“La solita zuppa e altre storie” trae un po' in inganno perché lascia credere, forse involontariamente, di essere una raccolta di racconti. In sé per sé non credo che qualcuno ne avrebbe mai sentito una gran mancanza (soffro molto a non poter inserire, ogni volta che esprimo queste opinioni trancianti, un 'io credo' o un 'secondo me', ma dicono che 'è brutto' allora... questa volta però gliel'ho strappato...): sebbene cerchi una struttura che possa contenere i vari scritti, che li ordini per materia almeno, in realtà non fa altro che mettere insieme una serie di performance più o meno narrative ma troppo eterogenee per esprimere un significato univoco, per far conoscere lo scrittore Bianciardi o aggiungere qualcosa di nuovo a quello già pubblicato in vita. Un tentativo certo più fortunato è quello della raccolta totale, un 'Tutti i racconti', e a riguardo l'ISBN col suo "Antimeridiano" (in collaborazione con la ExCogita) ha certamente avuto gioco più facile1.
Nella raccolta della Bompiani invece sembra di vedere le foto di feste, matrimoni, cene di famiglia in cui ci mostrano uno zio che non abbiamo avuto la fortuna di conoscere e ce lo indicano nelle sue espressioni tipiche, nei suoi tic, nelle sue risate a smorfia che lo scatto impietoso strappa sempre al nostro fluire. E così, nonostante tutti 'sti pacchi di scatti che nonne e zie continuano a tirare fuori impolverando l'aria vorticosa di tutto questo gran agitarsi, rimaniamo con un vuoto, una serie di battute avventure leggende o etichette (l'incazzato, l'anarchico, il traduttore,...) vuote in cui nulla rifluisce. Zio manichino.
Al contrario di quel che succede nell'ultima novità editoriale: in attesa del secondo Antimeridiano che dovrebbe raccogliere un fiore di tutte le sue mille e mille collaborazioni giornalistiche, è piacevolissimo immergersi (dalle foto ai filmini, lo zio si anima, si sente la voce!) ne “Il fuorigioco mi sta antipatico”, la raccolta completa dei pezzi che Bianciardi ha pubblicato sul "Guerin Sportivo" tra il 1970 e il 1971 (sebbene abbia letto qualche cosetta di troppo online, qualche dichiarazione un po' fuori posto).
Nel 1994, comunque, la Bompiani ha pubblicato questa raccolta (l'anno successivo la Microsoft diffonderà il 'verbo' con Windows 95, lo stesso anno inizieranno a prendere forma le prime schede accelleratrici 3d per i pc, il 3 dicembre però di quel '94 in Giappone la Sony lancia la prima Playstation) in cui confluiscono racconti 'erotici' (a detta della prefatrice), altri legati a temi del repertorio dell'autore e tre scritti inediti, giovanili, tratti da un diario che va dagli anni Trenta alla fine quasi dei Cinquanta.
Ricordando brevemente che Luciano Bianciardi fu scrittore redattore giornalista sceneggiatore critico anche televisivo (forse uno dei primi) ma soprattutto traduttore dall'inglese (Faulkner, London, Miller, Steinbeck, Huxley...); che animò, insieme alle altre figure più note, la vita culturale dell'Italia del nostro secondo dopoguerra partecipando anche alla nascita di una casa editrice che oggi può vantare, con le sue librerie in ogni dove, un monopolio mica da poco; ricordiamo anche che il fulcro della sua 'vicenda intellettuale', l'apice della sua produzione artistica è rappresentato dal romanzo "La vita agra", con cui salì agli onori delle cronache guadagnando un inaspettato successo di critica e pubblico.
Non verrà mai ricordato come un Calvino o un Pasolini ma fu presente ai suoi tempi, anche se oggi è quasi completamente dimenticato e ai soli figli Luciana ed Ettore sembra in pratica essere stata deputata la missione di non lasciare che si dimentichi. Forse scrisse poco, forse la sua penna autoriale non fu lungimirante quanto quella del giornalista, e ricordarlo solo per “La vita agra” o “Il lavoro culturale” o la traduzione dei Tropici di Miller indica un po' il limite del suo peso e della sua fortuna, magari segnata anche dall'aver perso gli anni '70.
Ma comunque non è per questo che la raccolta, a quindici anni quasi dalla sua pubblicazione e a più di trenta dalla scomparsa dell'autore, mostra i suoi limiti.
Subito eccessiva pare la voce della prefatrice - Luciana Bianciardi - quando saluta il primo gruppo di racconti come un capolavoro del genere erotico (“e raramente l'erotismo ha avuto così alta espressione letteraria”) in quanto non si trova fra questi nessuno che si possa richiamare a tal genere, e non per una mutata sensibilità o per un diverso senso del pudore sviluppatosi negli italiani in questi trent'anni, ma proprio perché probabilmente neanche nell'autore stesso c'è mai stato l'intento: dov'è l'erotismo, ad esempio, in un calciatore che racconta della propria disavventura professionale perché i ritiri prepartita gli impediscono di incontrarsi con la sua bella? Oppure in un marito che, sempre più convinto assertore del superamento dell'istituzione socialmente accettata della monogamia, si circonda di uomini che la pensano come lui ma finisce per cacciarli tutti da casa perché puntano a infrangere il tabù solo con sua moglie?
Raccontati in prima persona paiono più spesso piccoli reportage sui costumi licenziosi degli italiani, con i loro tradimenti, le scappatelle con le prostitute di varia estrazione, qualche mania (ancora non era arrivato il momento dei club privé, del bdsm e dei sexy shop), supportati da un'ironia piuttosto flebile che su di me non riesce a fare presa. Non sarebbe male affiancarli però ai noir di Scerbanenco, altro scrittore toltoci prematuramente, dove la Milano della fine anni Sessanta viene sceneggiata a tinte scure, priva di speranza, apparentemente molto più lontana nel tempo da quella contemporanea di Bianciardi. Questi, sulla prostituzione potrebbe essere l'altra faccia della medaglia, la parte più colorita, meno depressa, quella della commedia, quella bonaria, ancora ingenua che non si rendeva conto (o che magari non voleva rendersene conto) di ciò che c'era dietro, quella raccontata nell'episodio de “I Mostri” intitolato “Vernissage”, dove un padre di famiglia (Ugo Tognazzi), seguito durante il faticoso e sudato acquisto di una Seicento, macchina simbolo del 'boom economico', uscito dall'autosalone inaugura subito la vettura accostandosi ad una passeggiatrice.
Ma, nonostante questo, nonostante il sesso sia il fulcro del primo nucleo di racconti, tradimenti e compagnia bella, di erotico in senso stretto non c'è assolutamente nulla, niente di eccitante, pruriginoso, ammiccante, il primo bisogno pare essere solo quello della 'denuncia' ironica, della foto 'sbertucciatoria', dello smascheramento dei nostri (vecchi?) costumi. Si legga in proposito soprattutto "La solita zuppa", che dà il titolo al libro, in cui Bianciardi, forse adottando un piglio più deciso e serio, con l'astuzia narrativa di invertire i contesti del sesso e del cibo (così mentre la monogamia è culinaria il sesso nella promiscuità più ampia e spinta è la normalità) mette in bella vista il tabù. L'ironia, anche qui come in tutta la raccolta, appare modesta, quasi insipida alle volte, e il suo successo è affidato più alle corde dei lettori che non alla sua efficace capacità di spiazzarli, in parte spuntata dai trent'anni di cinema, televisione e letteratura che hanno fatto dello straniamento del punto di vista la loro carta vincente. Più 'dannoso' è lo stile del raccontare, didascalico, poco narrativo, piacevole niente da dire però mai gustoso, ed essendo racconti 'erotici' se si inizia a parlare troppo si perde, diciamo così, la 'poesia' dell'amplesso. Preoccupato molto per il dato sociale non lo scioglie in un'avventura che valga la pena raccontare, che pretenda la si racconti, é quasi più importante il narratore, la sua complicità col lettore che la 'rappresentazione', non pare tenti neanche di creare un simbolo, un racconto emblematico di una situazione, punta spedito a sbeffeggiare un costume parlandone direttamente (anche quando scambia il sesso col cibo finisce poi per essere molto poco velato).
La seconda parte è troppo eterogenea, non sembra saper mai dove puntare dove andare a parare, se si vuole sottolineare un 'dato', un costume, un comportamento o se si vuole solo parlare di una situazione intima, passeggera: manca l'incisività, un carattere nel dire, un motivo per tenere insieme i singoli racconti.
Al di là del miscuglio infelice, forse in questo caso gioca anche un ruolo importante il tempo: siamo entrati in un'altra epoca, le sassaiole, le vecchie signore e certi ricordi di campagna non ci appartengono più. Internet, l'i-pod, lo scontro di civiltà, la globalizzazione, i last minute, i voli low cost, le beauty farm, i beauty center, l'ecstasy... ci negano la naturalezza per calarci (e non sto parlando più dell'ecstasy, sia chiaro) in certi affreschi di vita minuta: ormai non capiamo come sia possibile mandare i bambini a fare le sassaiole o lasciarli girare da soli fino a tardi nutrendo la minima speranza di rivederli tornare a casa vivi o interi, con tutti quei tossici pedofili e chissà cos'altro. Certe gite nell'Italia che fu sono forse più facili a bordo di un romanzo (“Con gli occhi chiusi” di Tozzi, ad esempio), quando il respiro più ampio della narrazione dà la possibilità di abituarsi meglio al contesto, di entrare in agio, mentre il racconto nella sua brevità presuppone un immediato accomodarsi alla situazione ormai perduta: la vedova Fineschi, così autonoma, solitaria, 'benestante' (senza medicinali! Con un'incomprensibile, ai giorni nostri, salute!!), da noi sarebbe carne da macello, per gli eredi o per chiunque volesse approfittarne, non camminerebbe tranquilla fino al cimitero, e avrebbe paura a girare da sola. O almeno i nostri narratori avrebbero lo scrupolo, l'accuratezza di non lasciarla così al sicuro e intera (e sana) per tutta la vicenda.
Tornando comunque a quello che mi pare il difetto più grande, all'assortimento mal variegato di questo fiore, troviamo prose che del racconto perdono ogni minima traccia, persino trama e personaggi, perché racconti di narrativa non sono, piuttosto ampie riflessioni, affermazioni ben argomentate, piccoli approfondimenti tra lo storico e il giornalistico, come "Vita in Maremma" e "Il traduttore".
In altri casi invece si torna al racconto ma si mostrano, a chi conosca un po' la biografia dell'autore, talmente evidenti i richiami a persone o fatti da lui conosciuti che risulta più facile, invece di accettare la storia come invenzione, chiedersi se, in uno stile fabulatorio, lo scrittore 'maremmano' non abbia preferito raccontare un avvenimento realmente accaduto magari lasciandolo appena colorare dal narratore: “Alle quattro in piazza del Duomo”, ad esempio, in cui si citano come 'elementi' verosimili della vicenda famosi intellettuali suoi amici e un libro ormai fuori catalogo della Feltrinelli che ebbe un certo risalto a suo tempo. Ammettendo pure le condizioni diverse in cui io mi sono posto davanti alla pagina scritta, non credo sia un caso se un lettore del 'Guerin Sportivo' abbia confuso Bianciardi con il narratore di un suo articolo/racconto, certe affermazioni e battute che faceva sul giornale paiono ambigue e non si capisce sempre dove finisce la battuta e l'argomento diventa serio, sia quando parla di sé sia quando racconta dei politici o di personaggi storici: “Un occhio a Cracovia” ha come figura principale un barone tedesco nazista che viene fatto prigioniero, orbato di un occhio e messo alla fine al servizio di Israele con l'obbligo di non sostituire il 'tolto' con una protesi di vetro, perché si ricordi sempre ciò che in realtà era stato; in un articolo del 'Guerin Sportivo' Bianciardi afferma esplicitamente di aver voluto parlare di Moshe Dayan, personaggio emblematico per lo stato di Israele, suo generale e politico il cui nome significa niente popo di meno che “Mosè il Giudice”.
Altri brani ancora sono certamente racconti classici (“I Re Magi”, “Il prigioniero di Bull Run”, “Il volontario Sbrana”, il cui titolo e il cui epilogo mi lasciano decisamente titubante sulle intenzioni dell'autore) ma in alcuni casi mi sono trovato in situazioni così lievi, dimesse che ho finito per perdere qualcosa e non capire cosa avessi letto di preciso: sarà ancora una volta lo iato temporale ma potrebbe anche accadere che non sia io in grado di leggere un sottinteso, magari a causa del tono che, così accennato, finisce per anestetizzare l'ironia, offuscare nei miei occhi il contrasto. Resta il fatto incontrovertibile che non riesco ad abbandonarmi alla vena malinconica e perdo il sapore de "La casa al mare" o de "Il solo amore". Non credo minimamente sia un limite del lettore se un racconto non riesce a parlargli.
La terza parte infine, e purtroppo, lascia veramente il tempo che trova, essendo tre brani tratti da diari giovanili dell'autore buttati lì sui fogli senza alcuna presentazione, senza alcuna integrazione esplicativa, non si ha chiaro se si tratta di racconti o brani di un diario quotidiano, non viene spiegato come li introduce Bianciardi, in mezzo a cosa, perché li ha scritti, in che occasione... pare quasi avessero delle belle carte e abbiano fatto di tutto per metterle in bella mostra, tre quinti di scala reale ma nessun punto in mano. Apprezzeremo lo stile...
Non so dire se questa lettura sia stata una delusione o meno, se Bianciardi mi sia piaciuto o no, ma rimane il fatto che trovo la raccolta decisamente infelice.
Statemi bene.
APPENDICE D'AGGIORNAMENTO 19 febbraio 2007:
La possibilità di aprire l’Antimeridiano mi ha permesso, a recensione già pubblicata, di approfondire alcuni punti che mi avevano ’stuzzicato’ cammin facendo e che trovo giusto ora riportare qui in appendice per un piccolo maniaco bisogno di completezza.
I racconti sono una produzione che pur collocandosi in un periodo molto ampio, dagli anni Quaranta al 1971, non ha prodotto una messe abbondante di scritti come si potrebbe credere e non ha quindi mai avuto uno spirito organico più ampio, cioè un’ambizione che andasse al di là della singola pubblicazione su periodici, volumi collettanei o antologie per la scuola media (curate dallo stesso autore), le occasioni che hanno generato i vari interventi devono essere state molto varie e inconsapevoli. In questa forma svolgono però un’utilissima funzione filologica perché, seguendo la loro storia editoriale, si può osservare il progredire di idee e tematiche ricorrenti che finirono per approdare nell’opera maggiore dei romanzi.
Avevo segnalato la personale difficoltà nell’abbandonarmi alla narrazione per l’evidenza della traccia autobiografica, e i curatori dell’Antimeridiano mi vengono ora incontro sottolineando come, in questa prima fase di gestazione, sia ancora possibile distinguere la biografia dalla finzione, oltre che “le tracce di tipologie testuali diverse, quali il saggio, l’articolo di cronaca, il memoriale” (pag. 2077), ovvero tutti quei testi non narrativi però raccolti in “La solita zuppa e altre storie”. Ma a questo punto, per chi fosse più curioso e volesse avere sviscerato qualche esempio su questa continuità tra i racconti i romanzi e la biografia, devo rimandarlo direttamente al ‘mattoncino’ dell’ISBN, principalmente perché il “copie&incolla” non mi ha mai emozionato tanto, in secondo luogo perché non è su questo che ho qualcosa da dire. L’unica segnalazione al riguardo che mi permetto di fare, perché utile a quanto segue, è l’ultimo sviluppo del racconto “Il menisco” approdato infine, riadattato ampiamente soprattutto nell’introduzione, alle pagine del “Guerin Sportivo” come secondo pezzo pubblicato dall’autore, numero del 14 settembre 1970 a titolo “Maledetto menisco sarei Bernardini” (questo è poi il racconto che un lettore ha interpretato come pagina autobiografica e certo scevra da autobiografismo non è).
I curatori di questo primo volume dell’opera omnia bianciardiana chiosano così questa nota ai racconti: “Un ampio commentario, insomma, una sorta di cronistoria, di metaracconto. In questa prospettiva, il ritorno di nomi, temi, vicende, l’eco continua che travalica da un’opera all’altra non ci annoia, non ci pare materia ritrita ma traccia viva. È una spia, un segno che ci guida a comprendere la storia di un intimo e personalissimo rapporto con la scrittura, ovvero l’arte di smontare e rimontare i pezzi, di provare altre strade, di parlare di sé senza dire mai, o quasi mai, le stesse cose” (pag. 2078). Devo cercare innanzitutto di dimenticare i commenti critici letti su un’introduzione a “Il piacere” di D’Annunzio riguardo la sua arte compositoria con cui reincollava i pezzi già pubblicati (come racconti o articoli di costume) per dar vita al romanzo, il che segnala una volta di più come su uno stesso argomento le opinioni possano divergere sensibilmente. Detto questo posso finalmente rimanere deluso da una tale superficiale affermazione per la quale si vogliono vedere i racconti come unico campo di prova per il passo più importante e audace dei romanzi, visto che negli stessi romanzi, come per di più segnalano anche i curatori, ritornano tematiche che quindi non hanno trovato subito nell’immediata pubblicazione “romanzesca” la giusta collocazione, andandosi invece perfezionando anche all’interno della stessa opera maggiore. Dopotutto, se i racconti possono essere un momento di formazione per idee e stile, perché non lo dovrebbero essere gli stessi romanzi? Che “Il lavoro culturale” e “L’integrazione” non siano eguali momenti di approccio al più compiuto “La vita agra”, come poi lo sarebbe qualsiasi scritto non pubblicato in cui lo scrittore ha cercato di buttare giù un’idea poi fiorita da un’altra parte? In mancanza di un documento che attesti il contrario, non possiamo ritenere che Bianciardi vedesse i racconti come degli esperimenti dove affilare i suoi strumenti e le sue idee in attesa, in preparazione dei romanzi, oltretutto abbiamo una seconda prova di come il romanzo non fosse il giusto compimento delle sue idee: il racconto del menisco, dopo essere stato utilizzato in due romanzi, si evolve ulteriormente in un ennesimo racconto, chissà se come idea questa non fosse invece ben cristallizzata nello scrittore il quale, quando doveva esprimere il concetto del fallimento calcistico, si affidava alla provata storia del menisco variandolo solo di quanto bastava per riattualizzarlo? Purtroppo per generalizzare o per abbandonare una tale tesi serve una confidenza con l’opera bianciardiana che non ho e devo per questo limitarmi a segnalarla qui come semplice spunto di riflessione, chissà che il nostro lavoro di equipe non riesca a soccorrere le mancanze di uno.
Statemi male.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971), traduttore, giornalista, scrittore, critico televisivo, sceneggiatore italiano. Si laureò in Filosofia presso l’Università di Pisa. Esordì pubblicando il romanzo “Il lavoro culturale” e il libro-inchiesta “I minatori della Maremma” (in collaborazione con Carlo Cassola) nel 1956.
Luciano Bianciardi, “La solita zuppa e altre storie”, Bompiani, Bologna 2003.
Altre recensioni di Bianciardi su Lankelot.eu:
Bianciardi Luciano - Da Quarto a Torino - franchi
Bianciardi Luciano - Il fuorigioco mi sta antipatico - Emanuele Lacopo
Bianciardi Luciano - Il lavoro culturale - AngelaMigliore
Bianciardi Luciano - L'integrazione - franchi
Bianciardi Luciano - La mamma maestra - franchi
Bianciardi Luciano - La solita zuppa e altre storie - Emanuele Lacopo
Bianciardi Luciano - La tradotta per Mosca - franchi
Bianciardi Luciano - La vita agra - franchi
Bianciardi Luciano - La vita agra - Gordiano
Bianciardi Luciano - Non leggete i libri, fateveli raccontare - Paola Biribanti
Bianciardi Luciano - Non leggete i libri, fateveli raccontare - franchi
Bianciardi Luciano - Un occhio a Cracovia - franchi
Bianciardi Luciano, Cassola Carlo - I minatori della Maremma - franchi
Approfondimento in rete:
- biografia su Wikipedia
- biografia sul sito della RAI
- per una lettura (di parte) sulle sorti della Fondazione Bianciardi (sulla lettura - di parte - del problema tecnico in cui è incorso l'Antimeridiano la controlettura - dell'altra parte -), per la stessa lettura da parte di Ettore Bianciardi, sarebbe scorretto non segnalare almeno il sito della Fondazione Bianciardi
- il blog di Ettore Bianciardi
- la notizia della morte dell'editore di Playmen per cui scrisse anche Luciano Bianciardi [1 ,2]
1Chiariamo subito: il giudizio non tiene in considerazione l'enorme rischio che la casa editrice ha voluto correre pubblicando un vero e proprio 'mattone' del costo di € 65,00 di un autore per lo più dimenticato, il coraggio certo non è mancato e l'opera è stata anche funestata da un non piccolo problema tecnico che certo ha minato in parte la riuscita dell'opera (meritoria) intrapresa. Il giudizio si limita alla constatazione che una raccolta di tutti i racconti o tutte le opere è certamente meno rischiosa di una scelta arbitraria all'interno di un ampio corpus di scritti.
Commenti
Fatto, via il sassolino dalla scarpa, adesso non mi rimane che personalizzare un pochino (forse domani sera in serata) i 'credits' finali (che ho copiato e incollato da 'La vita agra' di GF modificando giusto il link alla biografia di Bianciardi) e poi riprendo Suskin... con una mano sempre a 'Il fuorigioco mi è antipatico'.
Baci a pioggia.
Prima però...
?... Ricordando brevemente che Luciano Bianciardi fu scrittore redattore giornalista critico anche televisivo (forse uno dei primi) ma soprattutto traduttore dall'inglese (Faulkner, London, Miller, Steinbeck, Huxley...) ... ?, per chi come me avesse una vecchia edizione degli Oscar Mondadori di ?Un mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo? di Huxley, avrà la poco piacevole sorpresa di non trovare il romanzo tradotto da Bianciardi, ma il saggio seguente sempre di Huxley, un gran peccato! Sarò costretto a leggermi i Tropici di Miller... sono davvero così sconci come si diceva al liceo?
oh. grazie. due cose soltanto. perché le virgolette a "maremmano"? come se a "romano" si dovessero mettere. boh. ma forse mi sfugge qualcosa. e sul "non credo minimamente..." etc. vero. vero anche che ciò che ad un lettore parla, non parla ad un altro. detto, dei gusti del lettore. comunque, pare proprio sia una raccolta da non ricordare...
3. ... "maremmano" non l'ho mai usato, l'ho solo sentito per i cani, mi suonava strano per questo l'ho virgolettato, grossetano non l'ho virgolettato infatti, non virgoletterei neanche toscano, e comunque mi pare che lo stesso Bianciardi così si virgoletti su 'Il fuorigioco mi sta antipatico' quando lascia intendere che, lui tifoso viola, non è sentito fiorentino dai fiorentini perché "maremmano"... ma dovrei controllare. Per quanto riguarda 'ciò che parla e ciò che non parla' ne ho sentito il bisogno perché Bianciardi mi sembra un autore che si è dato molto da fare per essere comunicativo al massimo grado, nei suoi romanzi storici cerca per i personaggi un eloquio sciatto, parlato, scriveva su giornali 'popolari', non si risparmiava si 'amalgamava' col pubblico parlando anche del 'sesso in macchina'... e poi questa raccolta non l'ha voluta lui, si è 'limitato' (fiera delle virgolette oggi) a scrivere i racconti e non ad assemblarli in questa sequenza sfortunata che può trarre in inganno e non lasciarli decodificare, se puoi mettere da parte qualche decina di euro punta direttamente all'Antimeridiano.
ah. capito. penso che bianciardi lo virgoletti perché i fiorentini dicevano (dicono? non lo so) "maremmano" con un po' di disprezzo, o cose così (che poi dire, cose così, mah). insomma bianciardi lo usa per far vedere la particolare accezione data a "maremmano" dai fiorentini, ecco. a quel che capisco. comunque, la maremma è una porzione di territorio sulla costa che va dal sud-toscana al lazio. da sotto livorno (non ti saprei dire esattamente dove comincia, pur andando al mare là) fino al lazio (se non erro con incursione laziale). e niente, per il resto, grazie. leggere quella frase mi ha dato una sensazione strana, perché era chiaro che la raccolta non l'avevi trovata granché, e non capico come mai questo bisogno di scriverla. grazie per avermelo spiegato. in definitiva, una raccolta non riuscita.
5. ... per completezza l'ho scritta, tutti a scrivere de 'La vita agra' e le sue opere maggiori e mi pare evidente che poi manca quel tocco in più, il libro c'è e visto che dovevamo approfondire Bianciardi tanto valeva la candela. Ne ho parlato anche nel forum, ritengo sarebbe ottimo poter parlare delle sue traduzioni, ma è un lavoro impensabile per il tempo che possiamo dedicargli, dei suoi interventi sui giornali e dei romanzi storici che hanno così poco spazio. E non è poi detto che apprezzerò 'La vita agra', una voce che stona è bene che ci sia per misurare le distanze.
e, chiudendo su 'maremmano', riletta la mia frase l'ho virgolettata anche perché lo trovavo eccentrico indicarlo con quell'aggettivo, come definire uno scrittore 'padano' o 'laziale', ci sono regioni in cui le città e i campanilismi sono forti che essere generici raggruppando tante 'diversità' lo trovo al limite dell'errore: uno di Frosinone e uno di Roma si possono dire 'laziali' ma probabilmente il frusinate si sentirà più 'campano', più vicino ai napoletani che ai romani.
Accidenti che lavorone! Devo dire che ho apprezzato assolutamente l'introduzione (?) con la storia editoriale, per me sempre grande fonte di fascino, ma anche, spesso, chiave di lettura della fortuna o sfortuna di un autore.
"Non verrà mai ricordato come un Calvino o un Pasolini ma fu presente ai suoi tempi, anche se oggi è quasi completamente dimenticato"
E infatti io per esempio non lo conoscevo.
Purtroppo non avendo letto nulla mi è difficile dire qualcosa in merito a questa tua "polemica" su erotismo sì/erotismo no (poi: cosa intendi per erostismo in letteratura tu? cosa intende la Bianciardi? )
Niente. Occorre farsi un'idea personale. Diciamo che una recensione dovrebbe avere lo scopo di invogliarla. E qui, sebbene la tua sia un po' lunghetta, lo scopo è raggiunto!
http://www.lankelot.eu/?p=1584 MIGLIORE su IL LAVORO CULTURALE
http://www.lankelot.eu/?p=644 FRANCHI su LA VITA AGRA
(integrazioni pro approfondimento interno)
noioso, a pausa pranzo li metto in appendice (mi sono accorto che non ho cambiato manco il libro esaminato, c'è 'La vita agra'!!!!).
:). Prima di partire leggo tutto. Ave Lac!
6. no, scusa. non intendevo non capivo il motivo per cui avevi scritto la recensione. ma la frase. solo quella frase lì. le recensioni negative vanno benissimo! quella frase invece mi è suonata "strana", ma va bene, se la sentivi. tutto qua. e ok sul resto.
grazie per la pazienza.
"assortimento mal variegato di questo fiore" mi sembra l'opportuna sintesi di questo tuo articolo, e dello spirito della tua analisi. La scheda è molto completa e dettagliata. Verrà scandagliata e sondata ancora, avanti, nel tempo. Da queste parti e non solo.
"Non credo minimamente sia un limite del lettore se un racconto non riesce a parlargli."
Ahahahahahhahahahahhaha!
14. ... in pausa vedo di leggere tutti gli altri ma intanto... sì sì lo so, anche io riderei se non l'avessi scritta io proprio di mia mano medesima ma mi usciva così e mi sono arreso alla miseria dei miei mezzi. Ricordami che devo farti uno 'sbrego' sulla macchina.
Non ridevo per la forma verbale. Mi faceva ridere il concetto :)
Io lo trovo spassoso perché espresso così male, altrimenti è un gran bel problema di ermeneutica.
E' un problema che mette allo stesso livello il lettore - qualsiasi lettore - e l'autore - qualsiasi autore. E' piuttosto complicato universalizzarlo a meno di non congetturare che esista il lettore ideale e l'autore ideale, che scrive piano per essere comunque accessibile a chiunque in qualsiasi momento storico e addirittura de-contestualizzando il pezzo dall'originaria sede di pubblicazione.
Diciamo che non è un problema dell'autore se uno o più lettori non sentono "parlare" il libro. Mi sembra abbastanza inevitabile, a meno che non si tratti di testi giuridici o religiosi.
Mi piace molto la tua recensione, anche se rivela delusione per l?opera descritta.
Non ho letto il libro. Secondo me la prosa di Bianciardi è molto bella e distrugge con evidente precisione la confusione dilagante. Pochi autori contemporanei hanno avuto maggior cura della nostra lingua come lui.
"Raccontati in prima persona paiono più spesso piccoli reportage sui costumi licenziosi degli italiani" scrivi, e qui ritrovo il Bianciardi che ho scoperto con la Vita agra che nonostante sia il canto di una sconfitta, una visione dell?autore molto amara, mi è piaciuto assai. Non si è fatto incantare dall'illusione del miracolo. Lo ha guardato con lucidità e ha messo in evidenza il reale tradimento che covava.
Raffaella
8. ... "Accidenti che lavorone! Devo dire che ho apprezzato assolutamente l’introduzione (?) con la storia editoriale, per me sempre grande fonte di fascino, ma anche, spesso, chiave di lettura della fortuna o sfortuna di un autore." mania la mia, sento il bisogno di fare il punto, sarebbe ugualmente giusto parlare solo dei racconti. Forse un retaggio scolastico che dovrei perdere, devo impedire alle cose che so di finire sul foglio necessariamente.
"io per esempio non lo conoscevo", neanche io!!!
"Purtroppo non avendo letto nulla mi è difficile dire qualcosa in merito a questa tua “polemica” su erotismo sì/erotismo no (poi: cosa intendi per erostismo in letteratura tu? cosa intende la Bianciardi? )", be', che sia una storia di passione carnale, che non sia solo ripetizione di orgasmi e posizioni, che abbia un filo che non debba tenere insieme solo 'accoppiamenti', non perché sia male (anche se si parla di una ripetitività simile a quella degli ultimi Vanzina) ma perché il pensiero che si dà l'autore/regista/sceneggiatore va alla storia e all'ammiccamento anche quando non c'è niente di velato. Un buon libro porno (l'unico finora che mi è capitato di leggere e che va pienamente a cadere nella ripetitività legando in maniera molto flebile un amplesso con l'altro) è 'The surrender' di Toni Bentley, uno erotico è 'Girls' di Nic Kelman, dalla trama decisamente più complessa.
"Niente. Occorre farsi un’idea personale. Diciamo che una recensione dovrebbe avere lo scopo di invogliarla. E qui, sebbene la tua sia un po’ lunghetta, lo scopo è raggiunto!" grazie tante.
12. ... "grazie per la pazienza." pazzo, non sai quanto servono a me queste cose, mi hai spinto a riflettere su una parola che avevo messo lì in automatico, purtroppo non si finisce mai, anzi, non finisco io mai e mi è necessario sempre tornare sopra alle cose, rifare per procedere di un passettino. Grazie a te.
13. ... " ?assortimento mal variegato di questo fiore? mi sembra l?opportuna sintesi di questo tuo articolo, e dello spirito della tua analisi." l'antologia è superata se l'Antimeridiano resiste sul mercato.
18. concordo con te ma sempre dall'idea che un autore scrive per un pubblico che ha in testa almeno, quanti scrivono solo per sé? La grandezza di una penna si misura anche dal 'bacino di utenza' che copre, nessuno nega che oggi come oggi alcuni testi classici ci arrivino meno completi per il tempo che ci divide da loro, ma se ci raggiungono lo stesso, se per secoli hanno sfamato i lettori allora hanno detto e sono scritti in una forma efficace, parla meglio 'agli uomini' piuttosto che ai solo 'concittadini' temporali. E Bianciardi, per quel poco che ho letto, mi dà proprio l'impressione di voler parlare a molti, per questo misurare quanto ancora riesca a dire (ma in questo caso i testi da prendere in considerazione sono i suoi apici non queste briciole che ho qui recuperato) a distanza di tempo a lettori non occasionali lo trovo un buon metro per sondare il suo valore assoluto, al di là delle occasioni temporali che lo hanno portato all'onore delle cronache (arzigogolo sempre quando scrivo di getto, barocco!).
E questo non si nasconde l'altro polo del 'messaggio', il lettore, in questo caso non ideale ma quasi 'un lettore qualunque' quale mi riconosco, con l'abitudine, la lettura silenziosa rubata anche alla metro e all'autobus (per non parlare delle soste ai semafori rossi e alle camminate post lavoro verso la stazione).
Dietro a 'ste cose ce morirei io!!!
19. ... "Non ho letto il libro. Secondo me la prosa di Bianciardi è molto bella e distrugge con evidente precisione la confusione dilagante. Pochi autori contemporanei hanno avuto maggior cura della nostra lingua come lui." potrei essere d'accordo, nonostante questa raccolta.
"?Raccontati in prima persona paiono più spesso piccoli reportage sui costumi licenziosi degli italiani? scrivi, e qui ritrovo il Bianciardi che ho scoperto con la Vita agra che nonostante sia il canto di una sconfitta, una visione dell?autore molto amara, mi è piaciuto assai. Non si è fatto incantare dall?illusione del miracolo. Lo ha guardato con lucidità e ha messo in evidenza il reale tradimento che covava." anche qui mi trovo d'accordo, sto apprezzando il suo stile ma la mia sta diventando una scelta di campo a favore della narrativa, quando un autore riesce a staccarsi da sé e raccontare una storia che ammalia il lettore allora ci riconosco un grande scrittore, è questo che cerco sebbene poi adori "Con gli occhi chiusi" di Tozzi che di biografico ha quasi tutto, in pratica.
E questa mia scelta fa a pugni con quanto affermava Hemingway (e non so quanti altri), che si scrive solo di ciò che si conosce veramente... questioni di estetica in fieri che non smetterò mai di curare... e che mi porteranno sempre a rileggere con disgusto quanto appena scritto.
Nelle mie peregrinazioni notturne sulla rete ho avuto una conferma dal sito della RAI, che cito da due mesi ma che non avevo letto fuorché per la biografia, di una certa ambiguità stilistica di Bianciardi: "Il peripatetico", 3° racconto di quelli 'erotici', fa parte di una raccolta postuma che una volta viene inserita tra le pubblicazioni giornalistiche, una volta viene più genericamente definita "Raccolta di racconti e scritti giornalistici, pubblicata postuma da Rizzoli".
Molti dei racconti di questa raccolta sono già presenti in questa pubblicazione postuma, ben 13 su 21!! Ma la Rizzoli, comunque, al momento non pare averla più in catalogo
Piccolo aggiornamento alla recensione quasi conclusivo.
Sto leggendo - grazie a te - "Il fuorigioco mi sta antipatico". Premetto che non so se sarà il caso di recensire con scheda estesa, nel senso che la natura di quegli scritti non prevedeva pubblicazione in volume quindi tenderei a rispettare la volontà autoriale; tuttavia ti dico subito che qua e là, nel tempo, infilerò qualche ricca citazione. Per chi ama il calcio è un bell'amarcord - soprattutto per chi è nato dopo il 1971:).
OT - ma quando ripubblichi tutte le tue vecie pagine di lanke.com? Che aspetti?
27... OT - be' per ora ho Bianciardi che mi dà un po' filo da torcere e vorrei proprio parlare de "Il fuorigioco mi sta antipatico", il cui godimento sta forse proprio nei fatti che racconta e nei giudizi che dà, è veramente una bella lettura (prima però devo fare una seconda aggiuntina qui che non riesco a finire di correggere) e comunque ho già previsto la correzione di altri 2 o 3 pezzi da mettere ogni pezzo nuovo. C'è sempre Suskind poi (non ci crederai non mi rivolge più la parola, e io per punizione non lo spolvero neanche).
L'ho terminato, il "Fuorigioco". Aspetto la tua pagina per parlarne e riparlarne ancora. E' molto divertente, mi ha ricordato tanti racconti di mio padre quando ero bambino. Benvenuti incluso:)
Certo, ha toppato la previsione sullo scudetto della Roma: ha detto che avremmo vinto lo scudetto nel 2000. Invece, 1983 e 2001. Ma se ne riparlerà per tempo. Intanto, grazie per il bel regalo.
E per gli utili spunti su: Agnelli, Anarchia, Benvenuti, Herrera Helenio ed Heriberto, Riva, Rivera, Pugliese; Bevilacqua, Buzzati, Montale, Quasimodo, Ungaretti, Bigiaretti. E via dicendo. Mica poco:)
E' veramente... volevo dire una chicca ma limiterebbe troppo il piacere della 'scoperta'. Ora voglio a tutti i costi vedere 'Il merlo maschio', troppo curioso. Ma che effetto t'ha fatto leggere di 'quei' Riva e Rivera, con 'quei' toni lì?
E cmq un 'tiè' se l'è bellamente preso, alla discesa dall'autobus a Termini, in ricordo di Paulo Roberto.
Mi è sembrato di sentir parlare mio padre con un suo amico casinoso, qualcosa del genere. Tutto estremamente famigliare, nei toni dico; nei contenuti non sempre (cfr. battute su Istria e Fiume e su Tito; piuttosto irritante in quei frangenti, soprattutto per "Arpino" yugoslavo - era di Pola...).
Mi sono rammaricato per non averli mai visti giocare dal vivo, per non potermela godere fino in fondo, tutte memorie in bianco e nero, inclusi Herrera e Scopigno. Ma niente male, soprattutto le bastonate a Bevilacqua:)
Su l'Antimeridiano c'è una foto di Bianciardi con Bevilacqua, leggi la didascalia.
:)))))))
aggiungo l'archivio Bianciardi, aggiornato;)