Berto Giuseppe

Le opere di Dio

Autore: 
Berto Giuseppe
Giuseppe Berto: Le opere di Dio*

    Le Opere di Dio è un libro importante di Giuseppe Berto, ma anche «su» Giuseppe Berto, perché il romanzo è preceduto da una Introduzione in cui lo scrittore, un po’ come Alfieri, narra sé stesso, partendo dai primi ricordi d’infanzia sino alla maturità e alle personali scelte politiche. Berto narra d’esser nato nel 1914, «uno degli anni più disgraziati dell’intera storia umana», perché, a suo dire, iniziava il nostro «secolo breve», dilacerato da ben due guerre mondiali. Compiuti gli studi superiori, Berto va sotto le armi, ricordando, tra le altre cose, di essere stato «compagno di branda» di Tommaso Landolfi; nessuno dei due, dice Berto, si accorse l’uno dell’altro. Dopo il periodo passato in Etiopia, è insignito di due  decorazioni al valor militare per una ferita, onorificenze che gli valsero il rapido superamento degli esami e una laurea in Storia dell’Arte. Berto inizia, senza tra l’altro crederci più di tanto, la sua carriera di scrittore: rammenta i suoi articoli sul Gazzettino Sera, e un componimento sul tema delle leggi razziali in Italia. In quello scritto, di cui s’è perduta ogni traccia, Berto sostenne che il problema ebraico non esisteva di fatto in Italia, e che le leggi razziali furono un semplice «allineamento» alla Germania di cui eravamo alleati. Berto sottolinea che al tempo nulla sapeva dei campi di sterminio tedeschi. Berto quindi ripercorre gli anni «grami» passati a Treviso come Federale, tra beghe e pasticci locali, tanto che chiese di partire volontario, e infatti rapidamente egli fu destinato in Africa Settentrionale, nel sesto battaglione Camicie Nere, dove si trovò a convivere tra «fanatici» e «poveri diavoli». Gli eventi sul fronte africano intanto precipitano: dopo la dura sconfitta di El Hamma, finisce prigioniero a Hereford nel Texas. Il periodo americano si rivelò fondante per la carriera successiva di Berto. Conosce altri prigionieri, che lo avviano alla scrittura sulle rivistine che circolano nel  campo di prigionia. Trova alcuni libri in inglese e li legge per impratichirsi della lingua, e così fa  la conoscenza di Steinbeck, che difende a spada tratta in un confronto con Mann. Legge anche qualcosa di Hemingway. Dà il via alla stesura di alcuni racconti e, dopo un periodo di crisi per problemi di salute, compone anche Le opere di Dio, in cui affronta, suo dire, un tema che gli stava molto a cuore, ossia quello della  «sua gente travolta dalla guerra». Sottopone il suo romanzo al «terribile» Ravaioli, critico implacabile, il quale, dopo averlo strapazzato un po’ per un  errore di ortografia, lo rassicura dicendogli che nel complesso il libro è buono.  Egli quindi, dopo aver sentito da alcuni trevigiani arrivati da poco al campo di Hereford dei bombardamenti americani su Treviso,  scrive in otto mesi un romanzo, che chiamerà La perduta gente ( poi conosciuto con il ben più famoso titolo di Il cielo è rosso), che narra di alcuni   ragazzi travolti dalla guerra che si aggirano tra le rovine della città, andando infine incontro a un tragico destino. Nel ‘46 finisce la prigionia e Berto rimpatria; in quei mesi sottopone a Bompiani Le opere di dio. Il manoscritto finisce nelle mani della segretaria di Bompiani, e Berto non sa più nulla del suo manoscritto. Insiste allora con Bompiani, diventando persino aggressivo e insultante.  Dopo lunghe insistenze, Berto ha alla fine la tanto agognata risposta: «Le opere di Dio veniva giudicato una brutta imitazione dei peggiori americani». Poi, per sua fortuna, Berto conosce Comisso, che gli dà qualche lettera di presentazione per Henry Furst e per Leo Longanesi. Quest’ultimo dimostra interesse per La perduta gente e, alla fine, il romanzo trova il suo editore. Longanesi però cambia il titolo del romanzo in Il cielo è rosso, che è ben accolto generalmente dalla critica, anche se conosce stroncature di un certo peso da parte di Debenedetti,  Falqui, e altri. Però, tutto sommato, il romanzo di Berto piace:  parte  della critica rileva come Il cielo è rosso fosse l’unico romanzo italiano che avesse affrontato a dovere il «tema della guerra e della disfatta». Berto osserva inoltre di essersi  trovato fra i Neorealisti senza sospettare di farne parte. Ne’ 48 vince il Premio Letterario Firenze, grazie a una qualificata giuria che conta i nomi di Momigliano, Montale e Pancrazi. Presso Macchia Berto, sfruttando il successo, pubblica anche Le opere di dio. Ma ormai i reduci erano tornati e scrivono un po’ tutti: il romanzo è accolto da una generale freddezza. Il colpo è ripetuto nel ‘64 su consiglio di Vigorelli, e stavolta va bene. La critica vuole vedere Hemingway a tutti costi dietro la tecnica di Berto. Il quale però fa notare  di aver sì e no letto due romanzi di Hemingway. Anche la critica americana però insiste nel confronto, finché Edward Parone,  in un articolo sul «Courant» di Hartford, Connecticut,  nota finalmente più l’influenza di Steinbeck che di Hemingway. Scritto in pieno Neorealismo, secondo Berto, il romanzo ne rispecchia bene la poetica, assai più de Il cielo è rosso. Il titolo del romanzo è ricavato dal Vangelo di Giovanni, e si sofferma sull’idea che la vita dell’uomo è sottoposta all’invincibile “necessità”, in forza della quale è scritto nel libro del destino che certe cose accadano. I  libri di Berto appaiono dominati da un profondo senso di colpa, dovuto al fatto che egli sente acutamente il peso di appartenere a una generazione responsabile di ciò che era accaduto negli anni che condussero il mondo verso l’immane tragedia della seconda guerra mondiale. Berto ritorna incessantemente a parlare del suo incoercibile  senso di colpa, che lo porta a provare sentimenti di profonda pietà per coloro che, incolpevoli e in fondo inconsapevoli,  pagarono un prezzo altissimo per la politica di una classe dirigente che condusse al disastro di un’intera nazione.
 
La trama
 La guerra, prima lontana, si avvicina minacciosa alla piccola cascina ove vive una famiglia contadina costituita dalla madre, dal nonno, dal piccolo Nino e da due ragazze, la Rossa ed Effa. Un giorno il vecchio Mangano nota uno strano trambusto in famiglia: si stanno facendo i bagagli per partire e lasciare la casa.  Il vecchio chiede il motivo per cui si fanno le valigie. È venuto un militare, gli rispondono, che ha detto che presto sarebbero arrivati gli americani. Effa vuole  andare via,  verso  Nord. Il vecchio non vuole saperne, perché quella è la sua casa, e, americani o no, egli non l’abbandonerà mai e poi mai. Alla fine il vecchio Mangano cede. Si prepara la roba su un carro e si parte.  L’idea è quella di arrivare a Castelmonte e poi di lì dirigersi a Pietravalle. Il carro è straripante di masserizie, si  caricano persino il maiale e le galline. Lungo la strada il carro è coinvolto in un incidente e viene  travolto: il vino si versa sull’asfalto, il maiale grida come un ossesso perché si è probabilmente ferito, le galline si disperdono, tutte le masserizie ammassate sul carro rovinano lungo la scarpata: imprecazioni del vecchio Mangano, gran bestemmiatore degli dèi e degli uomini. Nella confusione che segue succede uno strano fatto, Effa non si vede più. La madre la cerca, gridando e chiamandola per nome: niente! Interviene la Rossa, dicendo di non preoccuparsi: Effa se n’è andata di sua spontanea volontà. Dopo mille dubbi e interrogativi irrisolti sul destino di Effa, la famiglia riprende il suo pellegrinaggio a piedi, in mezzo all’acqua che arriva al ginocchio, con le bestie dietro e il maiale che non ne vuole sapere di camminare.  Il vecchio trascina letteralmente il maiale e vanno a finire su un campo minato. Il vecchio Mangano inciampa in un filo teso a terra, e lui e il maiale saltano per aria, perdendo la vita.. La madre accorre trafelata e sconvolta, ma non può far altro che constatare la morte del vecchio Mangano. La scena si sposta su due militari: parlano della guerra; ci si interroga su come finirà: male o bene? I due militari, un soldato semplice e un sergente, sentono lì vicino delle voci; si avvicinano, s’informano di quanto è accaduto e offrono il loro aiuto. Portano i superstiti della famiglia al più vicino campo, e raccolgono anche i resti del povero corpo straziato del vecchio Mangano, che viene seppellito  vicino a casa sua. La rossa e la madre vedono di lontano la loro casa bruciare. “Io non capisco perché debbano succedere queste cose”, osserva la madre, che sentenzia: “dicono che è Dio che ci manda questi castighi”. Poi, presa come dal rimorso, vuole andare a cercare la Effa, che non aveva mai capito; affida con mille raccomandazioni il piccolo Nino alle cure della Rossa, e parte.
 
Cenni biografici,  pagine esemplari e postille critiche
    Nato a Mogliano Veneto nel  dicembre del 1914, ebbe rapporti difficili con il padre, cosa che  fu quasi certamente all’origine delle proprie nevrosi, sovraccariche di fortissimi sensi di colpa. Si laureò in Storia dell’Arte a Padova, e dopo un periodo trascorso come Federale a Mogliano, fu volontario in Etiopia. Tornato in Italia, dal ’40 insegnò per qualche tempo latino e italiano a Treviso. Catturato dagli americani in Libia, trascorse in prigionia il resto della guerra. Fu liberato bel 1946. Gli anni successivi lo videro al centro di un insperato successo letterario: ottenne infatti il Premio Letterario Firenze con Il cielo è rosso. Nel ’64 ottiene il Premio Viareggio con Il male oscuro. Muore a Roma nel 1978. Le Opere di Dio e Il Cielo è rosso ( titolo voluto da Longanesi, che trovava “orribile” quello inventato da Berto La perduta gente) costituiscono le prime prove di successo di Berto.
 
Pagine esemplari e postille critiche
«… nel 1941 il Nostro (così Berto definisce se stesso, parlando in terza persona) partecipò ad un concorso indetto dai Gruppi Universitari Fascisti per una monografia sul tema della razza. Del suo componimento d’è perduta ogni traccia, e Berto per primo se ne dispiace, poiché egli stesso sarebbe curioso di controllare quali idee avesse in testa in quel tempo. A quanto ricorda, egli ritiene di aver impostato il suo scritto su questa linea: gli ebrei, in Italia, non costituivano né un problema né un pericolo, tuttavia, poiché a causa dell’alleanza con la Germania l’Italia Fascista aveva pensato bene di emanare delle leggi razziali, ora doveva metterle in pratica… Berto non aveva idea che in Germania potessero esistere dei campi di sterminio…» (p. 21).
    Sulla sincerità dell’ultima affermazione, direi che non ci possono essere soverchi dubbi. Sui campi di sterminio le conoscenze in Italia non potevano essere molto larghe. Fabio Levi, in un suo saggio molto circostanziato sulla questione ebraica nel nostro paese, ricorda gli studi compiuti da Michele Sarfatti, per il quale, il cosiddetto “terribile segreto” relativo ai campi di sterminio doveva essere «noto a un gruppo ristretto di autorità centrali e locali». Cfr. l’ottimo lavoro di F. Levi, Persecuzioni di razza ed ebrei nell’Italia contemporanea, in Studi Storici, luglio-settembre 2000, n° 3, pp. 799-824. La citazione si riferisce alla  p. 811, e riprende un passo dello studio di M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, Torino, Zamorani, 1994.
   Di struggente intensità umana, il momento in cui la madre decide di lasciare il piccolo Nino e la Rossa per  andare alla ricerca di Effa, che li aveva abbandonati. E’ questo il tragico epilogo del disfacimento totale del nucleo familiare: morto il vecchio, raminga Effa, la casa distrutta dal fuoco. Gli attimi precedenti il distacco della madre da Nino sono narrati  con estrema intensità emotiva:
«… Ti senti bene, Nino, non è vero? Non sarai mica troppo stanco, vero?» «No», disse il ragazzo. «Mi sento bene».  «Non hai dormito tutta la notte, povero figlio», disse la madre. «Ed è stata una brutta notte.» Con sforzo essa alzò di nuovo gli occhi verso il viso del figlio. «Sei sempre stato un buon ragazzo, Nino. Non mi hai mai dato nessun dispiacere». Inghiottiva di continuo e non voleva piangere, ma era tanto difficile parlare senza piangere. Allora alzò solo una mano per accarezzare il viso del figlio, la stessa mano che aveva accarezzato il viso del morto, e aveva cercato di chiudere la mascella indurita. Una mano deformata dalle fatiche, con delle vene ingrossate, e un po’ di sangue rappreso nelle rughe profonde…» (pp. 177 seg. ).
    Scrive Olga Lombardi:  «…una delle pagine del libro in cui Berto trova l’accento di una profonda, appena rattenuta emozione…». Cfr. O. Lombardi, Invito alle lettura di Giuseppe Berto, Milano, Mursia, 1974, p. 32.
 
* Edizione di riferimento: Giuseppe Berto, Le opere di Dio, Milano, A. Mondadori, 1980.
 
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Stimato dott. Franchi, ti invio la prima delle "schede" che sto approntando su alcune opere di Giuseppe Berto. Come puoi vedere, io non dimentico i doveri di ospitalità che ho nei tuoi confronti, e sono stato ben lieto di scrivere qualcosa secondo le indicazioni che tu mi desti qualche tempo fa. Se trovi qualcosa da emendare fammelo sapere.

interessante tutto, Berto è delle mie zone, per lungo tempo non fu profeta in patria come al solito.

integro l'archivio!

Okey.

"Compiuti gli studi superiori, Berto va sotto le armi, ricordando, tra le altre cose, di essere stato «compagno di branda» di Tommaso Landolfi; nessuno dei due, dice Berto, si accorse l?uno dell?altro."

> Questo aneddoto mi mancava, ma è stupendo. Mi ricorda quando, in un vecchio film di Jarmusch, due rockstar che si conoscevano solo di fama e si ammiravano molto vengono presentate. Si prendono un caffé. Non hanno niente da dirsi.
Succede.

"Il cielo è rosso. Il titolo del romanzo è ricavato dal Vangelo di Giovanni, e si sofferma sull?idea che la vita dell?uomo è sottoposta all?invincibile ?necessità?, in forza della quale è scritto nel libro del destino che certe cose accadano. I libri di Berto appaiono dominati da un profondo senso di colpa, dovuto al fatto che egli sente acutamente il peso di appartenere a una generazione responsabile di ciò che era accaduto negli anni che condussero il mondo verso l?immane tragedia della seconda guerra mondiale. Berto ritorna incessantemente a parlare del suo incoercibile senso di colpa, che lo porta a provare sentimenti di profonda pietà per coloro che, incolpevoli e in fondo inconsapevoli, pagarono un prezzo altissimo per la politica di una classe dirigente che condusse al disastro di un?intera nazione. "

> Notevole.

Altro grande contributo. Limpido e completo.
Grazie professor.

>6. Avrei voluto aggiungere, ma sul momento non mi è sembrato il caso, che l'idea di "necessità" che incombe su noi tutti, è "greca": è l'antica "Anànke", il ferreo destino a cui nessuno sfugge.
>7 Sono contento che ti sia piaciuto. La prossima puntata sarà ancora su Berto, fino a esaurimento "schede". Poi, se Dio vuole, riuscirò anche a scrivere qualcosa su Arbasino, che avevo iniziato di slancio e poi mi sono arenato.

Magnifico programma. Programma necessario.
*
Stai dando un grande contributo critico, migliorando la circolazione delle notizie relative a biografie, bibliografie e bibliografie critiche di diversi autori importanti. Assieme, vai suggerendo sentieri di ricerca e di analisi davvero fascinosi. Grazie professor.

Grazie a Te, stimato amico, permettimi di così definirti. Sono davvero affezionato a "Lankelot" e vorrei sperare di renderlo, per quanto è nelle mie possibilità, sempre più gradito al pubblico dei lettori.

E' quel che stai facendo, amice Sard.

Grazie.

copertina & archivio GB

copertina & archivio GB aggiornati