Bertoli Antonio

Panico! Arrabal Jodorowsky Topor

Autore: 
Bertoli Antonio

 “Il Panico non è un movimento, non è una filosofia, non è un’estetica, non è una definizione, non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza, non è questo e non è nemmeno quest’altro” (pag.117)

Quando si dice l’Avanguardia. Il curatore di questo prezioso libro – meteora in Italia che gli appassionati devono, e sarà peggio per loro, possedere – è amico di Jodorowsky e Arrabal, questo va precisato da subito. Topor, l’unico del trio non più in vita, Bertoli lo ha incontrato solo due volte. È grazie a quest’affettuosa amicizia che ha potuto realizzare questo compendio delle bizzarrie “paniche” dei tre, a dire il vero un’edizione molto di qualità, specie per il corposo album di fotografie introvabili che compone il quinto capitolo, per l’accorpamento dei testi chiave che nel libro vengono collocati dopo una lunga introduzione. Infatti sebbene il libro sia di Arrabal Jodorowsky Topor e, scritto in piccolo, appare quel “a cura di”, è evidente che l’autore sia proprio Antonio Bertoli. Partiamo da lui, quindi. L’introduzione ci avvisa che quel che segue è già un’introduzione al libro, scritto in ben dieci anni, accantonato e poi ripreso, e finalmente pubblicato. Questa è senza dubbio una delle parti più felici dell’intero volume: con uno stile a dire il vero arrogantello e linguacciuto il nostro ci dipinge a tinte fosche, come si dice, il panorama storico e culturale dai primi del Novecento, la genesi (anzi, la palingenesi) di Panico, tendenza post-surrealista amorfa, informe, eppure brutale, violentissima.
Si parte da Lenin, a Zurigo. Nei pressi della sua abitazione c’era il Cabaret Voltaire, il locale in cui i dadaisti si riunivano. Bertoli asserisce addirittura cha Dada sia un “sì, sì” in lingua russa detto dallo stesso Lenin, che diede così il nome al movimento. Si spera non sia vero, è molto più divertente la versione ufficiale*. I dadaisti erano degli intellettuali scappati alla leva durante la Grande Guerra. Rivoluzionarono l’arte in modo meraviglioso, proclamavano l’anarchia e il disordine e la fuga dal senso. Dopo di loro ci furono i Surrealisti, molto più “impegnati”, anche politicamente, legati a due poli opposti: il fascino dell’irrazionale (Freud) e il marxismo, presto noiosamente sfociato in realismo intollerante e razionalismo. Per intenderci da subito: Roland Topor è più legato al dadaismo, Arrabal al surrealismo. Jodorowsky pure s’avvicinava a quest’ultimo, ma per superarlo. Oltrepassato questo quadro d’insieme il curatore Antonio Bertoli si occupa della biografia dei tre artisti e fin qui, davvero, la lettura è piacevolissima: poi si passa alla poetica. Poi un nuovo capitolo: ancora, la poetica. Ci sono qualcosa come cinquanta pagine tutte uguali e inutili in cui si ripetono (a distanza anche di due tre pagine) gli stessi concetti, le stesse citazioni! Citazioni inopportune visto che il lettore le incontrerà un’ennesima volta nell’antologia delle pagine seguenti. La povertà dell’ermeneutica è deludente, specie perché al contrario la complessità dei testi – in particolare Jodorowsky – è notevole. Ma ricominciamo tutto daccapo.
 
Alejandro Jodorowsky: attore, regista, scrittore.
Fernando Arrabal: scrittore, drammaturgo, poeta.
Roland Topor: scrittore, pittore.
  
Il Panico nasce, per gioco, a Parigi nel 1962. Arrabal e Topor si conoscono da tempo, il primo spagnolo, il secondo francese di nascita. In Cile nasce Jodorowsky: senza che questi avesse mai visto Arrabal, decide di portare in scena una sua piéce teatrale. Arrabal ne è entusiasta e, conosciuti, diventano amici. Il trio ha molte cose in comune, specie una tendenza al dissacrante: il loro non-movimento infatti non dura che pochi anni. Nel 1972 Jodorowsky si indispettisce perché Arrabal ha cercato di “storicizzarlo” pubblicando un libro a nome dei tre. “La prima cosa che ho fatto è stato convocare una conferenza stampa in cui mi sono espulso dal Panico[…]. Non voglio partecipare a un movimento. L’ultimo grande movimento è stato il Surrealismo. […] non puoi iniziare un movimento con lo scopo di passare alla storia. È come un bambino che gioca ad essere immortale”.(pag. 133)
 
Jodorowsky, Arrabal e Roland Topor hanno un bagaglio culturale impressionante. Il primo è legato maggiormente al teatro, formatosi con Marcel Marceau, si è autoinvitato nel gruppo surrealista di André Breton, fino alla morte ufficiale del movimento. Il suo distacco combacia con la disillusione: egli definisce Breton un “surrealista in pantofole” e gli altri artisti “incravattati”. Porta in scena Finale di partita di Beckett, poi sempre più vicino al teatro di Antonin Artaud concepisce lo spettacolo effimero. Da qui nasce tutta una concezione filosofico- “liturgica” dell’arte teatrale. Dal teatro al cinema dove realizza i capolavori che conosciamo **
Arrabal e Topor invece presentano un’infanzia particolarmente traumatica che incide decisamente sul loro essere adulti. Non altrimenti si spiegano le follie contorte che li accomunano a Jodorowsky. La tirannide spagnola di Franco per il primo e il nazismo per il secondo massacrano la figura paterna dei due: il padre di Arrabal è stato arrestato e poi è “scomparso”, la madre ha assunto le vesti di figura infernale per il piccolo; il padre di Topor che era ebreo, è stato recluso in un campo di concentramento. Fortunatamente però è riuscito a salvarsi. Arrabal firma film ormai storici come Viva la muerte! (1971) e Topor Il pianeta selvaggio (1981), solo per citare il lato cinematografico dei due. Ma non c’è arte che non li abbia visti protagonisti. Arrabal incontra Pasolini, Mishima; Topor lavora con Fellini per Casanova.
La loro infanzia tragica ha prodotto – specie nel caso di Arrabal –, una psicologia che agli occhi di chi legge mette non poca angoscia. Nel libro infatti (ecco: la delusione) vengono descritte le parti più repellenti della loro personalità e (peggio) della loro arte. Jodorowsky ha delle sfumature imperdonabili, ma si vedrà più avanti. Arrabal risulta un personaggio addirittura antipatico: egocentrico, pornografo, dissacratore nel bene e nel male. Roland Topor invece, beh, basta leggere il suo L’amore folle (pag. 214) per osannarlo.
 
Ma da dove scaturisce questo lato oscuro? Cos’ha di sgradevole la loro dissacrazione? La parola Panico lo spiega perfettamente.
“Possiamo dire che Pan è un dio senza una forma determinata e che rappresenta l’assenza di “stile” che caratterizza il nostro metodo. […] Appartiene sempre a una generazione giovane, è deforme (corna e zampe da caprone). […] è un dio dei boschi e nonostante questo, in quanto caprone, si nutre divorando ciò che si protegge. È il dio delle capre, però protegge anche i cacciatori. Provoca terrore e a volte il riso. “[…]concedeva anche la saggezza; la saggezza dell’Omphalos, l’Ombelico del mondo, era in suo potere”. Pan trasmetteva anche sapere”(pag. 142).
 
Terrore, quindi. Chi ha visto La montagna sacra a questo punto ha capito. È il lato pornografico che senz’altro sconcerta – e il libro per fortuna non si sofferma su questo punto – ma c’è una cosa ancor più grave che rendere imperdonabile il loro lavoro teatrale, di Alejandro Jodorowsky in particolare. Sono fautori di morte. In scena infatti vengono uccisi degli animali, per mano dello stesso poeta cileno. Teatro dell’effimero, si propone di estenderlo alla vita: non più finzione sul palco, ma euforia, violenza, humor: panico. Le sue rappresentazioni vengono chiuse dalla polizia – non a torto, probabilmente. Differente il discorso del cinema:
 
“Credo che si debbano fare i film come si fanno i poemi. Alcuni registi fanno film come racconti: Truffaut. Altri li fanno come prova politica: Godard. Bene! Altri ancora sviluppano storie metafisiche: Bergman. Ma io voglio fare poesia. Possiamo, dobbiamo fare poesia. Poesia dedicata ad un pubblico di poeti” (pag. 55)
 
Stomachevole e irritante è invece il capitolo di pagina 226 con cui lo stesso Jodorowsky parla amabilmente col toreador Diego Barton di una fra le tradizioni folkloristiche più idiote della storia: la corrida. I loro discorsi di rinnovamento surreale dello spettacolo fanno venir voglia di prenderli a schiaffi.
 
In mezzo ad un mare di gratuite sberle etiche c’è comunque qualche chicca che ripaga di così poco rispetto per gli esseri viventi. È una frase di Arrabal, in un’intervista di Jodorowsky:
 
“Segnalo, per concludere, che non sono anticristiano. Cristo è un personaggio meraviglioso che rispetto e ammiro almeno quanto Biancaneve e Braccio di Ferro” (pag. 172)
 
Non ha granché senso star qui a raccontare ciò che già c’è scritto (e ampiamente) nel libro. Solo, da un lato, avvertire della straordinarietà di questo volume che può a ben vedere essere definito opera panica: mix di choc e umorismo, di filosofia e fisica, matematica, logica ed altre discipline che volutamente riserviamo al lettore. È in ogni caso un’opera che fa riflettere, senza dubbio cambia la vita. Perché anche a libro finito, dopo una lunga serie di pugni allo stomaco, spaccamenti del cranio alla ricerca di sensi e significati che hanno origini lontane (questi tre respiravano filosofia, accidenti a loro) non si può negare un fascino totalizzante.
 
Ah, il movimento Panico, mai nato e mai morto, è ancora in vita. Alla fine del quarto capitolo c’è il Secondo Manifesto Panico di Arrabal del 2006. E Jodorowsky, proprio in questo periodo, sta realizzando il seguito di El topo, dal titolo El toro.
 
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* “Dichiaro che Tristan Tzara ha trovato la parola Dada l’8 febbraio 1916 alle sei pomeridiane; ero presente con i miei dodici figli quando Tzara pronunciò per la prima volta questa parola che ci ha riempiti di legittimo entusiasmo. Questo accadeva al caffè Terrasse di Zurigo mentre m'introducevo una brioche nella narice sinistra. Sono convinto che questa parola non ha la minima importanza e che solo gli imbecilli e i professori spagnoli possono interessarsi alle date. Quello che a noi importa è lo spirito Dada, noi eravamo tutti dada prima dell'esistenza di DADA”. Hans Arp.
 
** vedi recensioni a piè di pagina.
 
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Antonio Bertoli (Firenze?, 1957), scrittore, attore, “fondatore di City Lights in Italia”.
Antonio Bertoli, “Panico! – Arrabal, Jodorowsy, Topor”, Giunti City Lights, Firenze, 2008.
 
IN LANKELOT
 
Jodorowsky: Il paese incantato di Léon / El topo di epicentro / La montagna sacra di Léon / Santa sangre di Léon.
 
Arrabal: L’albero di Guernica di epicentro
 
Topor: Ratataplan di epicentro / Nosferatu il principe della notte di epicentro
 
 
Luca Martello “epicentro”, 8 agosto 2008.
ISBN/EAN: 
8809056531

Commenti

Ecce HAMMER!
Popcorn e buio in sala.

Ma i bambini a letto...

felicidell'intero volume > spaz felici dell'

sì sì, ho appena corretto..

" Ci sono qualcosa come cinquanta pagine tutte uguali e inutili in cui si ripetono (a distanza anche di due tre pagine) gli stessi concetti, le stesse citazioni! Citazioni inopportune visto che il lettore le incontreà un'ennesima volta nell'antologia delle pagine seguenti. La povertà dell'ermeneutica è deludente, specie perché al contrario la complessità dei testi - in particolare Jodorowsky - è notevole".

> Si vede che dovevano arrivare a xy pagine.

"Jodorowsky, Arrabal e Roland Topor hanno un bagaglio culturale impressionante. Il primo è legato maggiormente al teatro, formatosi con Marcel Marceau, si è autoinvitato nel gruppo surrealista di André Breton, fino alla morte ufficiale del movimento. Il suo distacco combacia con la disillusione: egli definisce Breton un "surrealista in pantofole" e gli altri artisti "incravattati". Porta in scena Finale di partita di Beckett, poi sempre più vicino al teatro di Antonin Artaud concepisce lo spettacolo effimero. Da qui nasce tutta una concezione filosofico -liturgica dell'arte teatrale."

> Quadro monstre;). Magnifico.

"Segnalo, per concludere, che non sono anticristiano. Cristo è un personaggio meraviglioso che rispetto e ammiro almeno quanto Biancaneve e Braccio di Ferro" (pag. 172)"

 > ahahahahahha

Applausi per il Professor Martello, a scena aperta.

eddai :)) più che altro mi spiace per Jodorowsky, pensavo fosse più "intelligente". In ogni caso il suo genio è innagabile.

Scelta curiosa se non si trattasse del nostro Epic. Dunque scelta che non sorprende. A margine: Julius Evola fu uno dei più noti pittori dadaisti italiani, influenzato direttamente da Tristan Tzara.

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