Bianchi Enzo

Il pane di ieri

Autore: 
Bianchi Enzo
El pan ed sèira, l’è bon admàn. Il pane di ieri è buono domani.
 
Proviene un grande senso di pace – lo stesso che si respira a Bose – da queste pagine di Enzo Bianchi, che della Comunità Monastica di Bose è il priore e il fondatore.
È come se padre Enzo invitasse alla sua tavola i lettori e raccontasse loro, con la sua voce profonda, i ricordi della sua infanzia e giovinezza, dei suoi genitori, delle persone più significative per la sua formazione, condividendo così una sua dimensione più familiare e intima.
Giunto oltre i sessant’anni questo straordinario maestro spirituale dall’enorme cultura e dalla saggezza profonda, sente il desiderio di guardare al proprio passato sia per cogliere le chiavi di lettura per il presente e il futuro, sia per manifestare l’amore per la sua terra e la gratitudine per la ricchezza di umanità ricevuta.
Cresciuto in un paese del Monferrato negli anni dell’immediato dopoguerra, prima del boom economico, il Priore ricorda la vita dura, assediata dalla miseria, scandita dai ritmi del lavoro agricolo. Gli affetti erano austeri e spesso tra le mura domestiche si manifestava una violenza verbale, psicologica prima ancora che fisica, accentuata da solenni ubriacature. Violenza che nessuno immaginava neanche di denunciare.
Non c’è in queste pagine una visione idilliaca della vita contadina di allora, segnata dalla solitudine, non si vive infatti una realtà comunitaria e chi ha un dolore troppo grande per poter essere condiviso durante le veglie delle serate invernali se ne sta da solo a bere fino ad addormentarsi con la testa sul tavolo e la radio accesa.
Eppure non c’è asprezza in questi ricordi, ci sono valori, degli autentici comandamenti laici che hanno contribuito alla formazione del narratore e costituiscono tuttora una degna “coda” ai comandamenti consegnati a Mosè.
Non vi sono rimpianti o desiderio di ritorno al passato, si percepisce una sapienza antica, una pacatezza, un equilibrio che sa fare la pace anche con ricordi pesanti come quello della morte della madre, avvenuta quando il piccolo Enzo ha solo otto anni. Il suono della campana dell’agonia – i momenti della vita allora erano scanditi dalle campane, così tutti li condividevano – lo richiama verso casa mentre è fuori a giocare e la madre lo saluta per l’ultima volta, dicendogli: “Vedrai, io di là farò più di quanto ho potuto fare di qui per te…”
Di ogni gesto viene colta la dimensione antropologica profonda, in modo da non banalizzarlo mai e da arricchirlo di senso: ecco allora che cucinare per un’altra persona significa “testimoniargli il nostro desiderio che egli viva e condividere la mensa testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale”. (p.36)
La cucina e la tavola diventano “epifania dei rapporti e della comunione” e preparare una pietanza significa scegliere i suoi ingredienti, essere consapevoli che provengono da luoghi e genti diverse e che opportunamente dosati e cucinati convergeranno tutti per la creazione di una sinfonia di gusti.
Preparare un ragù può essere davvero un’esperienza di riflessione….e la bogna càuda quasi un’opera d’arte.
Ciò che trasforma un tavolo in una tavola è l’umanità, la condivisione, il raccontarsi, perché “nessuna vicenda della vita era insignificante per gli altri”. Si tratta di dimensioni vive in quella società che oggi tendiamo a perdere e che invece contribuiscono ad arricchire di senso la nostra esistenza.
Un’attenzione particolare viene rivolta al pane e al vino, così importanti anche nella tradizione cristiana. Sono cibi antichi nei quali coltura e cultura s’incontrano e s’armonizzano perfettamente.
“Mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una grìssia del “pane di ieri”, un fiasco di vino, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta: “l’olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione”.
È un’immagine bellissima e semplice, un mondo è racchiuso in quei cibi e nel modo di presentarli.
La vigna viene colta nella sua bellezza e poesia attraverso le stagioni, è un duro e paziente lavoro coltivarla, attendere che porti frutto. È come fare un patto con la terra e vi è sempre la paura delle grandinate, capaci di devastare l’intero raccolto in pochi minuti. Ecco allora che non è insolito, in caso di temporali estivi, vedere il parroco avanzare tra tuoni e fulmini fendendo l’aria con l’aspersorio e il chierichetto – quasi sempre il piccolo Enzo, che abitava di fronte alla chiesa – recitando preghiere: per Deum verum, per Deum vivum…!
Colpiscono molto invece i maestri d’umanità più determinanti per il priore: figure semplici, umili, solitarie, anonime.
Troviamo il vicino di casa Pinot, l’ortolano, che affitterà al giovane Enzo quattordicenne un fazzoletto di terra da coltivare per suo conto.
“l’orto è una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo”. (p.95)
E poi compaiono Enrico, il sediaio e il “Muretin”, figura conosciuta agli inizi della Comunità di Bose e rimasta a condividere la vita dei fratelli.
Trapela una grande umanità e un grande amore per l’essere umano da questi ritratti e un’attenzione speciale per ciascuno, riconosciuto nella sua originalità di persona, importante per sé stessa quale creatura.
La vasta cultura del maestro spirituale rimane sottesa, qui s’intrecciano sapienza biblica e saggezza popolare, fondamenti cristiani e fondamenti laici provenienti dalle proprie radici e rivisitati con sguardo aperto e sempre attento a non farne una barriera di chiusura alle altre culture.
Con pagine più riflessive sul passare dei giorni, la vecchiaia e la morte si concludono i racconti di padre Bianchi: sono considerazioni umanissime ed equilibrate, di serena accettazione della realtà.
“Ma il mio compito, il compito di ciascuno di fronte alla vecchiaia che incalza non è prevederla bensì prepararla, colmando la vita di quanto può sostenerci fino alla morte”.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Enzo Bianchi  (Castelboglione, Monferrato 1943) è fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose.
Enzo Bianchi, Il pane di ieri, Torino, Einaudi 2008. Il libro è dedicato a Roberto Cerati.
Links:
 
Marina Monego,  gennaio 2009

ISBN/EAN: 
9788806194888

Commenti

alla fine non ho taciuto!

Ben fatto;).
E pensa quando vorrai recuperare il resto degli scritti sul Priore... sarà un gran contributo. Forza.

"Il pane di ieri è buono domani."

> gran titolo.

"?l?orto è una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L?orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell?attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo?. (p.95)"

> E questo è un passo di grande semplicità e bellezza.

?testimoniargli il nostro desiderio che egli viva e condividere la mensa testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale?: un giorno forse vi racconterò certe cose. Queste parole hanno un segno quasi immedicabile per me

l'orto. il giardino di ciò che è vero. Conosco Bianchi per i suoi frequenti interventi a Uomini e Profeti, trasmissione di radiotre. grazie Marina, questa testimonianza di spiritualità è un regalo bellissimo

6.ho ascoltato Uomini e profeti dal sito di Bose, dove c'é la segnalazione. Sono contenta che tu abbia apprezzato, il Priore è un grande testimone per il nostro tempo.
2ripescaggio: e va bene, adesso vedo di recuperare!

4 ero sicura che questo passo ti sarebbe piaciuto :)

Devo confondermi di certo, ma mi era parso di leggere un articolo di cordoglio per la morte di Enzo Bianchi. Dovevo avere gli occhiali sporchi, quel giorno :)

(recensione interessante, tra l'altro)

bianchi, copertina & archivio

bianchi, copertina & archivio integrati!

[nuovo libro di enzo bianchi]

[nuovo libro di enzo bianchi] Oggi su WUZ: http://www.wuz.it/recensione-libro/5372/enzo-bianchi-ogni-cosa-sua-stagi...

"Non “ogni cosa ha la sua stagione”, ma “ogni cosa alla sua stagione”. Un sottile spostamento di senso per dire come siamo noi, assieme alle cose di cui riempiamo i nostri giorni, ad appartenere al tempo. Non il contrario.
Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, conosce gli uomini e il mondo: dalla sua cella, al rapporto con la quale dedica uno dei capitoli più intensi, non si limita ad osservare ciò che accade al di fuori.
Piuttosto, cerca nella solitudine che quello spazio comporta, un contatto autentico e profondo con sé stesso, così da poter poi tornare nel mondo forte di una nuova consapevolezza di quello che è altro da sé.
Attinge agli insegnamenti di un cistercense del dodicesimo secolo per riscoprire la radice comune a “cella” e a “coelum”, cielo, e costruisce un ponte fra due concetti apparentemente opposti, e invece accomunati da un’idea di orizzonte interiore che supera ciò che gli occhi possono vedere.
Il libro pubblicato da Einaudi inanella riflessioni maturate nel corso di una vita che Bianchi sente essere stata – ed essere ancora – piena, matura, ricca; e accanto a questi pensieri trovano spazio  ricordi di gioventù, rievocazioni di momenti significativi e alcuni ritratti delle persone care."

continua qui: http://www.wuz.it/recensione-libro/5372/enzo-bianchi-ogni-cosa-sua-stagione.html

[Bianchi]non ce l'ho ancora,

[Bianchi]non ce l'ho ancora, ma lo leggo. vedrai.

[enzo bianchi] scrivevi dei

[enzo bianchi] scrivevi dei suoi libri già otto anni fa, qui su Lankelot... sei stata assolutamente pionieristica!

[enzo bianchi] su La Stampa

[enzo bianchi] su La Stampa di oggi:

ENZO BIANCHI, "I cristiani colpiti nelle chiese"

In questi stessi giorni, un anno fa, un attentato che aveva provocato una decina di morti tra i fedeli copti che uscivano dalla chiesa di Nagaa Hamadi in Egitto, ci aveva portato a riflettere, sempre sulle colonne di questo giornale, sulla persecuzione che i cristiani subiscono in varie parti del mondo, in contesti socio-culturali diversi e in situazione di minoranza religiosa che diviene, come in Medio Oriente, sempre più precaria. Il sanguinoso attentato di Alessandria d’Egitto, che ha colpito ancora una volta la chiesa copta, ha riportato l’attenzione dei media mondiali su un tragico fenomeno che non ha cessato di ripresentarsi in tutta la sua brutalità e che ancora poche settimane fa aveva fatto la sua irruzione in una chiesa di Baghdad: in molti Paesi si paga con la vita il semplice fatto di essere discepoli di Gesù di Nazareth e di testimoniare la propria fede nella vita quotidiana.

Purtroppo una strage ci scuote dal torpore dell’assuefazione solo quando la sua efferatezza coinvolge un Paese geograficamente, storicamente o culturalmente più vicino a noi. Allora ci si incammina in pericolose generalizzazioni: i musulmani nel loro insieme e l’islam come religione vengono identificati con l’integralismo dei suoi estremismi, dimenticando le vittime che il fondamentalismo religioso miete in tutti i campi; allora le analisi superficiali e liberatorie si sprecano: si colorano conflitti sociali o etnici con le tinte sanguinarie del fondamentalismo religioso, si dimentica il peso della storia e degli errori commessi ancora ai nostri giorni nel mescolare politica e religione, si chiudono al dialogo porte che non si sono mai volute davvero aprire. In controtendenza va sottolineato il gesto di grande sapienza e profezia con cui papa Benedetto XVI ha voluto unire alla condanna del crimine assassino e all’appello a un’autentica libertà religiosa l’invito rivolto «ai fratelli cristiani delle diverse confessioni, agli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, a tutti gli uomini di buona volontà», per ritrovarsi insieme ad Assisi a «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace»: un incontro in quello spirito di dialogo che Giovanni Paolo II seppe destare venticinque anni or sono nella città di san Francesco. Chi in questi anni è stato sovente criticato dentro e fuori la chiesa per questo «spirito di Assisi» oggi riceve gli elogi da quanti devono constatare che la fiaccola del dialogo e dell’ascolto reciproco è stata tenuta accesa nonostante il vento tirasse in altra direzione: penso a tanti che nella chiesa perseguono il dialogo interreligioso con spirito cristiano, senza fare politica né perseguire vantaggi personali. Assisi non sarà un incontro delle religioni «contro» chi religioso non è, ma un confronto per riaffermare la coerenza delle religioni con la pace e il dialogo, per mostrare la volontà di porsi a servizio dell’umanità e delle culture.

Quello ad Assisi potrà essere davvero un’opportunità forte perché ogni religione esprima accanto alle altre il cuore del proprio messaggio. E qui vorrei sottolineare un dato che emerge dalle più recenti stragi di cristiani, a Baghdad come ad Alessandria, come in tanti altri luoghi: le vittime vengono colpite mentre sono riunite in preghiera nelle assemblee domenicali, mentre celebrano il mistero cruciale della loro fede. Se da parte dei terroristi può essere solo un calcolo assassino per mietere un maggior numero di vittime, non dobbiamo trascurarne la valenza simbolica e la sua centralità nel discorso della libertà religiosa. Garantire a ogni cittadino la libertà di professare in privato e in pubblico la propria fede è ciò di cui ogni Stato di diritto dovrebbe farsi carico, ma per i cristiani l’eucarestia domenicale è ben di più di un gesto «pubblico»: è l’evento comunitario per eccellenza, è il luogo e il tempo che costituisce come tale una comunità cristiana. Non si tratta di avere uno spazio in cui potersi riunire o manifestare, un luogo e un giorno che potrebbero quindi variare di volta in volta per ragioni di sicurezza, ma di ritrovarsi nel «giorno del Signore» per celebrare la «cena del Signore», per riconoscersi comunità convocata dalla parola di Dio e chiamata a formare un corpo e un’anima sola. Per questo i cristiani, anche minacciati di morte, non rinunciano a ritrovarsi in chiesa come assemblea di credenti, come hanno ribadito i cristiani in Egitto e in Iraq in questi giorni. Non a caso già negli «Atti dei martiri» dei primi secoli troviamo testimonianze limpidissime in questo senso. Durante la persecuzione di Diocleziano (304 d. C.), al proconsole di Abitene - nell’odierna Tunisia - che lo accusava di aver ospitato nella sua casa assemblee domenicali cristiane contro l’editto dell’imperatore, il martire Emerito rispose: «Non potevo proibire loro di entrare in casa, perché senza l’eucaristia domenicale non possiamo esistere».

È su questa consapevolezza del profondo legame tra fede personale ed espressione comunitaria del culto che si radica il cristianesimo: non su identità culturali reali o immaginarie, non su astratte convergenze di idee, ma sul vissuto quotidiano nella comunità dei credenti, sulla trasparenza di una testimonianza di fratellanza e di amore universale. Questo non va dimenticato da chi vive in Paesi fino a ieri considerati cattolici, come il Belgio o il Canada, e nei quali assistiamo a un anticristianesimo culturale che - pur non esprimendosi assolutamente in termini persecutori - mostra una crescente diffidenza con ricadute anche nella vita della polis e negli stessi orientamenti politici. Sanno oggi le chiese discernere la diversità di queste situazioni e leggerle come segni dei tempi che chiedono una risposta trasparente, evangelica, magari anche scandalosa per il pensiero omologato di tante nostre società? Sì, questi tempi sono decisivi per il modo di stare nel mondo delle chiese, per delineare il futuro del cristianesimo nel tessuto delle nazioni e dei popoli della Terra. E in questo discernimento, a noi tranquilli cristiani d’Occidente giunge, drammatico ma saldo nella fede, l’insegnamento dei nostri fratelli e delle nostre sorelle vittime di violenze e di persecuzioni.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.as...

[Enzo Bianchi] Il priore di

[Enzo Bianchi] Il priore di Bose è una persona straordinaria. Parla e scrive per accogliere, mai per escludere. E' un grande saggio che crede nella religiosità del tutto. Ama la bellezza che è in tutte le cose e in ogni suo scritto esalta la richezza dello spirito.

[Bianchi] Gf: il Priore è una

[Bianchi] Gf: il Priore è una grande figura spirituale del nostro tempo e un dono prezioso, insieme alla sua Comunità. Mi pareva giusto farlo conoscere a tutti, spesso anche molti cattolici non l'avevano mai sentito nominare.

[il pane di ieri]

[il pane di ieri] fantastico:)