Si è scelto La cosa buffa (invece chessò, Il male oscuro o l’altro successone Il cielo è rosso), non per la nostra solita sicumera di distanziarsi dal prevedibile, ma per un breve viaggio tout-court nell’arte bertiana per travisar discorsi (e perché comunque il romanzo è riuscito). Discorsi che non sono quelli lappa palle dell’identificazione ideologica del personaggio (che si farebbe notte: ma dunque era fascista? Ma per i fascisti era comunista? Era un traditore? Era cattolico o no?) che spesso, soprattutto nel dopoguerra falsamente giulivo della riconquistata libertà e della ‘gramsciana’ superiorità culturale di chissà cosa, fece danni e vittime illustri (vi basta Malaparte?). No, sono necessità che s’impongono quando è la parola (negli ultimi tempi questa stessa è vittima sacrificale, epperò che paradosso!) l’unica sostanza ‘atomica’ che fa la differenza.
Dunque: Giuseppe Berto fu un grande scrittore (qualche dubbio l’ho sulla sua attività di sceneggiatore cinematografico) e lo è stato anche nelle prove che potremmo dire marginali, ma che in realtà sono soltanto succedanee ad episodi letterari più conclamati.
E La cosa buffa è un caso di queste: una storia di ‘amori’ (attenzione però, nella linea temporeggiante dello scrittore, la sostanza è assai meno semplice dell’apparenza: evidentemente non v’era modo migliore di cominciare una storia su questa terra ossia il male vi era così grande e diffuso che non era concesso d’amarsi per speranza ma solo per difesa) del protagonista prima con una ragazza di famiglia benestante – persa per l’opposizione dei genitori a maritarla con un ragazzo nullafacente quale è Antonio – poi con una sorta di sciacquetta ambigua che gli fa perdere tempo prezioso assai. Ma la rapida qualificazione dell’opera non porti ad un’erronea valutazione del lettore di questa: siamo semmai nel campo di lettura rapida ed ordinata ma che non può non prescindere dalla bontà della lingua del Berto, che è terreno che più si addice alle nostre investigazioni.
Penso all’incipit del romanzo che ritengo uno dei migliori della nostra letteratura: In quel tempo di mezzo inverno benché si recasse ogni pomeriggio di sole sulla terrazza del Caffè alle Zattere, vale a dire in un luogo per niente spiacevole e anzi rallegrato dalle scarse cose liete che si possono trovare in una città umida qual è Venezia durante la brutta stagione, Antonio aveva soprattutto voglia di morire.
Ma tutto il libro è scoperta continua: perché la tecnica narrativa di Berto – e qui sta l’incanto e non il fastidio – sta nell’accumulo delle riflessioni personali dei protagonisti, una sorta di sfinimento intellettivo che non ha però corrispettivi nel lettore, preso dalla fascinazione del dettaglio (non solo psicologico, ma anche degli oggetti) più minuto. Mi meraviglio come un’opera del genere sia diventata anche film (nel ruolo di Antonio un giovane Morandi, ancora lontanissimo dai fasti sanremesi, ma impossibile nella restituzione cinematografica del disorientamento del protagonista): si sarebbe dovuta rendere bergmaniana una sostanza che per ironia e sottile umorismo avrebbe creato resistenza.
No, La cosa buffa doveva rimanere romanzo e stop. Amabile poi per come ha reso la posizione dell’autore: ambigua, ma nel senso di una impossibile identificazione ideologica, al di là dei dibattiti post-bellici sul come e perché si dovesse essere, e soprattutto stare al mondo.
Il mio titolo dice appunto ‘travisar discorsi’: certo, nella maniera soprattutto di evitare una reductio ad unum dell’intenzionalità dello scrittore. Che si dicesse di destra, di centro o di sinistra son affari che non ci riguardano e mai riguarderanno. Come per esempio definire il Berto cattolico.
Beh il romanzo, considerato l’anno di uscita e quindi i tempi raccontati, sembra sempre in bilico tra una visione tenuta e riservatissima dei costumi e dall’altra la tentazione pruriginosa di nuove istanze sociale (e sessuali). In ogni caso Berto coglie il bersaglio quando di fronte ad una raffigurazione di un’umanità deludente scrive : e chissà mai perché il genere umano invece d’accettare questa condizione prendendola per il verso buono che sarebbe come dire far l’amore quanto più allegramente possibile si è messo a pensarci sopra arrivando a produrre in casi peraltro eccezionalissime idee come la concezione immacolata. Sì perché il povero Antonio, diviso tra l’apparente pruderie della ‘buona di famiglia’ Maria e la mignottesca Marica, di origine ungherese, vorrebbe, perché è animo sensibile e tutto sommato ‘normale’, cercar sesso comunque e con un pizzico di sentimento. E che sarà mai.
E’ evidente che l’incontro tra le due cose non ha mai funzionato. Né allora né sempre.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Giuseppe Berto (Mogliano Veneto, 1914-Roma, 1978), scrittore italiano.
Giuseppe Berto, "La cosa buffa", Rizzoli, Milano 1973
Per approfondire: BERTO in Lankelot + WIKI su Berto + Italialibri
Alfredo Ronci, maggio 2011
Commenti
[giuseppe berto, la cosa
[giuseppe berto, la cosa buffa] Alfredo non ha dubbi: "Dunque: Giuseppe Berto fu un grande scrittore (qualche dubbio l’ho sulla sua attività di sceneggiatore cinematografico) e lo è stato anche nelle prove che potremmo dire marginali, ma che in realtà sono soltanto succedanee ad episodi letterari più conclamati. E La cosa buffa è un caso di queste: una storia di ‘amori'..."
> buona lettura!
[berto] Alfredo ci ha
[berto] Alfredo ci ha raccontato...
Giuseppe Berto, "La cosa buffa", Rizzoli, Milano 1973
Per approfondire: BERTO in Lankelot + WIKI su Berto + Italialibri
["la cosa buffa"-Berto]
["la cosa buffa"-Berto] Sull'ottimo "ItaliaLibri", un articolo di dieci anni fa da affiancare a questo del nostro Al. Si trova qui: http://www.italialibri.net/opere/cosabuffa.html
Un frammento: "[...] “La cosa buffa” è in realtà “la cosa tragica”, perché i due giovani, che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, si trovano improvvisamente in balìa di sentimenti che li portano, ora nelle stratosfere della felicità più completa, ora negli abissi della disperazione più profonda, senza nessun costrutto logico e anzi spesso in maniera totalmente indipendente da quelli che sono gli accadimenti oggettivi. La cosa è tragica anche perché gli stati di alterazione delle più fondamentali capacità razionali si alternano a momenti di recuperata lucidità, in cui i due giovani non riescono a capacitarsi né dei propri né dei reciproci comportamenti. Tragica, ancora, perché tutto questo ha luogo in una città, Venezia, dove la presenza umana è ubiqua e i protagonisti sono coscienti, spesso in maniera insufficiente, di trovarsi oggetto di osservazione da parte di un'umanità maliziosa e pettegola. [...]"
tutto l'articolo su ITALIALIBRI: http://www.italialibri.net/opere/cosabuffa.html