Bettiza Enzo

Il fantasma di Trieste

Autore: 
Bettiza Enzo

IL FANTASMA DI TRIESTE, L’OMBRA E IL SOGNO.

 

Si dice esistano, in letteratura, città romanzate e città di romanzieri. Si dice questo perché non si crede possibile che una città possa, sola, essere e rappresentare l’origine dell’arte, e dell’artista.

Trieste smentisce questa convinzione. Trieste è città romanzata, e città di romanzieri. Il Novecento italiano, nella città della Letteratura, fa ascoltare il primo vagito con l’elegiaco romanzo di formazione di Scipio Slataper, “Il mio Carso”; si distende nella poesia con il “Canzoniere” di Umberto Saba, e si consacra all’immortalità con il capolavoro di Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”.  Da questo momento, in Italia si prende a parlare di Trieste come città fondamentale per l’avvento e la divulgazione della psicanalisi, per merito di Weiss; e si riconosce ai letterati triestini quella grandezza e quell’ingegno che in passato mai erano stati riconosciuti.

La storia letteraria del primo e del secondo Novecento si fonda, tra i giuliani, nei nomi di Stuparich, Tomizza, Rosso e Magris; artisti che sintetizzano lo spirito mitteleuropeo ereditando la raffinatezza stilistica degli ultimi grandi scrittori legati all’impero absburgico, ed esprimendo la malinconia e la bellezza d’una città che aveva conosciuto fortuna durante la dominazione austriaca, e tornata (o divenuta, come sarebbe più corretto dire) italiana andava richiudendosi in se stessa. Mai tradita dalle promesse d’uno Stato, Trieste s’è concessa al sogno dell’Italia, che significava aderenza e adesione e partecipazione ad una grande cultura e ad una grande tradizione artistica, e illusorio rinnovamento della potenza commerciale ed economica della città e del suo bacino.

Trieste ha giurato a se stessa d’essere italiana, dimenticando lo splendore della sua atipicità e della sua unicità: città del sì, del ja e del da, ha forzato la propria natura e rinnegato la sua origine.

 

Nel 1717, 5600 abitanti. Carlo VI, nel 1719, proclama il portofranco. 1808, trentatremila abitanti. 1857, centoventitremila. 1909, duecentoventimila. Come si può osservare, il momento di maggior fortuna demografica della città corrisponde perfettamente alla felice parentesi austriaca.

Qualcuno dovrà, prima o poi, raccontare la storia di quell’impero e di quella cultura: dove popoli e stati differenti potevano vivere in pace, mantenendo i propri usi e costumi e le proprie credenze religiose, e dove triestini, sloveni, croati, ungheresi, austriaci, boemi e moravi condividevano una lingua per i commerci e per dialogare con le istituzioni, e una lingua per il focolare.

Quell’impero, e quella cultura, permisero a Trieste di diventare grande e di affermarsi come il porto principale dell’area adriatica. L’Italia, in neppure cento anni, ha affossato il porto di Trieste, venduto l’italianissima Istria costiera alla Jugoslavia, ridotto traffici e commerci e abbandonato la città a se stessa. Se tutto ciò da un punto di vista umano, storico e non ultimo politico è immorale e odioso, da un punto di vista prettamente letterario ha contribuito a dar vita ad una letteratura e a dar linfa a dei letterati che l’Europa e il mondo ci invidiano. Questi letterati sento di chiamarli italiani per convenzione: scrivono in lingua italiana, certamente – e che lingua! la più pura lingua letteraria del paese, in assoluto. Invito tutti a leggere “L’adescamento” di Renzo Rosso o “Materada” di Tomizza o “Microcosmi” di Magris per intendere ciò che dico e vederlo confermato – e tuttavia per spirito, aspirazioni, espressioni e affinità sono pienamente e indubitabilmente mitteleuropei.

Magris è figlio di Roth, e non di Verga. Svevo nasce dalle intuizioni di Freud, e non da Manzoni. Saba solo è un mezzo italiano; pascoliano o stanco epigono petrarchesco, purtroppo - e originale e grande, forse non è un caso, solo quando canta Trieste.

Questa lingua letteraria purissima sorprenderà qualcuno, perché non è immune a volte a richiami al dialetto; in corsivo, perché così dovrebbe essere: il dialetto era ed è l’italiano di Trieste. Non è immune all’espressione in tedesco o in sloveno, perché ognuno di questi artisti a volte pensa in quelle lingue, e deve tradurre i propri pensieri; o ambienta storie in momenti nei quali parlava in quelle lingue, e dunque effettivamente traduce: eppure, e ciò nonostante, è un italiano alto e comprensibile a tutti. È quella lingua letteraria che si ritiene perduta, e che certe correnti letterarie hanno disperatamente tentato di contaminare o corrompere o deformare.

I letterati triestini, italiani e mitteleuropei, rappresentano la sconfitta di certe mediocri avanguardie e la prova inconfutabile che la lingua letteraria è viva e splendida dimostra la sua perfezione stilistica.

Pensare che questa lingua si deve alla sfortuna, al dolore, all’abbandono, all’isolamento, al sangue è triste e doloroso. Qualcuno un giorno dovrà risponderne. Ma ripeto: adesso parliamo di letteratura, e possiamo ratificare e riconoscere senza alcuna difficoltà la bellezza assoluta dell’opera di questi artisti.

 

Nasce a Spalato nel 1927 Enzo Bettiza, scrittore trapiantato poi nella città che ospitò Joyce e ispirò Rilke: liberale mitteleuropeo, intellettuale fieramente anticomunista,  dà alle stampe nel 1958, per i tipi della Longanesi, un bellissimo romanzo titolato “Il Fantasma di Trieste”: e di questo romanzo ho intenzione di parlarvi. Bettiza è un autore che mi sembra fatichi a conquistare lettori, in questa generazione; e invece dovrebbe averne, e molti, non foss’altro perché questo “Fantasma di Trieste” è un romanzo di formazione di rara intelligenza e cura stilistica. Ambientato a Trieste nei primi decenni del Novecento, racconta la sorte di un ragazzo, Daniele Solospin, che si trova a vivere nella città nel momento in cui il fenomeno degli irredentisti va prendendo piede e assumendo l’importanza che storicamente conosciamo. Daniele vive Trieste come la immaginiamo allora, leggendone nelle ricerche sulla frontiera di Ara e Magris e nelle ricostruzioni letterarie del grande Tomizza: una Trieste dove nessuno ha la certezza della, per così dire, purezza del proprio sangue, dove si ha almeno un nonno col cognome che finisce in –ich e un nonno che si chiama Von; dove tra cittadini si parla in dialetto, e il prestigio sociale si riconosce a chi quel dialetto lo conosce e sa parlarlo dimenticando le proprie origini austriache o slave; dove i commerci e gli affari vanno a gonfie vele, e più di un cittadino manifesta riconoscenza a quell’autorità austriaca che ha consentito alla città di divenire grande e ricca e ai cittadini di mantenere le proprie radici culturali senza esercitare alcuna violenza. Daniele è il rampollo di una grande famiglia che va decadendo; e questa decadenza, che pienamente corrisponde alla decadenza di un mondo, si sintetizza nel suo spirito, contrastato e contraddittorio, non più austriaco, forse, e non ancora italiano. Daniele è il triestino di allora, che ad un tratto crede di poter rovesciare un mondo per costruire una città italiana che sia il vanto d’Italia; ed è il fantasma di questa città, che una volta caduto quel mondo scompare per non rimettervi più piede, perché sa che l’origine della grandezza di Trieste – la tolleranza, la convivenza di più popoli, il portofranco – non esiste più, e si apre un tempo nuovo.

Il Fantasma di Trieste è allora il fantasma di un tempo e di una società; e questo giovane che dovrebbe formarsi per raccogliere il testimone delle generazioni passate, riesce a impelagarsi in uno stravagante attentato all’Imperatore che altro non combina se non confusione; un attentato compiuto in nome dell’Italia, ma ideato e realizzato da sloveni, austriaci, croati, italiani. Qualcuno tra loro s’è già corretto il cognome: uso questo che a Trieste ben conosciamo, perché prima dell’epoca fascista, che forzò i cambiamenti e le traduzioni del cognome, più d’uno cancellò una –k o un –ich al nome della propria famiglia per dirsi italiano.

Daniele, allora, vive in un’atmosfera incandescente e caotica; d’un tratto tutti vogliono giurarsi italiani e cancellare la storia austriaca dell’Urbs fidelissima; e un adolescente che muove i primi passi nel mondo come può trovare e capire la verità, in tutto questo? Si lancia, tra manifestazioni e riunioni di congiurati d’una congiura che è assai brancaleonica e grottesca, e vive.

 

Romanzo destinato a chi vuole immergersi nella storia della città della letteratura italiana del Novecento, e a chi vuole leggere un romanzo di formazione godendo della storia e delle sue evoluzioni e delle sue contraddizioni; destinato a chi vuole imparare a scrivere nella più pura lingua letteraria;  destinato a chi vuole leggere Letteratura.

Enzo Bettiza entra, a pieno titolo, nella grande tradizione letteraria mitteleuropea triestina con questo romanzo. Perché  questo romanzo non conoscerà più ombre, ed apparterrà per sempre alla storia letteraria del nostro Paese. Nonostante l’Italia, e nonostante gli italiani. 

 


 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Enzo Bettiza (Spalato, 1927), giornalista, scrittore e politologo mitteleuropeo. Senatore della Repubblica. Assieme a Indro Montanelli, ha fondato e diretto “Il Giornale” fino al 1983.

 

La prima edizione de “Il fantasma di Trieste” risale al 1958 ed è stata pubblicata dalla Longanesi.

Edizione esaminata: Enzo Bettiza, “Il fantasma di Trieste”, Mondadori, Milano, 1996.

 



Lankelot, G.F., febbraio del 2003.

Importanti sezioni di questa recensione, aggiornata e ampliata nel maggio del 2003, sono apparse nel mese di febbraio del 2003 sulle pagine di ciao.com e lankelot.com.

 

Recensione dedicata all’amico Marco F., e al gruppo goliardico “W l’A e po’ bon”, diretto dal Pontefice Massimo Buccia K. degli “Esteti Giuliano-Dalmati”, in previsione d’una nuova performance nelle accademie. Schiariamoci la voce per tempo, stavolta.

 

ISBN/EAN: 
9788804424857

Commenti

I letterati triestini, italiani e mitteleuropei, rappresentano la sconfitta di certe mediocri avanguardie e la prova inconfutabile che la lingua letteraria è viva e splendida dimostra la sua perfezione stilistica.

Pensare che questa lingua si deve alla sfortuna, al dolore, all?abbandono, all?isolamento, al sangue è triste e doloroso. Qualcuno un giorno dovrà risponderne.

No sta a bazilar, dei.

Mi digo che dovesimo ribadirle certe robe.

"Bazilar": si usa anche da noi, come lo traducete? Questionare?

Credo stia per "vacillare", come etimo, ma ci illuminerà il giuliano puro. Sta a significare "no star a a romper", "no star a questionar", "no sta a dir monade" - le sfumature sono diverse. In questo caso, tradurrei come "non perderci tempo che non è il caso":).

perfetto: direi che i due dialetti coincidono su questo termine.
:-)

(Marina, ricomincia a pubblicare i tuoi articoli, per favore. Danke;) ).

dai, ho solo roba vecchia!!!!! E poi è presto, lascia che passi un altro po' di tempo :-)

No, è ora. Dobbiamo sbrigarci così ci dedichiamo, dal 2007, soltanto alle cose nuove. Dico davvero. Per favore.

vabbé, dai prox giorni riparto con calma, io ne ho molto meno di te da rivedere. Uno ogni tanto.

Pure 5 al giorno. Sulla questione che sai ci siamo capiti. Noi dobbiamo dare il buon esempio, pure se non abbiamo tempo. Dai, forza, avanti così. Pure 5 al giorno.

esagerato!!!!!!! Molti ho deciso di non riproporli, ci saranno sì e no 26 testi

Riproponi tutto, please. E presto. Così, ripeto, abbiamo le mani sgombre per creare cose nuove. E' e sarà necessario. Diamoci da fare.

?Trieste s?è concessa al sogno dell?Italia, che significava aderenza e adesione e partecipazione ad una grande cultura e ad una grande tradizione artistica, e illusorio rinnovamento della potenza commerciale ed economica della città e del suo bacino.

Trieste ha giurato a se stessa d?essere italiana, dimenticando lo splendore della sua atipicità e della sua unicità: città del sì, del ja e del da, ha forzato la propria natura e rinnegato la sua origine?. Non potevi dire meglio, Gianfranco. Peraltro verissimo.

?Saba solo è un mezzo italiano; pascoliano o stanco epigono petrarchesco, purtroppo - e originale e grande, forse non è un caso, solo quando canta Trieste.

Questa lingua letteraria purissima sorprenderà qualcuno, perché non è immune a volte a richiami al dialetto; in corsivo, perché così dovrebbe essere: il dialetto era ed è l?italiano di Trieste. Non è immune all?espressione in tedesco o in sloveno, perché ognuno di questi artisti a volte pensa in quelle lingue, e deve tradurre i propri pensieri; o ambienta storie in momenti nei quali parlava in quelle lingue, e dunque effettivamente traduce: eppure, e ciò nonostante, è un italiano alto e comprensibile a tutti. È quella lingua letteraria che si ritiene perduta, e che certe correnti letterarie hanno disperatamente tentato di contaminare o corrompere o deformare?. Eccellente: anche Elio si è emozionato.

Per me la parte più bella del romanzo, è la descrizione della riunione dei rivoluzionari, diversissimi tra loro, ma accomunati dalla voglia di libertà dall'impero. Quando uno dei partecipanti, invoca al diritto della nazionalità dei 13 popoli che formano l'Austria-Ungheria, il medico Janovich, con funesta preveggenza, paventa il terrore di una barbarica nevrosi nazionale, dichiarando comunque di non esser sicuro a quale di queste nazioni apparterrebbero i triestini, mescolati oramai da secoli.

?Perché questo romanzo non conoscerà più ombre, ed apparterrà per sempre alla storia letteraria del nostro Paese. Nonostante l?Italia, e nonostante gli italiani?. Lo spero tanto, Gianfranco.

Splendida rec. Grazie davvero.

Raffaella

La mia speranza la xe ciama Patrick Karlsen.
Ti abbraccio e ti ringrazio per il commento.

(in attesa della tua primizia su VG)

in attesa della tua primizia su VG, mi dici e io ti rispondo:
la mia primizia la xe ciama pazienza...

Raffaella

Con tutto il rispetto per i furlani, tra i quali annovero splendide persone che il destino mi ha donato di incontrare, digo che dio no xe furlan e che saria ora...

Lode a Bettiza, colto liberal mitteleuropeo, figlio dell'Austria-Ungheria e fiero anti-bolscevico.
Leggetivi i Fantasmi di Mosca, il suo romanzo capolavoro sull'hotel Lux e i fantasmi dello stalinismo. E' un romanzo storico illuminante per comprendere la fabbrica di morte creata da Stalin nella Russia degli anni '30.

bravo max.
Onore - già che ci siamo - ai dalmati che l'Italia abitano, in attesa del ritorno nella terra degli antenati.
Tutto ciò che è anti-bolscevico o anti-comunista è intelligente, di solito. Soprattutto se è stato scritto mentre quella gente era ancora a piede libero.

ave caro.
(Zamjatin ti è piaciuto?)

(che onore.)

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