qualcosa più della sola presenza come commento
Carissimo Gianfranco,
gran bel pezzo, autenticamente bianciardiano, senza scimmiottare.
Qualche osservazione:
1-(...anarcoide) ritengo che Big Luciano fosse proprio esistenzialmente anarchico, e non individualista, di destra, stirneriano, per intenderci; senza partiti, né movimenti, e l'anarchismo nasce alto, poi diventa, passando per vari, idioti inutili bombarolismi, abilmente sfruttati da questure del tempo (piazza Fontana, Milano), una merdaccia come attualmente è, se penso ai Black Block, agli Anarco-Insurrezionalisti e via spazzaturandosi il nasino. Anarcoide è chi non sa farsi altro che i cazzetti propri, senza rispetto per niente e nessuno, insofferente a tutto tutti, ma senza vere, toste ribellioni del giusto, del generoso, solo per le proprie, spesso marce, libertà. E' gentucola.
2-'Schèi' non è milanese, ma veneziano o triestino ;o). 'Ghèi' lo è.
3-Milano, se si ha voglia di conoscerla fuori dai cliché, fatto salve tutte le giustissime critiche che 'Big Luciano' fece e anch'io ho sempre fatto, è anche una città d'arte, e la fondarono i Galli Senoni; poi Romani e orde germaniche se ne impadronirono.
4-Sarei, a tempo debito, estremamente felice di fare da cicerone per un Sentiero Biancardi, nel suo segmento milanese, forse, per la sua opera e il suo significato per noi e i posteri, la più, negativamente, importante.
Con affetto e stima,
ALB.
Ave Alb! E benvenuto ancora, e grazie per questi tuoi primi abnormi commenti. Dunque -
"anarcoide" ho scelto di adottarlo proprio perché qualche compromesso, poi eccezionalmente scartato, il buon Luciano doveva pure averlo fatto: come ciascuno degli integralisti, difficilmente poteva essere totalmente "senza macchia": "senza paura" lo era senza dubbio. Non dimentichiamoci che era un feltrinellide, e che comunque lavorava da traduttore. Ho preferito una lettura meno agiografica e più equilibrata, resistendo alla tentazione dell'agiografia;) (a proposito: Stirner è uno dei miei totem, ci torno spesso su).
*
"schei" - te gà rason, mea culpa:)
*
Un giorno s'andrà per quel sentiero, quando si potrà bianciardare internazionalmente a dovere. Omaggi!
A proposito di Stirner:
http://www.lankelot.eu/?p=773
qui le mie riflessioni post prima lettura.
Interessante segnalazione di Andrea Brancolini:
Bianciardi!
Un film di Massimo Coppola
Produzione: Isbn Milano Films / Indigo Film
Italia, 2007
Soggetto e sceneggiatura
Massimo Coppola
Alberto Piccinini
Immagini
Giovanni Giommi
Suono
Alberto Fasulo
Montaggio
Giogiò Franchini
Latino Pellegrini
Prodotto da
Massimo Coppola
Giacomo Papi
Francesca Cima
Nicola Giuliano
Luciano Bianciardi (1922-1971) è stato uno degli scrittori e giornalisti più influenti degli anni sessanta. Autore di La vita agra, intellettuale a cottimo ossessionato dalla macchina per scrivere, dalle donne e dalla televisione, ha raccontato il suo tempo con instancabile e spietata dedizione. Arrivato nella Milano del boom economico, con una missione da compiere in nome dei minatori della sua Maremma uccisi dal grisou: fare la rivoluzione. Finirà inesorabilmente stritolato dagli ingranaggi della trionfante industria culturale italiana. Muore a 49 anni abbandonato da tutti, col fegato consumato dall?alcol.
«Abbiamo viaggiato tra Grosseto, Roma, Rapallo, Milano, per ascoltare le voci di quelli che vissero vicino allo scrittore la sua ?vera? vita agra. Dalla compagna Maria Jatosti, per cui mollò moglie e figli e scappò a Milano, alla figlia Luciana, con la quale riallacciò un tenero e drammatico rapporto negli ultimi anni di vita. E poi i suoi editor, i vecchi amici di Grosseto, quelli della boheme milanese e quelli dell?esilio di Rapallo, il luogo che aveva scelto per scappare da quella Milano che ?lo aveva accolto a braccia aperte ? come ricorda Maria Jatosti ? ma che non amava, che anzi disprezzava?.
Proprio la Milano di oggi, vista dal finestrino di una vecchia Fiat (la stessa su cui Bianciardi fece e raccontò un viaggio in Marocco), fa da sfondo a queste voci. Non è rimasto niente di allora, di quella stagione della cultura italiana, così come non è rimasto niente della miniera di Ribolla, che saltò in aria e accese la rabbia di Bianciardi fino alla fine della sua vita. O forse, è rimasto tutto. Tutto quello che Bianciardi aveva già visto quarant?anni fa: la sconfitta, la fine delle speranze, l?impossibile fuga dalla grigia normalità della vita e dall?inesorabilità del potere.»
Massimo Coppola e Alberto Piccinini
Luciano Bianciardi. Milano, 1962
http://www.isbnedizioni.it/index.php?p=837
Ho appena rivisto la mia pagina su Bianciardi e mi sono accorta che i due link proposti nell'approfondimento non funzionano.
grande, rimedio anche qua.
Parlerò di Bianciardi a Casa Pound. Sarà un onore.
presto i dettagli...
http://www.ladestra.info/?p=26315
GRANDE SERATA.
(alla faccia dei compagnucci e delle loro rappresaglie ideologiche. Come Bianciardi insegna)
ah....capito di più l'altro commento.
ripicche da scuola elementare. niente di più.
l'ho detto e lo ripeto:
la destra e la sinistra (quelle vere) devono prima tagliare i ponti con le loro derive violente, e mai più passare sopra, ignorare, certi comportamenti, e dopo parlarsi.
fino a quando ci sarà qualcuno, da una parte o dall'altra, che vorrà confrontarsi a mazzate invece che in una discussione, queste cose continueranno.
ripicche da scuola elementare, appunto. opinione mia.
Assolutamente d'accordo. Aggiungo: ieri, Casa Pound ha dato una gigantesca, memorabile lezione di democrazia a chi si comporta come quelli che hanno minacciato Baraghini. Mi sembra un dato abbastanza enorme, e tanti dovrebbero rifletterci su. Io so che Bianciardi sarebbe stato dalla parte giusta. Al posto mio, ieri. Ecco perché sono fiero di aver letto i suoi passi, al di là di cari amici ritrovati e nuovi incontrati.
E aggiungo ancora: siccome so che molti hanno trovato "normale" il comportamento di Baraghini, io sono convinto che non sia cambiato niente rispetto al nazismo rosso di tanti anni fa e che quel nemico vada combattuto e debellato con la stessa ferocia dialettica degli anni Novanta, sul territorio.
I comunisti dovrebbero essere spazzati fuori dalla tolleranza della legge. Questo è quanto. E Bianciardi era d'accordo, considerando quel che di loro scriveva. Loro, e il loro dogma.
Roma, 9 dic. - (Adnkronos) - Non ci sara' Marcello Baraghini, fondatore della casa editrice 'Stampa alternativa', alla conferenza sulla figura dello scrittore Luciano Bianciardi che si terra' domani sera a Casapound, in via Napoleone III n. 8 a Roma. Baraghini, che aveva annunciato pubblicamente nei giorni scorsi la sua presenza, e' dovuto tornare sui suoi passi ''a seguito del linciaggio feroce cui e' stato sottoposto dai custodi dell'ortodossia d'accatto dell'antifascismo a the' e biscottini'', spiegano gli organizzatori, sottolineando anche: ''Il commento pubblico di Baraghini dice tutto: 'Da oggi mi sento meno libero'''.
''Tornata a occuparsi delle vicende nostrane dopo la conclusione dell'Isola dei Famosi, l'estrema sinistra ha mostrato di nuovo il suo consueto volto: quello di un antifascismo trinariciuto, ottuso e intollerante", commenta Gianluca Iannone, responsabile nazionale di Casapound Italia, spiegando che conferenza, che si terra' regolarmente domani, parteciperanno Roberto Alfatti Appetiti, Domenico di Tullio, Luciano Lanna e Gianfranco Franchi.
"Quella di Baraghini e' stata una dimostrazione di anticonformismo e apertura mentale - continua Iannone - che non e' piaciuta ai soliti gendarmi del pensiero, protagonisti di un penoso e surreale psicodramma alla notizia che qualcuno voleva rompere la cortina di conformismo che a quanto pare deve continuare a regnare incontrastata sul mondo culturale italiano. Una vicenda che sarebbe anche divertente, se non fosse triste, per la sua capacita' di evidenziare il grado di livore, paranoia e miseria esistenziale che regna in certi ambienti che pure continuano a impartire lezioni di tolleranza a destra e a manca. Di tutto questo miserabile teatrino Casapound e' stata testimone ma non vittima, perche' la conferenza si fara' ugualmente, dando l'opportunita' a quanti verranno all'appuntamento di approfondire il pensiero di Bianciardi e l'importanza della letteratura eretica, per il maggior scandalo dei relitti dello stalinismo".
atteggiamento del tutto assurdo quello dei compagnucci. Vecchi retaggi.
Al di là di non apprezzare e di non aver nulla a che vedere con la destra di casapound, non vedo proprio il problema di una conferenza culturale in un contesto politico pure distante dalle proprie posizioni ideali.
E' uno dei casi in cui la tolleranza si riconosce in un sonoro "chissenefrega".
Tra l'altro in quel di Grosseto, proprio per iniziativa della Fondazione Bianciardi, ho visto vengono distribuiti i "bianciardini" al prezzo simbolico di 1 centesimo (ma più spesso a gratis).
Ottimo contributo, amice Lupo.
Mi impegno a portarti notizie di Casa Pound entro un mese: così vedremo assieme, punto per punto, se davvero un uomo intelligente come te non ha niente a che vedere con almeno una parte dei loro programmi.
vale ottimo,
gf
Per il momento ho letto quanto si trova nei siti internet.
Parte delle iniziative - di puro buon senso, senza colore politico - ritengo siano condivisibili, altre meno, altre non le ho proprio capite, altre mi pare siano piuttosto note e degne di discussione, altre - mi riferisco a quelle legate al ventennio, RSI etc etc - quale antifascista democratico ed appassionato di antiquariato le osservo con distacco e curiosità.
Volendo ci sarebbe da disquisire parecchio.
Spero di dartene occasione, amico mio.
Nei progetti prossimi c'è anche un'intervista ai ragazzi di Casa Pound. Secondo me ne viene fuori qualcosa di bello.
Vediamo;).
*
http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2008/12/conferenza-su-luciano...
qualche foto!
"La vita agra": Bianciardi sarà una delle mie prossime vittime, un autore molto affascinante.
?Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia, perché c?è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim?ordine". Bianciardi mi è autore consentaneo, perché la pensa esattamente come me. Vedi gli "incipit" dei raccontini che qualche tempo fa mandai in onda su "Lankelot".
ottimo, allora. Aspettiamo.
Ci puoi scommettere dott. Franchi, anche perché è un po' di tempo che stavo meditando di approfondire la questione della "Vita agra".
"... portava La vita agra e Il podere di Tozzi, due classici maremmani imprescindibili per chi è nato dalle parti di Grosseto...". A proposito di Tozzi, mi sono ricordato che tempo fa avevo scritto un lungo e articolato saggio su Tozzi, che tra l'altro avevo mandato in visione ( ma credo di aver preso una cantonata ) alla Rivista "Aeolo". Si tratta di uno studio piuttosto lunghetto e non so se posso proporlo anche in questa sede. Tu che ne dici, dott. Franchi? Lo pubblico "a puntate"?
Certo.
Intanto, qui:
http://www.lankelot.eu/index.php?tag=federigo-tozzi
trovi l'archivio dei 4 pezzi dedicati a singoli libri di FT.
Aggiungo un altro fatto a proposito del saggio su Tozzi. La Rivista "Aeolo" aveva preteso il fatto che il saggio fosse inedito. La clausola io l'ho rispettata in pieno: era inedito. Poi è successo che il saggio stesso fosse ritenuto "troppo lungo", e pertanto non non rientrava nel numero di "cartelle" previsto dalla Rivista. Allora l'ho "accorciato". Risultato: era ancora "troppo lungo", e mi veniva richiesto di ridurlo ulteriormente. Al che mi sono rifiutato. In sostanza: la Rivista "Aeolo" ha una copia "corta" del saggio. Quella che intendo proporre su "Lankelot" è il testo "integrale". Voglio dire: io in fondo sono in pace con la mia coscienza, perché quello che manderò a "Lankelot" è un testo "diverso" da quello proposto ad "Aeolo". Di conseguenza il cosiddetto "codice d'onore" ritengo sia salvo.
Assolutamente.
E poi basterà integrare, in calce, una o due righe complete di riferimenti alla prima pubblicazione ridotta dell'articolo.
Se davvero è troppo esteso andremo a suddividerlo in due parti.
Ottimo suggerimento: ti ringrazio.
d'altra parte...
http://www.lankelot.eu/index.php/format-letteratura-obbligatorio/
è scritto nei format delle recensioni dei libri: fa parte del regolamento. Era già tutto previsto;).
Bene. Tra l'altro ho visto che la tua attenzione, come quella di altri che hanno scritto su Tozzi, si è focalizzata su "Con gli occhi chiusi". Io invece ho affrontato uno dei romanzi, diciamo così, più tormentati dalla critica per la sua, almeno apparente, "incomprensibilità". Intendo riferirmi a "Bestie". E qui devo dire che ho lavorato molto lungo un sentiero che un appassionato filologo apprezza sempre: quello cioè delle "fonti". Un gioco che ancora trovo piuttosto divertente.
Ho scritto anche di "Ricordi di un impiegato" e de "L'amore", ma "Con gli occhi chiusi" rimane il libro di culto.
"Bestie" manca!
L'ho letto, non ne farò recensione, perché mi sembra abbiate già detto tutto. Gli ultimi capitoli mi hanno un po' stufato, ma nell'insieme mi sembra un autore ancora attuale per certi versi: precarietà nel lavoro, tasse! , condizioni alienanti di vita in città.L'unica consolazione sembra essere il sesso, grandi ardori in questo libro.
Sul tema del viaggio e sui rapporti sociali mi ha ricordato un certo Guido Orsini....
Il livello linguistico è decisamente alto, si sente che è un letterato fine.
Inoltre se è agra la vita dei letterati non è di meno quella dei minatori toscani, verso iquali dimostra un forte sensibilità.
:)
E' estremamente attuale. Soprattutto per il lavoro intellettuale. Non è cambiato niente; forse, rispetto ai suoi tempi, sono peggiorati i tempi di pagamento e praticamente spariti i contratti. Molti colleghi hanno il sogno di incontrare editori vecchio stampo, gentiluomini.
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Certo è che rispetto ai minatori che ha descritto con Cassola ce la passiamo di lusso. Soffriamo soltanto solitudine e isolamento. Ci si alcolizza a volte per non ammettere che è tutto qui. Grazie per aver condiviso le tue impressioni, Marina.
:)