Leggere Thomas Bernhard mi costa sempre un po' di fatica. I suoi libri non sono mai facili eppure riescono ad attrarre per via di uno stile che affascina e di personaggi particolarissimi. Il titolo originale del libro è “Beton”. Esce nel 1982.
Rudolf scrive. Queste due semplici parole aprono e chiudono il romanzo. Come una parentesi che abbraccia un intero atto creativo. Perché Rudolf scrive e, tra le altre cose, scrive dell'impossibilità di scrivere. Il “dramma” della pagina bianca, della ricerca della prima frase del saggio sul compositore Mendelssohn Bartholdy che il protagonista di "Cemento" è impegnato a redigere, infatti, è uno dei temi centrali di “Cemento”. Rudolf è un personaggio tormentato. Parla di sé, solo e sempre di sé, del suo percepire il mondo, del suo passato, delle sue sensazioni, della sua malattia: un'incessante, claustrofobica auto-analisi. E' monotematico, egocentrico, misogino, sprezzante. Non risparmia critiche feroci, come fece davvero e spesso, lo stesso Bernhard durante la sua vita, al sistema politico e sociale austriaco.
L'inizio del fantomatico scritto di Rudolf è perennemente rimandato. Ogni volta c'è un motivo, o un pretesto, che gli impedisce di avviare l'opera. Non importa quale sia la ragione, il suo lavoro non viene mai neppure abbozzato. E non può essere altrimenti: scrivere davvero quel saggio su Mendelssohn Bartholdy significherebbe porre fine alla ricerca. L'incompiutezza rende vivi, permette una continua verifica, un sistematico impulso. Per questo il lavoro mai scritto sul compositore, per Rudolf, è tutto. E' il fine ultimo della sua esistenza. Il resto è secondario.
“Cemento” è un eterno monologo. Si apre alla prima pagina e termina un centinaio di pagine più tardi. La ripetitività dei concetti e, nei concetti, di proposizioni gemelle, lascia risaltare la personalità complicata e quasi perversa di Rudolf: egli detesta la presenza di sua sorella, eppure lui stesso le chiede di andare a trovarlo; detesta Vienna, eppure ripensa con nostalgia ai venti anni vissuti in quella città; detesta i luoghi affollati eppure parte per un viaggio a Palma.
Nonostante ciò, sembra quasi che, nella parte finale, il mondo di Rudolf possa aprirsi a quell'umanità dalla quale rifugge. Nasce tutto da un ricordo. Da una donna conosciuta diversi anni addietro, sempre a Palma. Si tratta di Anna, una giovane, disperata vedova. Lei, quasi sorprendentemente, dà al romanzo quella dinamicità che, fino a poco prima, non aveva avuto. La storia di Anna è semplice e tragicamente banale, eppure capace di trasfigurare, fosse anche per alcune frasi in chiusura, la figura di Rudolf. Egli appare coinvolto in un evento che non lo tocca ma, senza volerlo, è catapultato in quella realtà che di continuo rigetta. Solo per poco. Solo per approdare poco più tardi e nuovamente alla massima angoscia.
Bellissima ed avvincente la “teatralità” di questo libro. I tratti autobiografici che Bernhard ha trasferito in “Cemento” sono numerosi e costanti. Tanti atteggiamenti di Rudolf sono, in verità, di Thomas. E non è affatto scorretto considerare “Cemento” come l'autoritratto più autentico di Bernhard.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Thomas Bernhard, "Cemento", SE, Milano, 2004. Thomas Bernhard nasce a Heerlen, in Olanda, nel 1931. Sua madre, Herta Bernhard, figlia dello scrittore Johannes Freumbichler, si era allontanata dall'Austria per partorire quel figlio frutto di una relazione con un uomo che non conobbe mai suo figlio. Thomas vive soprattutto con i nonni, ma si rivela un bambino problematico. In giovinezza si ammala e finisce in sanatorio dove conosce Hedwig Stavianicek di 36 anni più anziana. In questo periodo inizia a scrivere. Bernhard è autore di articoli, romanzi, poesie e numerosi testi teatrali. E' considerato uno dei più importanti scrittori contemporanei in lingua tedesca. Muore a Gmunden, in Austria, nel 1989 a causa di una cardiomegalia. Nel suo testamento lo scrittore proibisce che le sue opere vengano rappresentate e pubblicate in Austria.
Postfazione di Luigi Reitani. Traduzione di Claudio Gross.
Commenti
Amices,
segnalo il nuovo articolo di Monnalisa.
Integrato, nel pezzo, l'archivio Bernhard.
Buone letture!
"Leggere Thomas Bernhard mi costa sempre un po? di fatica. I suoi libri non sono mai facili eppure riescono ad attrarre per via di uno stile che affascina e di personaggi particolarissimi"
Ho sempre avuto la stessa impressione :)
--> 1. Non avevo visto che anche tu, Franchi, avessi scritto di Bernhard. Non trovo quasi mai persone che lo conoscano o che lo abbiano letto. Ho letto entrambi i testi che hai recensito ed ho amato profondamente "Il soccombente". Molto interessante la tua analisi.
--> 2. Salve Paolo. E' così: Bernhard mi costa sempre un'immane fatica. Infatti non riesco e leggerlo se non a piccole dosi, un libro ogni tanto.
grazie, Monnalisa. E' colpa dell'ormai lontana ascendenza austriaca: leggere un austriaco che rifiuta il suo presente e la decadenza della sua nazione e del suo popolo mi aiuta a capire quel che eravamo.
Noi triestini austriaci, dico:).
Devo Bernhard alle pagine di Magris.
Ho letto "il Soccombente" e l'ostico "il Respiro" e soprattutto quest'ultimo mi ha dato un'idea della complessità di una prosa intricata fino all'ossessività. Ma lo trovo un grande: sarà il fascino dell'Inesplicabile.
Paolo e Monnalisa, puntate "Le strade che portano al Fucino" di Ottonieri...
www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&TS02_ID=1313
Di suo ho letto solo "Il soccombente", piaciuto moltissimo. Ma poi mi son fermata, presa da altri nomi ed altri titoli. Questo "Cemento" promette bene. Adoro il vezzo di incipit ed epilogo gemelli, adoro le auto-analisi. Anche quelle claustrofobiche. Mi sa che dovrò aggiungere un altro titolo alla lista dei futuri acquisti.
--> 8. Cara Angela, se davvero ami le auto-analisi claustrofobiche e vertiginose, allora "Cemento" è per te.