Berto Giuseppe

Il male oscuro

Autore: 
Berto Giuseppe

De profundis – Anamnèsi di un’anima

 
Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”, Prometeo – Eschilo
 
I pensieri si accavallano e piano si distendono scorrendo dalla mente fino alla  penna che poco prima riposava accanto al foglio bianco. La mente ancora vacilla ma il disegno è già lucidamente formato ed è ora di portarlo a compimento. La vista si annebbia mentre dalle oscure profondità dell’anima si apre la visione di una metastasi inarrestabile.
Un male senza nome. Un male oscuro che cresce senza accorgertene e quando esplode non puoi più far nulla. Puoi attendere solo che passi. Fino a quel tempo le idee si affollano sempre più pressanti, il cuore ti duole, l’ansia è padrona di te ed il dolore, quello vero, ti rende prigioniero di una vita che non vorresti più vivere. Un male insito nell’uomo che è pronto a sfociare in modo infido e crudele. Un male che si è sparso come un’epidemia in contrapposizione con il sempre più diffuso benessere economico, segno che l’uomo che inizia a guardare dentro di sé non è capace di conservare la sua serenità a lungo. Un male oscuro curato come una malattia della mente fino a che non si è preso coscienza di cosa fosse e di come andasse affrontato davvero, per la prima volta.
 
“Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”, La cognizione del dolore – C.E. Gadda.

 Le origini del buco invisibile dell’anima sono diverse per ciascuno; il modo in cui si forma e poi si scatena con tutti i suoi effetti devastanti sono sempre gli stessi.

“Penso che questa storia della mia lunga lotta con padre, che un tempo ritenevo insolita per non dire unica, non sia in fondo tanto straordinaria se come sembra può venire comodamente sistemata dentro schemi e teorie psicologiche già esistenti”.
 
L’Io narrante apre il romanzo con questa prima affermazione e prosegue con la considerazione che, proprio raccontando la sua storia, potrebbe fornire alla psicoanalisi un’altra “pezza d’appoggio” per i suoi schemi.
Un lungo monologo di cui non si sente la mancanza di dialoghi, né di una sintassi regolare perché tra le righe bianche ci sono solo le parole pronunciate a fior di labbra, quelle che vengono dall’interiorità, quelle che fanno prendere coscienza di ciò che si è e di ciò che si ha. Senza alcuna interruzione ci si trova avvinghiati alle pagine di questo libro come se fosse il primo che si legge e l’ultimo ad essere dimenticato. Lontano anni luce dal presentarsi come un’accozzaglia di pensieri sparsi, trova la sua peculiarità nella modalità espositiva che rende partecipe il lettore dalla prima fino all’ultima delle parole impresse, in un lungo viaggio che è anche il nostro viaggio verso la verità interiore. Come se fosse sotto analisi, utilizza un discorso continuo e tra le righe nere partecipiamo alle sue pause emotive.
 
Un romanzo che spietatamente mette a nudo l’Io narrante, la sua mente, il suo cuore ma soprattutto la sua anima tormentata da quel “male oscuro” che sfocia alla morte del padre.
Quella figura paterna messa a nudo con un’originalità senza precedenti e che si erge come un’ombra sulla sua vita soffocandolo con un senso di miseria e di fallimento perpetuo da cui non riesce ad allontanarsi.
Il maresciallo in pensione che, negli ultimi anni della vita, porta avanti con fatica un negozio di merce sbagliata nel momento sbagliato e che vive modestamente con quattro figlie femmine ed un maschio su cui investe tutto per un futuro migliore, quello che lui, nella sua mediocrità, non è mai riuscito ad ottenere.
Ed ecco Lui, il protagonista, nonché l’Autore, che si sente rifiutato sin dal grembo materno, lui che fatica nel confronto degli altri compagni, lui che viene mandato in collegio, lui che lotta per un terzo posto tra i migliori della classe perché di più non riesce, lui che non si ama credendosi inetto o ordinario e così si sentirà nella crescita e per tutto il percorso della sua esistenza.
 
Un desiderio immenso di “gloria” riuscirà a portarlo lontano da quella sua casa, lontano da quel padre che non sa scrivere e che si firma prima con il cognome e poi con il nome. La sua vita si slancia allora verso il fine ultimo della “gloria” che lo ripagherà dai patimenti dell’infanzia. Un mondo diverso vuole per sé, prima nell’esercito e poi come scrittore di sceneggiature nella convinzione che la sua “gloria” l’avrebbe potuta raggiungere con il “capolavoro”.
La “gloria”, tema ricorrente e assai caro a Berto che risente dello snobismo dei letterati dell’epoca, per idee politiche vere o presunte, e della storia che lo dimentica.
La morte del padre, la voglia di scappare da quella morte, da quegli odori nauseanti, monteranno in lui un mostruoso senso di colpa che darà sfogo al suo “male oscuro” e, mentre l’anima è divorata da quell’idea di delitti che delitti non sono, il suo corpo riflette il suo disagio interiore. Dall’aver assistito alla malattia del genitore sente che un male fisico si sta impossessando di lui e lo divorerà fino a che anche lui stesso, esattamente come la figura paterna, farà sentire a coloro che avrà vicino l’odore repellente della sua stessa malattia. Emergono continuamente nuove sintomatologie e la convinzione dell’incurabilità della sua malattia lo farà tremare abbandonando la sua voglia di “gloria”. Non avrà alcun giovamento per lui l’essere esaminato da medici che lo troveranno in perfetta salute. Lui sente benissimo che qualcosa sta covando dentro di lui, i suoi sintomi sono evidenti e conosce il suo destino.
 
“Ciò che mi opprime non si può curare: è la mia croce e devo portarla, ma Dio sa quanto si è incurvata la mia schiena per lo sforzo”, Da una lettera del 1900 – S.Freud.
 
Sposato con una sua giovanissima amante che gli darà una bambina, è consapevole che le complicazioni amorose non sono parte di lui e l’ossessione grottesca di se stesso e per se stesso gli faranno perdere il senso della vita di coppia. La moglie, tuttavia, sarà la sua ancora di salvezza, l’unica a capire il significato delle sue crisi ipocondriache, i suoi pianti, il suo male interiore che crede fisico e lo convince a farsi aiutare.
 
Ed è dalla psicoanalisi di Berto che nasce questo romanzo, drammatico ed ironico nello stesso tempo. Pregno del dolore dell’Autore che scopre la necessità di sviscerare le sue ansie discendendo nel profondo della sua interiorità per prima prendere coscienza della sua malattia e poi tentare di combatterla. Lui non crede alla psicoanalisi, ma alla fine sa che non può farne a meno. Non cede alla tentazione di dare un’interpretazione ai suoi eventi, semplicemente racconta di sé con uno stile rapido, energico, fino alla fine delle sue pagine. Le sue verità interiori toccano e coinvolgono tutti per quel loro allargarsi alla società, alla storia, alla morale.
 
Il libro, rifiutato a lungo dagli editori, frutto di un lavoro intenso di tre anni, alla fina conquista riconoscimenti letterari ma, soprattutto, l’entusiasmo dei lettori e di quella critica che lo aveva snobbato. Frutto di un tempo che si credeva di transizione, si dimostra essere ancora, dopo 40 anni, più che mai attuale. E se il periodo che ne vide la nascita era assai più impreparato dei giorni moderni di fronte a quel genere di “racconto di sé”, oggi continua ad essere una viva testimonianza di un dolore fantasma da cui bisogna prendere consapevolezza, semplicemente rendendolo “visibile”. Solo chi riesce a farlo deve esser convinto di aver già intrapreso una lunga strada se non per la guarigione, almeno per l’inizio vero della battaglia. Prima, c’è solo il dolore senza conforto e senza rassegnazione.
 
E dopo esser stati rapiti da quelle sue pagine senza riuscire a staccarne gli occhi e la mente, in una lettura senza interruzione rispettosa dell’espressività della sua scrittura “senza fiato”, si scopre, senza alcuna sorpresa, di aver le dita irrigidite sull’ultima di copertina e le guance rigate in quegli istanti finali, quando lo si scorge solitario sulla terra di Calabria ad osservare le luci rosse della Sicilia, dove non è mai approdato a conoscere le origini di quel padre amato ed odiato allo stesso tempo. Il saluto della figlia da cui si era separato tanti anni prima è l’ultima cosa che sappiamo di lui “e poi sarà tempo di dire Nunc dimittis servum tuum Domine, forse è già tempo”.
 
Mi piace concludere con una frase letta tempo fa sul significato che questo libro può avere per coloro che si trovano a vivere lo stato che ha saputo narrare, con dolore ed ironia allo stesso tempo, riuscendo a trovare conforto dalla consapevolezza di non essere soli…”il suo viaggio è stato anche il mio”.
 
“E così scavo nella mia solitudine e nel mio avvilimento pensando che un giorno gliela farò vedere a tutti questi veneziani chi sono io”, Giuseppe Berto.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Giuseppe Berto nasce a Mogliano Veneto nel 1914. Volontario in Africa dove resterà dal 1934 al 1937, torna in Italia laureandosi in lettere a Padova. Nel 1942 torna in Africa per poi essere fatto prigioniero dalle forze alleate e rinchiuso nel campo di Hareford in Texas. Qui matura la volontà di diventare scrittore redigendo alcune pagine che diverranno in seguito il racconto “Le opere di Dio” (1948). Lascia poi l’insegnamento per dedicarsi completamente alla scrittura di romanzi e sceneggiature. Muore a Roma il 1° novembre 1978.
 
I suoi libri: Il cielo è rosso (1947), Le opere di Dio (1948), Il brigante (1951), Guerra in camicia nera (1955), da cui l’origine degli attacchi dei circoli letterari dell’epoca che lo etichetteranno come “fascista”, Un po’ di successo (1963), Il male oscuro (1964) con cui vincerà il Premio Viareggio e poi il Campiello, La fantarca (1965), La cosa buffa (1966), Anonimo Veneziano (1971), Modesta proposta per prevenire (1971), La passione secondo noi stessi (1972), Oh, Serafina! (1973), La gloria (1978), il postumo Dialoghi col cane (1986).
 
Giuseppe Berto, “Il male oscuro”, Marsilio editori, 1989 con nota di Cesare De Michelis.  In copertina “La visita della sera” di Renato Guttuso, 1890.
Prima Edizione: 1964.
 
Dal libro è stato tratto l’omonimo film (1989) di Mario Monicelli con Giancarlo Giannini ed Emmanuelle Seigner.
 
Lettura parallela: “La malattia chiamata uomo”, Ferdinando Camon, 1981.
 
“È qui, in questa rinuncia al racconto, in questa resa alla testimonianza, la ragione di uno sconforto che cresce e si gonfia fino a recepire ogni angolo dell’esistenza, ad assorbire ogni slancio vitale, e finisce per imprigionare la sua vittima come una mosca nella tela di un ragno, che quanto più si agita e ribella tanto più intriga e dispera”, estratto della Nota di De Michelis.
 
Movida, 26 settembre 2004.
 
Originariamente apparsa su Lankelot.com
 
BERTO in LANKELOT:
ISBN/EAN: 
9788817012195

Commenti

movida!

"?Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d?una vita, più greve ogni giorno, immedicato?, La cognizione del dolore ? C.E. Gadda."

> Saggia e ricca integrazione.
Allora ecce:

http://www.lankelot.eu/index.php/2006/06/30/181/

"Un romanzo che spietatamente mette a nudo l?Io narrante, la sua mente, il suo cuore ma soprattutto la sua anima tormentata da quel ?male oscuro? che sfocia alla morte del padre.
Quella figura paterna messa a nudo con un?originalità senza precedenti e che si erge come un?ombra sulla sua vita soffocandolo con un senso di miseria e di fallimento perpetuo da cui non riesce ad allontanarsi."

> Sottoscrivo. Questa è una lettura fondamentale, e non mi stanco di domandarmi perché l'opera di Berto non torni a guadagnare la primitiva centralità. E' assolutamente moderno.

"Un mondo diverso vuole per sé, prima nell?esercito e poi come scrittore di sceneggiature nella convinzione che la sua ?gloria? l?avrebbe potuta raggiungere con il ?capolavoro?.
La ?gloria?, tema ricorrente e assai caro a Berto che risente dello snobismo dei letterati dell?epoca, per idee politiche vere o presunte, e della storia che lo dimentica. "

> Già, e infine tradotta nell'apologia di Giuda. Triste e terribile, umanissima e visionaria.

"Dal libro è stato tratto l?omonimo film (1989) di Mario Monicelli con Giancarlo Giannini ed Emmanuelle Seigner".

> Qualcuno ne scriverà?

5. Visto ieri, molto carino. Per la prima mezzora pensavo che è proprio un film da consigliarti. Poi però ho cambiato idea: troppo pessimista. :)

ah. non ora, insomma:)

io ce l'avevo in vhs, ma il mio videorec è rotto...

io l'ho trovato assai vicino al libro, con Giannini che rende pienamente il protagonista...una delle sue interpretazioni più belle, secondo me, tra le note ma intensa...

8. Giannini sa essere mostruoso davvero. Ultimamente fa film insulsi, ma alcune cose (non con la Melato) sono eccezionali.

7. Credo che per un letterato sia un film molto frustrante. C'è il serio rischio di immedesimarsi e ci si può far male :) Penso sia più da leggere che da guardare.

8. Giannini a me piace anche con la Melato ghghgh
9. il libro è peggio...te lo assicuro!!!!

"Quella figura paterna messa a nudo con un?originalità senza precedenti e che si erge come un?ombra sulla sua vita soffocandolo con un senso di miseria e di fallimento perpetuo da cui non riesce ad allontanarsi."
Che incubo, però.....non mi sono ancora decisa a leggerlo, eppure era di un paese qui vicino. Mi spaventa un po'.
Bellisima recensione comunque, si legge con piacere.

grazie Marina...