La lettura dell’inedito bianciardiano "Il fuorigioco mi sta antipatico", edito dalla coraggiosa e controcorrente Stampa Alternativa, mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano un vecchio libro sicuramente da rileggere: La vita agra (Rizzoli, 1962). La mia edizione del capolavoro di Bianciardi è un ingiallito librettino della BUR, l’economica Rizzoli lanciata per contrastare gli Oscar Mondadori, datato 1980 e uscito in quarta edizione.
Credo che ci abbia preparato gli esami di maturità mio fratello, portava La vita agra e Il podere di Tozzi, due classici maremmani imprescindibili per chi è nato dalle parti di Grosseto.
Bianciardi è un grande della letteratura italiana e basta leggere le sue risposte calcistiche per rendersene conto. La sua prosa genuina e sincera rende tutto letterario, persino una chiacchierata da Bar Sport su chi sia più forte tra Mazzola e Rivera. Credo che soltanto Bianciardi, Arpino (ricordate Azzurro tenebra?) e Brera (Il corpo della ragassa è un piccolo capolavoro ed è ottimo anche l’omonimo film di Pasquale Festa Campanile, interpretato da Enrico Maria Salerno e Lilli Carati) abbiano saputo parlare di sport sfoggiando tanta cultura senza darlo a vedere. Altri tempi. Adesso non vedo in circolazione scrittori italiani con tale grandezza di pensiero e simile versatilità. Adesso tutti scrivono noir e gialli con commissari ciccioni che vivono in provincia, scoprono delitti e mangiano fettuccine.
Quando va bene, perché prospera anche la narrativa del niente allo stato puro, fatta di esercizi di stile fini a se stessi, che poi uno finisce il libro e si domanda cosa ha letto e soprattutto perché ha perso tempo con roba simile.
Gli esempi sarebbero infiniti, ma li lascio alla vostra fantasia. Dicevamo di Bianciardi, ché quando mi infervoro perdo il filo, mi pare che l’argomento fosse l’importanza dello scrittore maremmano ai giorni nostri e la rilettura de La vita agra. Non solo, badate bene, anche Il lavoro culturale (1952) varrebbe la pena, ché racconta le contraddizioni della vita in provincia tra lavoratori e borghesi, e l’importanza di un uomo di cultura capace di calarsi nei panni dei poveri. Il capolavoro di Bianciardi resta La vita agra, ambientato in una Milano nebbiosa e grigia, cronaca di fallimenti ripetuti, di vita indifferente e inutile, di incomprensioni tra le strade di una metropoli in continuo sviluppo. A Milano, Bianciardi finisce per rimpiangere Grosseto, la sua Kansas City, una città aperta al vento e a i forestieri abbandonata nottetempo senza domandare il permesso,che in ogni caso lo aveva deluso. Rimpiange una vita a misura d’uomo dove si prende un treno e il controllore si ferma a fare due chiacchiere con te, nemmeno ti chiede il biglietto perché ormai ti conosce, ma s’informa perché manca un passeggero che vede ogni giorno. A Milano si va a lavoro in tram e nessuno scambia due parole, si pensa soltanto al proprio interesse, al tempo che corre, se un uomo cade a terra perché ha avuto un malore nessuno lo aiuta. Il protagonista del libro vive la sua avventura milanese rimpiangendo la provincia, fa traduzioni con la sua compagna e cerca di avere pochi contatti con un mondo che non comprende. Il romanzo è frutto di una solenne incazzatura (parole di Bianciardi) contro una realtà consumistica che l’autore non accetta e invita il lettore a non farsi convincere e a contrastare i meccanismi del mercato. Battaglia perduta, purtroppo. Non è servito neppure portare al cinema questo capolavoro e far vestire a Ugo Tognazzi i panni di Bianciardi. L’Italia di oggi è figlia di tutte le sue paure e adesso ogni piccola realtà della penisola è come la Milano che spaventò così tanto quel maremmano trapiantato in città.
“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine. I fenomeni sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali” (da Il lavoro culturale). La provincia però sconfigge Bianciardi, non lo accetta e non lo gratifica, così come la Milano congestionata e cinica, che riduce l’uomo a macchina. Bianciardi dissacra il mito del benessere dell’Italia del boom economico e critica la vita impersonale della città, dove si viaggia in tram in compagnia di estranei che non si parlano, anzi di nemici che si odiano.
Stampa Alternativa pubblica adesso Il fuorigioco mi sta antipatico (Eretica – Pag. 380 – Euro 16,50), un volume antologico che raccoglie le risposte date da Bianciardi ai lettori del Guerin Sportivo nel periodo 1970 - 1971. Un libro fondamentale per conoscere da vicino l’autore de La vita agra che in questo colloquio franco e aperto da maledetto toscano si mette a nudo di fronte a una vasta platea di lettori.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971), giornalista e scrittore italiano. Si laureò in Filosofia presso l’Università di Pisa. Esordì pubblicando il romanzo “Il lavoro culturale” e il libro-inchiesta “I minatori della Maremma” (in collaborazione con Carlo Cassola) nel 1956.
Luciano Bianciardi, “La vita agra”, Rizzoli, Milano 1962.
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Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
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Commenti
Bianciardi è un vero punto di riferimento.
Lupi
Scrivine ancora. Va restituito alla luce che merita, almeno da noi.
Un inatteso e sostanzioso contributo proprio quando pensavo si fosse arenato l'approfondimento su Bianciardi, bene bene
Ho scoperto 'Big Luciano' nel 1992-3, quando ancora, un po' per sopravvivere, dopo altri lavori eterogenei svolti, lavoravo in fabbrica, che stavo per lasciare.
Chi me l'aveva fatto scoprire, dopo che, anni prima, avevo visto il film, non vorrei sparar cazzate, 'Una vita difficile', tratto dal suo 'La vita agra', era stato Pino Corrias, con 'Vita agra di un anarchico - Luciano Bianciardi a Milano'.
Per me, milanese di nascita, parzialmente per cultura, notevolmente dissidente per carattere, ideali, stile di vita, dalla 'milanesità standard', era stata una scoperta molto piacevole, commovente.
Molti e molte più milanesi, 'sostenibili', non standard, veloci, quando serve, dinamici/he, il giusto, non iperattivistiche trottole acefale, pensanti anche ai danée (soldi), per pagare le bollette, a fine mese, per pagarsi la cultura, per offrire ad amici, per crescere i figli, non per diventarne avidi schiavi, avrebbero, dovrebbero, specialmente adesso, interiorizzare potentemente la lezione, la versione, la splendida rabbia del giusto, del vivo, di 'Big Luciano'.
E invece abbiamo davanti a occhi e orecchie lo spettacolo ignobile d'una Milano di fango, per non dire peggio.
A me, che, comunque, quando vado in piazza Duomo, in Galleria, in Hoepli, in piazza della Scala, passeggio per via Dante, vado al Castello, in piazza Fontana, dove, qalche ora dopo, quel 12 dicembre 1969, ero con le lacrime agli occhi di fronte alla Nazionale dell'Agricoltura, a piazza transennata, capita, ancora, pensando anche alle gloriose Cinque Giornate, ai Partigiani - specialmente i questa giornata - scesi dalle montagne, che attraversavano il viale dove sono nato, Viale Certosa, per recarsi in centro, di emozionarmi come un bambino, con lacrime a volte asciutte, che bruciano ancor di più, perché trattenute, pesa ancor di più che la lezione di bianciardi sia stata capita, fatta propria, senza finte, stravolgimenti, da troppo pochi.
E troppo pochi milanesi, cazzo.
Anche se mi conforta l'orgoglio di non essere fra loro.
Riaprire il fuoco, dunque.
Di brutto.
Senza aggressività, inutilicrudeltà, sparar balle.
Quando daremo il via, potentemente, assieme, a una prima 'Bianciardeide', internazionale, magari, ci sarò.
E come.
E in prima linea ci sarà Ettore Bianciardi, con il quale sono in contatto, e non aspetta altro, e Gordiano Lupi.
Una volta avevo parlato, a quello che allora consideravo un vero editore, poi rivelatosi un editruffatore come tanti, di un progetto simile...
Uh, Bianciardi..., ah, oooh, beh, mica facile, poi era qui ed era là.
Poi mi sono accorto che, se Bianciardi l'avesse conosciuto, come me, l'avrebbe preso a caldi in culo e non metaforici.
Purtroppo so per certo che la figlia di 'Big Lucianoì', Luciana, fa, paradossalmente, tristemente, l'editruffatrice, pure lei.
Se suo padre lo sapesse, uno che ha avuto il coraggio e l'orgoglio sufficienti per dire no a Cilindro Montanelli, allora direttore del del Corsera.
Quando passo per via Solferino (paradossalmente lì, a una presentazione, ho conosciuto il mio secondo e ultimo, per ora "editore" e alcuni coglioncelli di pseudoautori e dintorni), sento che uno grande spirito aleggia su me.
Quello di un immortale, 'Big Luciano'.
Bianciardi è sicuramente uno scrittore di valore, e forse è vero che andrebbe rivisitato a fondo. L'articolo che ho letto è spontaneo e fatto bene.
aggiornato l'archivio!