Il soccombente è il disperato Wertheimer predestinato, in un'atmosfera che nell' invocazione al suicidio, nella sua presenza claustrofobica e permanente trova la forza per superarlo (come fu per Goethe ne “i dolori del giovane Werther”), ad essere il senza speranza. Wertheimer è il non protagonista, schiacciato dal talento di Glenn Gould; abbandonato dalla sorella con la quale aveva stabilito un legame morboso e che punì infine decidendo di impiccarsi a 100 passi da casa di lei; sconfitto, ancor prima, dalla sua stessa indole:
“...Glenn è il trionfatore, noi siamo i falliti, pensai nella locanda. Glenn ha concluso la sua esistenza proprio nel momento giusto, pensai. E non si è ucciso da sé, dunque con le proprie mani, come ha fatto Werheimer, il quale non ha avuto altra scelta e ha dovuto per forza impiccarsi, pensai. Come la fine di Glenn era prevedibile da molto tempo, così anche la fine di Wertheimer era prevedibile da molto tempo, pensai...”
Un piccolo volume così pieno di rabbia e distruttività che non si può rimanerne estranei. Si diventa arbitri i suo favore soprattutto se si è in qualche modo vicini al mondo dell'arte-oggi:
“.....Il mio ultimo maestro prima di Horowitz era stato Wuhrer, uno di quei maestri che ti soffocano nella mediocrità, per non parlare di quelli che avevo avuto prima di lui, tutti nomi illustri, come si suol dire, che ad ogni piè sospinto suonano in pubblico nelle metropoli e occupano cattedre assai ben remunerate nei nostri celebri conservatori pur non essendo altro che gente rovinosa, uomini che suonano il pianoforte senza avere la minima idea dei concetti musicali, pensai. Dappertutto suonano e occupano posti di insegnamento questi maestri di musica, e guastano migliaia e centinaia di migliaia di allievi, quasi che il loro compito vitale consistesse nel soffocare sul nascere le doti straordinarie dei giovani musicisti...”
Più delineato di altri romanzi di Bernhard e in questo meno affascinante. Ugualmente disperato ma di una disperazione sottolineata che è, in qualche modo, meno credibile della cupezza surreale e mostruosa di Amras, “il soccombente” prende forma come un flusso di memoria-odio-pensiero assennato, ossessivo. Torna su se stesso in corte spirali che si suicidano con costanza e con ostinazione tornano vive “nella locanda”, attorno alla locanda.
Il soccombente è un libro dove le persone sono tratteggiate con una psicologia precisa e impietosa e che, nell' onnivorico odio (per il sé e l'altro da sé) deride il lettore (se non risultasse assolutamente iniquo immaginare un Thomas Bernhard ridente).
E' un'opera d'arte superlativa dove la struttura e il contenuto, che è riassumibile in una sola, ripetuta parola: “suicidio”, diventano un tutto unico, indistinguibile.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Thomas Bernhard (Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989), scrittore romanziere e drammaturgo austriaco.
Thomas Bernhard, Il soccombente. Adelphi, III edizione, Milano 2004. p. 186 (gli Adelphi)
Thomas Bernhard, Amras. SE, Milano 2005
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Commenti
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buona lettura!
(intanto, bentornata e grazie per questa appassionata lettura di TB)
Caro Gianfranco, mi sono resa conto di riuscire a scrivere una recensione solo quando un libro mi coinvolge emotivamente e mi stupisce per una strutturazione insolita.
L'unico "difetto" che ho omesso di indicare a proposito del soccombente è che,a mio avviso, sarebbe stato più efficace se avesse mantenuto per tutta la sua stesura l'ossessività e l'umore claustrofobico delle prime 40-50 pagine. Poi le maglie del pathos si fanno più larghe e la musicalità più rarefatta (per quanto sempre fuori dal comune). Ma mi rendo conto che per mantenere quella struttura il libro avrebbe dovuto e anche potuto essere molto più breve.
E' solo col tempo che si riesce a scrivere di qualcosa che non ti abbia coinvolto, stupito o convinto; sospetto abbia a che fare con il doverne scrivere, magari per lavoro. Sano quel lettore - quella lettrice - che non deve misurarsi con la necessità di scrivere di un autore che non sente gli - le - appartenga;)