Berto Giuseppe

Il male oscuro

Autore: 
Berto Giuseppe

INTROSPETTIVA

“Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”, avvertono, solenni, le parole di Eschilo incise in apertura.
Incatenato come il Prometeo, tormentato dall’incessante logorio a cui condanna l’esperienza stessa del vivere, Berto ripercorre le tappe della sua malattia biforcuta, in grado di attaccare contemporaneamente anima e corpo, e ci trascina in un “de profundis” di impressionante lucidità, regalandoci il reperto anamnestico ed autobiografico di una nevrosi devastante.
Una nevrosi, si legge nell’introduzione del Gadda, che vuole adempiere al compito di storiografare se stessa, finendo per dare origine ad un testo steso in forma di catarsi autoanalitica. Svincolato definitivamente dall’illusione “che uno scrittore potesse essere tra i protagonisti della vita di un paese fraternamente unito e concorde nel volere una determinata forma di progresso”, l’autore classe 1914, dopo la stroncatura netta de “Il brigante” ad opera del Cecchi, privo della sensibilità necessaria per cogliere i segni dell’evoluzione del suo romanzo, assapora consapevolmente la libertà frutto della crisi del neorealismo. Vince la paura di bloccarsi prima della fine e si abbandona ad uno scrivere fitto, intenso, prepotente, capace di mettere in ginocchio le più elementari norme della sintassi. Il racconto scorre come una sorta di ininterrotta confessione e lo stile, che fece subito parlare di stream of consciousness joyciano, segue il percorso incontenibile del pensiero: un incessante, ansimante fiume di parole carico di periodi interminabili privi di virgole e di punti, traducendo in inchiostro libere associazioni riportate nero su bianco senza seguire un rigoroso ordine cronologico, ma con grossi sbalzi temporali, come un’unica, inequivocabile registrazione grafica di una seduta psicanalitica.
La scrittura diventa lente d’ingrandimento, bisturi che viviseziona un’esistenza di angosce e frustrazioni, pungolo che induce alla ricerca interiore nella disperata necessità di affrontare il proprio dolore a viso aperto, tentando di sconfiggere a rigor di logica il costante senso di colpa che deriva dall’incapacità di perdonarsi delitti in realtà mai commessi, perché di delitti non si tratta. Perché non è delitto sperimentare la via del rigetto nei confronti di quella morale e di quell’educazione asfittica condensate nella figura del padre integerrimo maresciallo dei carabinieri nei secoli fedele, alla quale fa eco, poi, quella di Dio, delle sue leggi e delle sue istituzioni troppo spesso avvertite come lacci, pesanti catene atte ad imbrigliare il pieno, armonico sviluppo del proprio io. Berto ci offre un’analisi spietatamente vera del suo tempo ponendo dinanzi agli occhi del lettore il quadro di un’Italia ritratta nel delicato periodo di passaggio dal mondo rurale a quello industriale ed urbano. Un’Italia in bilico tra monarchia e repubblica, per anni stretta nella morsa del fascismo. Un’Italia all’interno della quale il giovane di Mogliano Veneto stenta a trovare la sua dimensione, prigioniero di un’altalena che lo vede oscillare tra il costante desiderio di sottrarsi al giogo della tradizione e dell’ideologia tanto radicate nella civiltà dell’epoca, e, al contempo, il bisogno di sentirsi punito per la colpa di non sapervisi adeguare. Sulla scia di quanto avevano scritto in precedenza Svevo e Gadda con, rispettivamente, “La coscienza di Zeno” e “La cognizione del dolore”, pertanto, il romanzo vincitore, nell’arco della stessa settimana, del premio Viareggio e del premio Campiello, si serve della psicanalisi che, lungi dal risolversi in semplice sistema terapeutico in grado di guidare il protagonista nel difficile percorso di rilettura del proprio passato in chiave salvifica e non più autodistruttiva, diviene procedimento di indagine sul male di vivere come condizione che accomuna più o meno consapevolmente tutto il genere umano, con pagine che si trasformano in punti di osservazione privilegiati per “un’approfondita conoscenza dei rapporti psicologici tra i componenti del gruppo, uno su tutti il gruppo di famiglia, vere unità psichiche della gente, più di quanto non sia il vecchio pupazzo denominato persona singola, persona individua”.
A cinquant’anni, dunque, per sua stessa ammissione, Berto guarisce, quel tanto che voleva disperatamente guarire, ossia non ha più paura di scrivere e si produce in quello che resterà il suo libro più apprezzato e più sofferto. Un libro non semplice, crudo, diretto. Un libro, dal quale, per ammissione di Montanelli, superato lo scoglio della prima fase che dura un paio di facciate, è impossibile disincagliare l’occhio e il cervello. Un libro capace, attraverso un’ironia discreta che alleggerisce la tensione emotiva dell’intera opera, di esplorare quella parte di noi stessi che l’autore definisce come la più buia, quella che spesso ci rifiutiamo di guardare, ma che non smette di esistere ingigantendosi in risposta ad ogni nostro tentativo di nasconderla, rendendoci così, sempre più malati ed infelici.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Giuseppe Berto (Mogliano Veneto 1914 – Roma 1978)
Laureato in lettere, lasciò l’insegnamento per dedicarsi interamente alla scrittura. Esordì nel 1946 con il romanzo “Il cielo è rosso”, cui seguirono “Il brigante” (1951), “Guerra in camicia nera” (1955) e la raccolta di racconti “Un po’ di successo” (1963).
Con “Il male oscuro” (1964) rivelò la sua autentica vena narrativa ottenendo un grande successo di critica e di pubblico. Ricordiamo inoltre: “La cosa buffa” (1966), “Anonimo veneziano” (1971), “Oh Serafina!” (1973), “La gloria” (1978) e la raccolta postuma “Dialoghi col cane” (1986)
Giuseppe Berto, Il male oscuro, Bur, Milano, 1998.
Prefazione di Carlo Emilio Gadda.

BERTO in LANKELOT:
Berto Giuseppe - "In viaggio" con Giuseppe Berto - sard
Berto Giuseppe - Il male oscuro - AngelaMigliore
Berto Giuseppe - Il male oscuro - Movida
Berto Giuseppe - L'uomo e la sua morte - sard
Berto Giuseppe - La gloria - franchi
Berto Giuseppe - Le opere di Dio - sard

Angela Migliore
Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788817012195

Commenti

(e se davvero non conosceva l'Ulisse di Joyce, lui stava inventando una nuova tecnica di scrittura e se ne sentiva padrone, plasmandola...)

Le "invenzioni" inconsapevoli, sono forse quelle più dense di valore.

E' la testimonianza che l'inconsapevolezza non va confusa con l'incoscienza.

c'ho messo parecchio ad abituarmi alla scrittura, un'onda nerastra di parole, quella propria della depressione. anzi credo di non essermici mai abituato. non so, sommo lanke, se le risacche siano una "tecnica scrittoria", non so davvero. certo è che non mi ha curato minimamente e le sue indagini ci vuole lo stomaco di un analista per sorbirle tutte.

cosciente e consapevole, ovviamente, lo era fino in fondo: ne siamo certi!

oddio, più cosciente che consapevole...

Un lettore è anche un po' un analista. Entra tra le pagine e i pensieri di chi scrive...

Le sue indagini le sto dimenticando, lo spirito di quella scrittura mi ha infestato per diverso tempo, amice Marco.

Berto potrebbe essere il prossimo da vedere un po' alla lente di ingrandimento.

Ottima notizia, Sard.
Attendiamo;)

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